L’attesa del padre di Raffaele Niro, Transeuropa, 2016

Viviamo in un’epoca “amletica”. Non tanto per i dilemmi da affrontare, quanto per la condivisione di un destino caratterizzato dall’ “assenza” del padre. La vita “liquida” che viviamo è materna (o “matrigna”). Siamo in un liquido amniotico privo di riferimento stabili, in attesa di fuoriuscire, primo o poi, dal nostro stato di galleggiamento. Come il principe di Danimarca viviamo uno stato virtuale di “spodestamento”: ci hanno tolto i “padri”. Ci muoviamo su radici incerte, abbiamo davanti a noi una vita privata di un senso di appartenenza, proviamo la strana sensazione che le nostre generazioni siano intruse, fuori posto, che a qualcun altro, prima di noi, o dopo, è spettato o spetterà un diritto di “successione” (umana). Il diritto di lasciare un’eredità diversa dal nostro “eterno presente”.

 

“L’inverno è a febbraio/ è maturo per tornare ad essere/ un bambino dagli occhi danzanti/ pronto a scaldare la pancia del padre. Il libro di Raffaele Niro, dunque, per questa premessa, è libro contemporaneo, al di là dell’occasione biografica. Ed è stato francamente difficile e di conseguenza coraggioso dedicare un’intera raccolta poetica al “padre”, e,  più che alla figura, allo stato di “paternità”. Ogni volta che ti immagino/ immerso nel liquido amniotico/  ti vedo portar via con le mani/ un po’ d’acqua dal lago.

L’attesa del padre è un libro a soggetto. Il protagonista è il padre. La sua posizione sintattica tuttavia è, anche semanticamente, ambivalente. Questi versi del poeta dauno narrano la condizione di sospensione del padre, ma allo stesso tempo potrebbero dirne l’attesa e l’avvento. Questo padre può essere specificazione e insieme oggetto dell’attesa. Quello che ancora non sai/ è che sei mio padre e mia madre/ il mio migliore amico/ il mio eroe/ sei tutto questo essendo mio figlio/ semplicemente mio figlio.

Intorno alla sua inedita condizione umana Raffaele Niro ha scritto una partitura a più stanze, scandita dal tempo che dall’ “idea del figlio”, attraverso “il varco del tempo”, arriva alla figura della madre, non “terza” in questo dialogo ma medium tra due sguardi prima ignoti e reciprocamente sconosciuti. La prima cosa che insegna una madre/ è il respiro – geografia della memoria -/ con la mappa dei suoi luoghi di culto (…).

La letteratura fa spesso i conti con la figura del “padre”. Siamo proprio partiti da questo dato. Putativo è Giuseppe, degenerato è Fedor Karamazov, minaccioso quello di Kafka, la novità post-moderna è appunto la perdita di centralità di questa figura. Una società privata di punti di riferimento è anche una società senza padri, cui rapportarsi, anche nell’inevitabile conflitto generazionale con esso. Per questa ragione ritengo il libro di Raffaele Niro importante da un punto di vista civile, prima ancora che poetico e letterario.

L’attesa del padre, centrale è la scelta del titolo. Si potrebbe dire che l’ambiguità delle funzioni logiche dà una diversa connotazione alla parola “attesa”. E dunque non solo è il padre che aspetta. Anche noi figli siamo in attesa di un padre. Questa condizione di “avvento” è ambivalente. In questa condizione, per esempio, mi sono trovato personalmente, quando sono diventato io stesso padre. Quando sono nati i miei figli anche il mio “essere” figlio è mutato ed un nuovo sguardo ha illuminato retrospettivamente il mio passato di “figlio”. Mio figlio è un maestro vigile,/ sta ricostruendo la mia intelligenza/ senza parole,/ in una successione di nascite.

Non nasci con la febbre di crescere,/ il pensiero alla nascita non esiste,/ l’ingresso nel mondo è pianto,/ poi latte e ambiente, poi…/ e senza capire quando,/senza capire dove,/ si diventa ciò che si ama.

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