Vita? O teatro? Charlotte Salomon a Milano

di Stefanie Golisch

Devi capire te stesso per poterti reinventare.
da: Leben? Oder Theater? di Charlotte Salomon

Si dipinge, si crea, perché?
Per diventare qualcuno o per scoprire chi si è veramente?
Nel caso di Charlotte Salomon, la risposta a questa domanda non è difficile.
In condizioni estreme, davanti all’imminente minaccia della morte, lei dipinge per esplorare la sua vita in tutte le sue sfumature, smascherando le sue falsità e ambiguità e rievocando le sue gioie perdute.
Senza abbellirla.
Senza pregiudizio.
Per fare chiarezza.
E per combattere le sue paure.
Dipingendo il suo grande ciclo Vita? O teatro? Charlotte Salomon si riappropria della sua vita, ripercorrendola tappa per tappa con crescente intensità.
Dopo 18 mesi di frenetico lavoro in cui dipinge oltre 1300 tempere di piccolo formato, non è più la stessa donna di prima anche se non sarà in grado di cambiare il suo destino.
Morirà. A soli 26 anni, incinta di qualche mese, ad Auschwitz.
Eppure non è una vittima.

Non è la sua morte ad avere l’ultima parola, ma la sua opera: l’insieme dei suoi quadri, una specie di canzoniere poetico tra pittura e scrittura (unico nel suo genere!) che testimonia una vita vissuta in tutta la sua abissale ricchezza: dai tormenti interiori all’amore cieco per un uomo non degno di esso. Dalle delusioni e dalle tragedie familiari alla scoperta del suo essere artista – forse l’unica condizione che permette a una persona di essere veramente libero.
È tramite la sua creatività – il suo talento e la sua determinazione – che Charlotte Salomon, in una situazione disperata, nella quale sarebbe stato facile arrendersi, attraverso la sua arte riacquista la sua dignità minacciata e la sua forza di resistere.
In questo senso, la sua opera è la testimonianza di un processo di maturazione accelerato: in un brevissimo arco di tempo Charlotte – per dirlo con un antico detto − diventa chi è.
Una donna e un’artista.
Che non ha bisogno dell’applauso del mondo perché dentro di sé sa chi è.
Che dipinge la sua vita senza nascondersi, rendendo con casta spudoratezza il più personale generale, la sua vita la nostra.

Infatti, la sensazione che mi ha colto spontaneamente girando la bellissima mostra al Palazzo Reale di Milano, curata con competenza e autentica passione dallo studioso Bruno Pedretti, è di una noncuranza – o per dirlo con la parola preferita di Cristina Campo sprezzatura − di alto grado: non c’è, nei quadri di Charlotte Salomon, alcuna intenzione di colpire o di piacere.
E questo non certo per falsa modestia, ma semplicemente, perché non ha bisogno di mettersi in mostra. In quella sfera intima in cui compie la sua opera, lei è libera. Ed è proprio la sua totale libertà interiore che si trasmette automaticamente all’osservatore dei suoi quadri, rendendolo altrettanto libero e sovrano.
È una specie di necessità interiore, un imperativo umano e artistico, al quale ubbidisce e che la unisce ad altre grandi donne, artiste e poete, del XX secolo come Paula Modersohn-Becker, Gertrud Kolmar, Selma Meerbaum-Eisinger, Antonia Pozzi e la stessa Cristina Campo per nominarne solo alcune.
Donne che contro i condizionamenti sociali si sono esposte, ma non imposte.
E che – spesso in pressoché totale solitudine e senza essere in alcun modo incoraggiate – hanno (ri)creato, da dentro sé stesse, un universo intero.

