Che cosa fare del mio cadavere (I)

di Roberto Plevano

Diamine, è successo. Mentre dormivo, non me ne sono neanche accorto, questione di mezzo minuto. Non che potessi trovare un tempestivo rimedio: occlusione completa di un’arteria coronaria, flusso del sangue bloccato e conseguente morte dei tessuti del muscolo del cuore: si chiama infarto miocardico. È un malanno comune, sono in buona compagnia: in Italia vive un milione e mezzo di infartuati, chissà quanti nel mondo.

Loro almeno vivono; io, la scorsa notte, ho cessato di respirare, e tutto l’elenco di verbi che indicano un’attività vitale qualsiasi, perché all’interruzione del battito del cuore e alla morte dei tessuti muscolari è seguita la morte di tutto il resto. BUM, andato, in un istante, direttamente dal piccolo sonno alla grande morte, non un sussulto, un colpo di tosse, un annaspare alla ricerca d’aria, un dolore lancinante, uno sbarrare d’occhi, una dolorosa sorpresa. E se anche avessi sussultato nel sonno, se ci fosse stato un gemito, un lamento, un latrato strozzato, non c’era nessuno accanto a preoccuparsi di me. Solo il cane in casa, ma dorme all’ingresso e si sveglia soltanto per le cose che considera importanti.

Spirato serenamente, diranno i necrologi, volendo sottintendere (i necrologi non dicono mai direttamente le cose) che la mia è stata una morte senza angoscia e patimenti, una morte insomma facile, a corredo di una vita altrettanto regolare e facile, ma questa sarà già una bugia, irrilevante, e una magrissima consolazione per le persone che ci tengono a me, quelle che mi vogliono bene.

Se ce ne sono.

Io invece i necrologi non li leggerò.

Stavo sognando, credo, le solite cose, banali, già sognate tante volte, e non proprio serene. Faccende di cuore, è il caso di dire, proprio quelle da cui non sono mai riuscito a tirarmi via. Lo ammetto, anch’io ho un debole per Anna G. A furia di sentirne parlare, non ho potuto evitare di formare di lei un’immagine, un volto.

Non dico viso, che per me significa una faccia che ho avuto di fronte, una visione, un’immagine, ma uso un termine che denota un modo di apparire, un carattere. Quel volto, dicevo, di donna, che ormai, a tanti anni da un fortuito incontro, ha una consistenza di fantasia, ha in sé soltanto il carico del ricordo di cose lontane, del rammarico, e quindi non possiede il grado critico di realtà che lo possa ancorare a un’esperienza in divenire, a un senso di proposito, di futuro – e il sentimento dell’avvenire pare la sola cosa che dia significato allo scorrere dei giorni. E forse c’è stato un nesso tra il sogno e il blocco del cuore: la vita, che è sempre nel presente, termina quando finisce il futuro, e questo mi pare un truismo.

TRUISMO s. m. Adattamento ital. dell’ingl. truism (der. di true «vero»): verità ovvia, evidente, indiscutibile, tale che è o sarebbe ridicolo enunciarla o superfluo spiegarla.

Quel volto fermato nell’istante di un ultimo sguardo, impenetrabile come quello della Gorgone. Deve essere stato allora che il cuore si è arrestato.

Avrei dovuto saperlo, ci sono debiti dovuti anche dopo tutti questi anni. Invece, mentre sognavo, non mi preoccupavo troppo. Tanto fra un po’ mi sveglio, mi dicevo, che vuoi che sia, sto soltanto sognando due occhi che mi visitano e che – sapevo nella coscienza del sogno – non si sarebbero più posati su di me. Sto solo sognando di morire, ma sono ad un livello di iperbole metaforica, come chi dice ti amo da morire, senza di te muoio, e cose del genere. Una frase esageratissima, per finta. Adesso mi sveglio.

A quel punto ho sognato le cose che – pensavo – accadono a chi muore. Ho visto una specie di tunnel, una luce in fondo, ho avvertito una sensazione ovattata di quiete. E intanto nella coscienza del sogno mi dicevo che sono cose da aspettarsi: è l’effetto dell’ipossia sul cervello, o l’ischemia della cornea, lo sbalzo della pressione sanguigna – di tutto ciò ho vaghissime idee –, ma tanto sapevo di sognare, quindi ancora non l’ho presa molto sul serio. Adesso mi sveglio.

