Che cosa fare del mio cadavere (II)

di Roberto Plevano

(continua da qui)

Poi c’è il computer sulla scrivania, il compendio della mia attività. Lì c’è un caos inestricabile, di cui non ho fatto nemmeno un backup. Anche ammettendo che qualcuno riesca a indovinare la password di login (perdonatemi, non esistono termini in italiano, se dico ‘salvataggio’, ‘parola chiave di accesso’ nessuno mi capirebbe), che non è annotata da nessuna parte perché per me e soltanto per me è impossibile da dimenticare (e per tutti gli altri è impossibile da azzeccare), ma, da ex vivente, è come se l’avessi dimenticata (infatti non posso nemmeno muovere un dito, e i morti, si dice, sono piuttosto smemorati, cf. Odissea, X e XI: νεκύων ἀμενηνὰ κάρηνα, le teste senza forza dei morti), nessuno potrà ricavare un senso qualsiasi dalla massa di materiali nel computer e nel cloud (ancora, se dicessi ‘nella nuvola’, pensereste che ho bevuto o fumato qualcosa di forte, prima di decedere), e tutti i miei appunti, pensieri, abbozzi, inediti, rimarranno tali, svaniranno come se non fossero mai esistiti. Fare le cose alla meno peggio, non avere disciplina, lasciare tutto in uno stato indefinito che si definisce work in progress (significa soltanto che uno è pigro e inconcludente), può avere conseguenze devastanti, se desideriamo che qualcosa rimanga dopo di noi. Baruch Spinoza, per dire, morì giovane, ma lasciò in perfetto ordine un’opera da pubblicare, manoscritti e corrispondenza nel suo scrittoio chiuso a chiave; i suoi amici poterono editare e mettere meticolosamente a stampa un libro come l’Ethica e tutto il materiale nel giro di otto-nove mesi. Trecentoquaranta anni fa.

Se c’è una consolazione alle dolorose incombenze che seguono un decesso, cioè al chiudere tutto quello che è rimasto aperto nella vita di un uomo (oltre alle finestre di Chrome), dal contratto per acqua e gas agli affetti più profondi e duraturi, è che non sarò IO a occuparmene.

E riguardo alle domande che non si può fare a meno di porre a se stessi, mentre si è in vita, avrei poco da dire. È come se mancasse lo stimolo, l’urgenza, perfino l’interesse dell’interrogazione. Suppongo che sia il primo effetto di questo scendere di livello, da cosa viva a sostanza inerte.

Resta qualcosa di vivo, dopo che il corpo ha cessato di funzionare e si decompone? (Non si intende qui ‘vita’ in un’accezione univocamente materialistica, su cui tra l’altro non pare ci sia molto accordo tra specialisti.) Un’identità personale, la mente, la coscienza di sé, qualcosa insomma variamente descritto dagli antichi come anima? E se qualcosa sopravvive in un qualche aldilà, o si reincarna aldiqua in un qualche altro organismo, hanno peso le nostre azioni in vita? Il tipo di essere umano che siamo stati?

VITA s. f. [dal lat. vita] 1. Forza attiva propria degli esseri animali e vegetali, in virtù della quale essi sono in grado di muoversi, reagire agli stimoli ambientali, conservare e reintegrare la propria forma e costituzione e riprodurla in nuovi organismi simili a sé. (Contrapposto a MORTE, alla cui idea si richiama per associazione esplicita o implicita: togliersi la v., uccidersi, suicidarsi; simbolo di garanzia suprema insostituibile: sei tutta la mia v.!). 2. Ciclo di durata caratteristico di ogni specie animale e vegetale. Esistenza, tempo dell’esistenza (anche suscettibile di determinazioni rispetto alla società: v. monastica). 3. Modo in cui si vive in rapporto a speciali aspetti dell’esistenza: darsi alla bella, dolce, v.; v. da cani; ragazza di v. ; fare la v. (eufem. in riferimento alla prostituzione, alla miseria, al vizio). 4. Capacità, animazione operante riferita alle attività o manifestazioni del mondo spirituale e affettivo di un singolo, una collettività, una situazione, o della natura: un uomo pieno di v.; il congresso è il culmine della v. del partito; quel deejay è la v. della festa; Te beata, gridai per e felici Aure pregne di v. (Foscolo). 5. Quanto serve al sostentamento e al benessere degli uomini nel consorzio civile: guadagnarsi la v.. 6. La realtà, l’esperienza del mondo: guardare la v. in faccia. 7. Con riferimento alla sopravvivenza dell’anima: passare a miglior v.; v. eterna; Dio della v., ascoltaci.