Charlotte Salomon nasce nel 1917 in una famiglia ebrea dell’alta borghesia Berlinese.
Il padre è medico e professore universitario, la madre una musicista amatoriale, donna colta e sensibile con delle affinità artistiche, senza essere un’artista. Quando Charlotte ha otto anni, la madre si toglie la vita. Secondo le consuetudini dell’epoca, il suicidio le viene nascosta e rivelato soltanto molti anni dopo, in seguito al suicidio della nonna, avvenuto già in esilio, a Villefranche-Sur-Mer, una località balneare sulla Costa Azzurra, dove dal 1939 Charlotte vive presso i nonni materni.
Entra in una crisi profonda e seguendo un consiglio del suo medico curante ricomincia a dipingere.
Infatti, prima dell’emigrazione, aveva frequentato come unica studentessa ebrea l’Accademia delle Belle arti di Berlino finché, nel 1938, fu espulsa dall’università senza poter concludere i suoi studi.
Il suo ciclo Vita? O teatro? nasce così: in una situazione disperata, come strategia di sopravvivenza.
Come terapia o antidoto contro il male del tempo e quello della sua famiglia – la malinconia, la tendenza al suicidio – che anche lei stessa sente come minaccia al suo fragile equilibrio psichico.
Tuttavia, i suoi quadri sono tutt’altro che una semplice elaborazione del proprio vissuto in forma terapeutica. Nel momento in cui Charlotte trova il suo tema, la prospettiva cambia radicalmente.
Se prima era una giovane donna senza obiettivo preciso, una ebrea in esilio con un futuro incerto, ora ha trovato il suo posto nel mondo.
L’unico modo di essere e di vivere.
Un spazio minimo: Lei davanti ad un foglio di carta.
Non ha nemmeno bisogno di uno studio.
I suoi materiali – fogli di carte e tempere – sono elementari.
Non vuole dipendere da nulla e da nessuno.
Solitaria e riservata di natura, ora questa sua disposizione diventa la premessa intima del suo progetto di vita.

Vuole ricominciare da capo.
Come una bambina, libera di creare un mondo tutto suo in cui si intrecciano ricordi e visioni, sogno e realtà. Un palcoscenico immaginario dove si può ri-arrangiare i protagonisti e le loro storie.
Per trovare non la verità, ma la sua verità.
Per 18 mesi, tra il 1940 e il 1942, Charlotte dipinge quasi incessantemente.
Alla fine riordina i suoi quadri e li affida ad una donna americana con la quale ha stretto una specie di amicizia a Villefranche.
Il suo lavoro è concluso.
La sua vita ora è sua veramente.
Charlotte è pronta ad affrontarla così come dovrà essere affrontata.
Si sposa con un uomo non amato, un emigrato come lei.
Rimane incinta e, nel 1943, in seguito a una denuncia, la coppia viene deportata prima a Drancy, poi ad Auschwitz dove lei viene uccisa nello stesso giorno del suo arrivo.

Su una delle poche foto che sono rimaste di lei, scattate a Villefranche in una giornata d’estate, sembra bellissima, felice o quasi, davanti al cavalletto improvvisato con una sedia di cucina. Il sottotitolo di uno degli ultimi quadri del ciclo recita: Ti prego di non dimenticare che io amo la vita e la affermo tre volte. Per amare la vita in pieno bisogna forse anche afferrare e comprendere la sua altra parte, la morte. Bella è la vita. Io credo nella vita. Per tutti vivrò.

Charlotte Salomon. Vita? O teatro? Milano, Palazzo Reale, 30.3.-25.6.2017

2 pensieri su “Vita? O teatro? Charlotte Salomon a Milano

  1. Sono colpita dalla storia di questa donna. La sua tenace ricerca, o meglio costruzione, di se stessa mi fa pensare al percorso di Etty Hillesum. Grazie di avermela fatta conoscere e di aver segnalato la mostra, sicuramente andrò a vederla.

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  2. Charlotte Salomon

    di Flavio Almerighi

    lascio vestiti e mani a una gruccia
    il veleno del verme mi ottunde
    ha colore simile al sangue, m’inquina

    passo su una pavimentazione precisa
    progetto affatto mio nei limiti
    di tele spente anzitempo

    sulla dorsale l’osservatore distratto
    m’indica le cose, sarebbero le stesse
    anche se non ci fossi

    in assennata visione di deserto
    io piccola piango,
    unica acqua per milioni di miglia
    e tutto l’impianto gemendo cresce
    nella stanza da letto spretata
    dov’è carezze trascorse ancora qui

    GRAZIE, Flavio!!

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