Poi ho cercato di grattarmi il naso, di stiracchiarmi, cambiare posizione, di uscire da quel sogno, che già, mi pareva, cominciava a ritornare su cose sognate altre volte, e… niente, non mi sono mosso, non c’è stato nemmeno l’impulso inconsapevole a muovere il braccio. Mi pareva di essere diventato una cosa inerte, diversa da me stesso. Allora ho cominciato a sospettare di non essere uscito dal sonno, e poi che non ne sarei uscito, e infine ho saputo che da quel sonno non si torna indietro. E allora la coscienza del sogno è cambiata, è diventata una sorta di coscienza dell’intera situazione, ma come vista dal di fuori, di me, della camera, della città, e la situazione aveva al centro una cosa inerte che iniziava già a essere un cadavere. Il mio cadavere. Non mi sveglio più, mi sono detto.

CADAVERE s. m. [dal lat. cadaver, da accostare a cadĕre] Il corpo umano dopo la morte.

La luce si è affievolita, tutto si è oscurato, anche i pensieri, i desideri, le paure. Anche il senso di meraviglia e di attesa. Ogni cosa si è spenta, per ultimo il passato, così tenace. Resta il dispiacere, come di una promessa infranta. E questo è tutto.

Spesso mi sono chiesto che cosa accade dopo la morte. Ora lo so. Non accade niente. C’è ben poco di interessante. È uno scendere di livello, una retrocessione, da cosa viva a sostanza, da una cosa in divenire organizzata in varie parti, tenuta insieme da un legame, una colla, che è l’IO – su cui si è già discusso – a un aggregato fermo di elementi organici, base di processi chimici.

Ma IO la chimica non l’ho mai studiata e non la capisco. Mi piacciono altre cose… è difficile abituarsi a dire: mi piacquero. Non a caso, è un tempo perfetto, di cose che non cambiano, definitivo. Mi suona male, come una parlata innaturale.

Allora, per farmi l’abitudine, e per confondere le idee dei sopravvissuti, dico che finché vissi non: fumai, soffrii (o soffersi, è lo stesso) di ipertensione arteriosa, ebbi valori alti di colesterolo, diabete, stress psicofisici eccedenti il livello normale, fui sovrappeso, ebbi simpatie politiche per improbabili movimenti e gruppi, mi feci vivo (sic!) con una vecchia morosa, consumai alcol in modo eccessivo, giocai d’azzardo in modo compulsivo, prestai o presi a usura, consumai sostanze alteranti la psiche e l’umore, andai alla ricerca di amori mercenari, usai il passato remoto nella parlata. No, nulla. Sono cose che fanno malissimo alla salute, a eccezione dell’ultima. Voi cercate di fare come me, ascoltatemi, e sperate che vi vada meglio.

In vita coltivai alcuni dubbi, questo sì. Dal momento che, molto presto, mi parve che le cose non andassero poi così bene, anzi – malgrado le grandi aspettative della maggior parte di quelli intorno a me, o forse proprio a causa di esse –, e vidi, o meglio intuii, grossi problemi all’orizzonte – e per il mio carattere tendente alla melanconia e a una certa sterile introversione, e per lo stato generale del mondo e dell’umanità –, cercai fin da piccolo di coltivare la comprensione delle cose messe così male, cioè quasi tutte. Con i paradossi del caso, perché, è cosa nota, più si impara e più si estende la nostra cosciente ignoranza, così che la mia relazione intellettualistica con il piccolo spicchio di mondo in cui vissi mi rese subito un bambino difficile, frustrato e problematico, riottoso davanti a ogni ottusa autorità. Ma, ripetevo a me stesso, se c’è una speranza, è nel capire, e per capire occorre essere attrezzati. Quando, a tempo debito, si venne a trattare di donne, seppi che con loro si gioca una delle pochissime possibilità di eudaimonia aperte al’uomo (non conoscevo allora questa parola, ma mi figuravo già confusamente il concetto), e quindi desiderai capirle, le donne, ma lì ci vuole un esprit de finesse che mi ha sempre eluso. Il disastro era già naturalmente nell’ordine delle cose, già bell’e pronto. E ne soffrii (o soffersi, è lo stesso… soffrissi invece… Diamine! Non mi abituerò proprio mai a usare esclusivamente il passato remoto, il tempo della morte e dei romanzi d’appendice. Dico soffrii e mi viene in mente il soffritto di cipolle, olio, aceto, vino bianco, alloro, pinoli e uvetta delle sarde in saor, che non mi capiterà più di mangiare. C’è poco da fare: a soffrii, soffristi, soffrì, manca il travaglio, il dolore, l’agonia, le lacrime della vera sofferenza. Non c’è dramma: gli è attaccato invece qualcosa del fritto in padella. Quanto soffrissi nella mia vita, disse lo chef in punto di morte).