E che ne posso sapere? Questi sono tuttavia interrogativi tormentosi: chiunque abbia perso una persona amata lo sa.

Così non so nemmeno se la morte dischiuda un livello accresciuto di coscienza, una comprensione superiore delle cose, un senso del tutto. A occhio e croce, direi di no. Morire non è uno sguardo che si leva dal corpo e sale, sale, ascende ad abbracciare tutto il mondo sotto di sé. Non posso conoscere i pensieri degli altri più di quanto lo potessi prima… eh, nemmeno IO so cosa pensare. Che si pensa in queste circostanze? Non saprei dirvi, mi dispiace, non mi è mai capitato prima.

Non so neanche quello che fanno ora gli altri, che cosa succede in città, in giro per il mondo. Nella mia casa. Sento il cane in entrata, abbaia, avrà fame, sete, paura, avrà sporcato il tappeto, si starà domandando perché non lo porto fuori, perché non mi faccio vivo. Eh… mi dispiace, cane: sono qui, non mi muovo, sono confinato in questo piccolo spazio, letto e comodino, ingombro della pila di libri che non riuscirò a leggere… beh, alcuni era già lì da anni, in attesa di essere aperti, chissà che c’è dentro, magari qualcosa che mi avrebbe cambiato la vita per sempre, non avrei dovuto procrastinare.

La temperatura del corpo è scesa di un bel po’, saranno una decina di gradi – un calo regolare, all’incirca uno per ogni ora dal decesso –, un’ipotermia già incompatibile con la vita umana… ah, già, mettere una copertina di lana sul letto non servirebbe a granché, e neanche un tè caldo – anche a poterlo fare, perchè non ne ho in casa, dovevo prenderlo al supermercato e mi è passato di mente. E che ne sarà del cane? Mi auguro che non segua il mio destino, dovrebbe sopravvivere finché non lo – mi – troveranno. Finirà in casa di mia sorella, povera bestia.

E che si dirà di me? Come mi ricorderanno? Come un tipo tutto sommato noioso, mi sa.

Restano le memorie del/lla trapassato/a, le sue opere, se ne ha, lettere, parole che ha detto, ma il riferimento alla persona via via sbiadisce.

Le lettere sono un caso emblematico dello sfilacciamento del ricordo nel mondo contemporaneo, perché per millenni ci siamo affidati agli epistolari per raffigurarci e ricostruire, spesso assai vivacemente, i tratti individuali e quotidiani di una personalità, il terreno dei suoi interessi, il tessuto delle relazioni; e oggi non si può più fare. Attorno agli inizi degli anni ’90 nessuno, IO compreso, ha più scritto lettere. È accaduto tutto d’un tratto, un paio d’anni al massimo. Le lettere sono state sostituite con le mail, che non sono la stessa cosa: provate a spedire una mail con un tocco di profumo, una ciocca di capelli, con il segno delle lacrime sulla carta increspata, la firma vergata con il proprio sangue! Sono cose che rimangono, che fanno colpo, se non si è completamente anaffettivi.

A onta della loro virtualmente perpetua riproducibilità, ovunque, comunque, le mail scompaiono più velocemente dell’obsolescenza delle memorie di massa. Al postino sono affidate ormai soltanto cartelle esattoriali, multe e bollette – la struttura concreta dei rapporti sociali –, quelle sì rimarranno su carta, e soltanto quelle, state tranquilli, quando anche i centoquaranta caratteri dei messaggi d’amore – e altre sovrastrutture – avranno vita più breve del tempo tra l’invio e la comparsa delle due spunte blu (checks in inglese, ma la notifica di lettura può essere disattivata: fatelo, per rispetto di quello che comunicate: un messaggio trova il suo significato, la sua perfezione, quando produce una reazione consapevole e riconoscibile nel destinatario, non automatismi).

Quando qualcuno/a muore, come è appena capitato a me, sopravvive e si fissa il suo ricordo in tutte le persone che lo/a hanno conosciuto/a, così che un giro di frasi, un’intonazione, un gesto, un atteggiamento, alcuni caratteri e azioni del/lla deceduto/a, rimangono e riappaiono in altri che sono venuti in contatto con lui/lei. In qualche modo la sua stessa vita, nell’accezione di esistenza, quale che sia stata, si estende e si sovrappone sulla vita di altri, talvolta assai a lungo. In questo senso l’assente rimane presente.

– Chissà poi che cosa davvero diranno di me? Non ci tengo a saperlo. Che si tengano i loro pensieri, anzi, meglio che non pensino proprio niente, i tanti altri, che comunque pensano difettosamente –

Finché a loro volta anche questi altri moriranno, e allora davvero si è consegnati al nulla.

E quanto alle azioni, parlando a stretto titolo personale, sono stato quello che sono stato, nessuno sforzo particolare, nessuna tempesta del volere, nessuna battaglia vinta o persa con me stesso. Azioni e atteggiamenti commendevoli: non ne rammento mica tanti… beh, si saranno anche stati, ho cercato di arrangiarmi con quello che mi sono trovato davanti ed essere gentile con il maggior numero possibile di persone (ripensandoci, con qualcuno è stato un po’ uno sforzo). Azioni riprovevoli… quelle le tengo bene a mente, ma permettete che le passi sotto silenzio. Non ne sono orgoglioso, ma sono state mie responsabilità.

Però… però devo far presente una cosa. Quando ancora mi occupavo di cose serie, non delle sciocchezze senza importanza che hanno pagato le ultime bollette, non ho esitato a stare dalla parte giusta, anche se quella scelta ha comportato la rovina della mia vita professionale. Allora, qualunque cosa accada a questo punto del mio corpo o di quel qualcosa che chiamo IO, IO rivendico di aver tenuto, almeno in una occasione, la schiena diritta davanti all’inevitabile, costasse quello che poi è costato. E in quel frangente, non ho esitato a rimanere insieme ai compagni del nostro piccolo gruppo di ricerca, condannato alla soppressione, anche quando mi fu offerta una comoda via d’uscita, e sarebbe bastato soltanto prendere una qualche distanza dai miei soci di lavoro e di sventura, un sottile distinguo, una nemmeno tanto strisciante ed esplicita sottomissione al potente, per differenziare i nostri destini. No, già sapevo. Anche persone in apparenza normalissime, responsabili, con la testa sulle spalle, magari gradevoli e ammodo, mutano in esseri cinici, amorali, opportunisti, imprevidenti, abietti, crudeli e criminali – in una parola, stupidi – se soltanto si arrangiano, per sorte o per intrigo, a conquistare una qualche risorsa, una cattedra, un’incarico dirigenziale – mica chissà cosa –, un po’ di potere sulla vita di altre persone, che diventano con ciò loro sottoposti, e quindi non c’erano illusioni da farsi. Così, scelsi di andare a fondo con la mia compagnia, invece di rubare di notte l’unica scialuppa e fuggirmene da solo, a fare altro, e nessuno me lo avrebbe rimproverato. Antropologia. Ma tutto questo è acqua da tempo passata, a nessuno interessa, e non mi ha mai dato gran conforto il sentimento di aver fatto la cosa giusta. In ogni caso, tenetelo a mente. Ci tengo.

A tirare le somme, questo dico: nessuno, che io sappia, nel lavoro e tra i amici e familiari, si è mai lamentato di me. È, credo, più di quanto possa dire di sé la maggior parte degli esseri umani. Ma che cosa questo comporti, appunto al di là di gradite o spiacevoli, durature o fugaci memorie di altri, ditemelo voi, che siete ancora vivi.