Sia stato quello che sia stato, eccoci qui, rigidi sul letto. Dal sogno alla grande livella. La morte pone ognuno sullo stesso piano, che muoia come un re sul trono o come un povero senza un letto, sulla terra, secondo un antico detto persiano, ripreso anche da Totò.

SOFFRIRE v. tr. e intr. [dal lat. volg. sufferire, lat. class. sufferre «portare su di sé, sopportare», comp. di sŭb «sotto» e ferre «portare, tollerare»] 1. Sostenere dolori fisici o morali, patire: s. tormenti indicibili; s. un’umiliazione; s. un’ingiustizia; iperb. s. le pene dell’inferno. 2. Subire o sopportare situazioni di mancanza e disagio, fisico o morale: s. la fame, il caldo, la sete, il solletico (anche iperb., fare gravi sacrifici: io, per studiare e farmi una posizione, ho sofferto la fame!) 3. Con uso assol., sentire il dolore, vivere un evento con condizioni dolorose, in senso fig. o morale: soffre molto di vederti ridotto in queste condizioni. 4. Sopportare, tollerare: fin la vecchiezza, L’abborrita vecchiezza, avrei sofferto Con riposato cor (Leopardi) (N.B. ‘sofferto’, non ‘soffritto’!); in frasi negative, riferito a persone e a cose: non riesco a s. le persone finte, le falsità, i raggiri, la presunzione. 5. intr. (aus. avere) Provare dolore, patire, andare soggetto a un male: s. di mali di testa, di cuore, di fegato; ha sofferto prima di morire.

Qualcuno mi troverà così, tra tre o quattro giorni. Allarmato dal disperato abbaiare del cane, sfonderà la porta e io non mi sarò mosso. Disteso bocconi, testa girata sul lato sinistro, braccio destro sotto il guanciale, braccio sinistro lungo il fianco, gamba sinistra piegata ad angolo retto. È una posizione inadatta al giacere nella bara, e poco decorosa, nel caso che ci si faccia ritrovare da altri, ma sono, cioè il mio corpo è, già pietrificato nel rigor mortis, e quindi mi porteranno via con una lettiga come mi hanno rinvenuto, tutto contorto, e in ospedale qualcuno userà le maniere forti e magari un martello per ricompormi e mettermi qualcosa di decente addosso. Infatti, preferirei non finire sottoterra con il pigiama con gli orsetti, i cuoricini azzurri e lo svolazzo Good Night Sleep Tight, e comunque, mi raccomando, veglia e funerale a bara chiusa.

Qualcuno mi troverà così, e asciugherà il rivolo di saliva uscito dalle labbra, non farà caso al piscio che ha impregnato il materasso (comunque è da buttare), alla puzza, a calzini e mutande sporchi buttati sotto il letto. I miei effetti personali saranno consegnati a un familiare, temo che sarà mia sorella. Il tablet sul comodino sarà acceso e sullo schermo apparirà l’articolo su Deleuze e Agamben, o il mio pezzo sullo scrittoio di Spinoza, non ricordo bene… Oh oh! Questa è imbarazzante quasi come il mio corpo rigido… è possibile, anzi probabile – spero di no! – che appaia invece un video di Youporn®. Ma è vero, non ricordo… Cosa stavo facendo appena prima di addormentarmi? Ahi ahi, non potrò dire che si trattava di un’indagine sociologica, che stavo esaminando i dispositivi del desiderio nella biopolitica (del resto, mi hanno detto che una pornostar italiana, di cui certamente non ricordo il nome e altrettanto certamente non ho mai visto un’immagine, usa citare Foucault; mi domando che cosa resta agli insegnanti di filosofia). Accidenti alla mia cattiva abitudine di lasciare aperte le finestre di Chrome.

(continua)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...