E questo è tutto quello che IO posso sapere. È poco, lo si deve ammettere. Il fatto è che gli effetti della nostra esistenza, del nostro cammino sulla terra, sono sottratti al volere, sono imprevedibili, ignoti a noi stessi. Misteriosi.

Allora, chissà, adesso sono soltanto il ricordo vivo di me stesso, mentre tutto quello che è IO – che è una parola, quindi una voce, quando va bene associata a un concetto, e termine di ragionamento e volizione, ma non sempre succede – tutto quello che è IO, si diceva, è restituito finalmente alla materia, da cui forse non si è mai separato. Finalmente: mai lo si è detto con tanta pienezza di significato. Forse, quando non mi ricorderò più di me stesso, e altri non si ricorderanno di me, semplicemente svanirò. IO dileguerà. Devo annotarlo nell’agenda, che non lo dimentichi: dovrò dileguare quando è tempo.

Non me ne dimenticherò, come, per disattenzione, è successo con l’appuntamento per l’ecocolordopplergrafia cardiaca a riposo, un esame prescritto dal mio medico due mesi fa, per cui l’ULSS ha comunque addebitato il ticket. Nella mia regione si paga il ticket anche per prestazione non erogate, come si dice, e il ticket è il più caro d’Italia. In questa regione la sanità pubblica è passata dal paternalismo dei tempi democristiani all’intimidazione delle correnti giunte verdeazzurronero. Retaggi asburgici.

Il mio medico, quando mi ha visto l’ultima volta, mi ha misurato la pressione e mi ha guardato un po’ di sguincio, come se subodorasse qualcosa di un qualche mio comportamento poco salutare e riprovevole (forse qualche finestra di Chrome lasciata aperta), o come se sapesse di me cose che io non sapevo, ed era meglio non sapessi. Questo atteggiamento di sufficiente superiorità mi dà immediatamente sui nervi, figuratevi da parte del mio medico, che pareva proprio trattenere di proposito informazioni o intuizioni altrimenti importantissime, di vita o di morte, è il caso di dire. Forse è stato il senso di irritazione con cui sono uscito dal suo ambulatorio, tenendo in mano le impegnative per esami imprevisti, cioè impreviste seccature, che mi ha fatto subito scordare la prenotazione dell’ecocolordopplergrafia, appena due settimane dopo. Eppure avevo messo il foglio del promemoria sul piano della scrivania, ancora è lì insieme ad altre carte. Non avrei davvero dovuto dimenticarmene, con il senno di poi. Adesso so dove portarmelo, il senno di poi.

Ma, si sa, anche morire oggi ha un certo prezzo, non è da tutti permetterselo. Sarà per questo che nascono sempre meno bambini. Questo impiccio dell’arresto cardiaco mi costerà, tra una balla e l’altra, almeno almeno dieci, quindicimila euro (escluse le tasse di successione sull’immobile di casa), e sono sicuro che mia sorella sceglierà per me le esequie più economiche, i fiori meno cari, la bara in legno di pino invece che noce. Beh, almeno è un tono chiaro di colore, che dà allegria.

Ma – Dio mio! – non oso neppure pensare ai discorsi che si faranno al funerale. L’epitaffio, l’orazione, l’eulogia degli amici, che di me non sanno quasi nulla, e non hanno mai capito una fava, o una mela sbucciata, come si diceva nel XIII secolo, o sono forse IO ad aver capito poco di loro. Gli amici… capita di averli, raramente si scelgono, e ho serie riserve sull’equilibrio mentale di alcuni di loro. Ci sarà anche il mio medico, lo so. Scuoterà la testa e penserà, e forse dirà a quelli intorno, che un po’ me la sono andata a cercare. Fatemi un ultimo favore: quel giorno, prendetevela comoda piuttosto, una bella passeggiata, andate al supermercato, godetevi un po’ di ferie, partite in viaggio.

Non ci saranno invece le mie donne, quelle che non ho più visto da trenta, quaranta, cinquant’anni, di cui conservo le lettere, quelle che non ho capito e a cui ho rovinato un pezzetto di vita, e che non sanno di essere le mie donne. Non sapranno nemmeno della mia morte, a meno di circostanze casuali e improbabili. Peccato, mi sarebbe piaciuto salutarle come si deve, chiedere perdono, perché è così difficile proteggere i propri cari, le persone che amiamo…

Ciao ciao, Anna G., stammi bene, almeno tu.

Poi ci sarà il trasporto nel cimitero della tomba di famiglia, in quel paesino tra Mantova e Cremona. Sì, perché non ho ovviamente pensato alle disposizioni testamentarie. Presumo che si procederà con la cremazione, per ragioni di costi e di ingombro, e sarà sufficiente mettere le ceneri nel bagagliaio della macchina, insieme al vaso dei fiori meno cari.

Ma IO avrei un ultimo desiderio, che nessuno esaudirà, ma di cui sento di avere in qualche modo diritto. Perché decomporsi al buio, nel chiuso di una cassa? A me piace l’aria aperta. Voglio che il mio corpo sia posto alla sommità di una torre del silenzio, o – dal momento che non è facile trovarne nelle immediate prossimità – su una piattaforma eretta in montagna, vicino a una colonia di avvoltoi. E lì attendere che gli avvoltoi scendano in lenta planata (sono animali che non hanno mai fretta) e facciano con me e di me quello che la natura li dispone a fare. Nelle Alpi Giulie ci sono alcune coppie nidificanti di grifoni. Neanche le ossa, la parte più dura di noi, sarebbero un problema, grazie al programma di reinserimento nelle Alpi dell’avvoltoio degli agnelli, che è il più grande e spettacolare rapace europeo e si ciba esclusivamente di midollo. Afferra con gli artigli le ossa – già spolpate dagli altri uccelli – della carcassa, le porta in alto e le fa precipitare su una rupe. Poi scende a consumare il ricavato delle frantumazioni.

Il costume dell’esposizione del cadavere agli uccelli e agli elementi è assai antico. È descritto nelle Storie di Erodoto: «si dice che il cadavere di un persiano sarebbe lacerato da un uccello… so con sicurezza che i magi fanno così, poichè lo fanno pubblicamente» (I.140).

E a proposito del far cadere le prede dall’alto, ricorderete l’aneddoto di Valerio Massimo, nel nono libro dei Detti e fatti memorabili, sull’uscita di scena “piuttosto involontaria” di Eschilo, degna di nota – si dice – per la sua stranezza: Eschilo si recò in Sicilia e se ne stava in un luogo soleggiato, fuori città. Un’aquila, che aveva ghermito una testuggine, scambiò la sommità della sua testa pelata e lucida per una pietra e vi scagliò sopra la preda, per ridurla in pezzi e cibarsi della carne.

Qui Valerio Massimo vuole sottolineare la superiorità drammaturgica dei calvi, che conoscono la tragedia della caduta dei capelli. Non sappiamo se l’aquila, di cui si deve apprezzare la straordinaria accuratezza di mira, riuscì nel suo proposito, dal momento che il cranio di Eschilo risultò evidentemente meno duro del carapace della testuggine. A Eschilo intanto il fato riservò una non banale morte; infarto e malattie degenerative sono invece destino di oi polloi.

Vi prego, rispettate il mio desiderio, quando disporrete del mio cadavere.

Sono tante le cose che non so. Ma questo IO so: i grandi uccelli da preda volano più alti delle nuvole, l’ho visto con i miei occhi e lo dice la Bibbia, nella traduzione dei Settanta: «l’uomo nasce al dolore come i giovani avvoltoi (νεοσσοὶ γυπὸς) volano nei luoghi alti», Job, V, 7.

Le preghiere degli uomini a essi affidate sono le uniche che arrivano alle orecchie di Dio.

2 pensieri su “Che cosa fare del mio cadavere (II)

  1. Originalissimii pensieri sulla fine. Ironici quanto basta, una consegna dell’uomo di oggi degna. di essere scolpita nella pietra. Altroché Chrome o cloud o altre vuotaggini effimere del nostro tempo. Trascrivo, a penna. Grazie.
    Ci vedremo là, forse.
    Annamaria Ferramosca

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