I Paesaggi piemontesi di Giuseppe Torelli

Paesaggi Torelli

Giuseppe Torelli fa parte di quella schiera di autori dell’Ottocento piemontese che poca fortuna ha riscosso presso l’editoria del nostro e del secolo precedente. Tuttavia non è scrittore da dimenticare se anche Italo Calvino vide nell’Emiliano un romanzo degno d’essere inserito tra le “Centopagine”. Torelli nasce nel 1816 a Recetto (Novara), ma trascorre l’infanzia in Valsesia, nel convitto di Doccio. Orfano a nove anni di entrambi i genitori, studia medicina a Vercelli, seguendo le orme paterne. Scrive, a Novara, sull’“Iride” di Angelo Brofferio. Collabora e dirige importanti riviste, siglando sovente gli scritti con lo pseudonimo (che mantiene per quasi tutta la produzione) di Ciro d’Arco. Amico di Massimo d’Azeglio, ne diviene segretario e di lui cura, postumi, I miei ricordi. Dal 1852 al 1856 dirige la “Gazzetta Piemontese” (la futura “Gazzetta Ufficiale”) sulle pagine della quale pubblica racconti e descrizioni paesaggistiche confluite poi nel volume Paesaggi e profili (Le Monnier 1861). Deputato nel 1860 e nell’anno successivo, trascorre gli ultimi anni a Torino dove si spegne nel 1866.

Il volume di Interlinea (Paesaggi. Storia e leggende in Piemonte, presentazione di Giuseppe Zaccaria, Novara, Interlinea, 2010, pp. XXVI + 192, ill.) è la ristampa anastatica della prima sezione, dedicata ai ‘paesaggi’, dell’edizione Le Monnier del 1861 (il testo comprendeva i ‘profili’ di sette eterogenei intellettuali: Giulio Alberoni, Ludovico Castelvetro, George Gordon Byron, Baldassarre Castiglione, Benjamin Franklin, Carlo Goldoni, Carlo Innocenzo Frugoni; in calce era il racconto Ettore Santo). Il titolo Paesaggi – va detto – è ingannatore: non abbiamo semplici descrizioni, paesaggi di maniera, rappresentazioni del sublime. Certo c’è anche questo, sebbene spesso il descrittivismo romantico venga stemperato in «cadenze più piane e ‘normali’» (p. X), come scrive Zaccaria nel saggio introduttivo. I Paesaggi di Torelli si sviluppano in realtà lungo percorsi narrativi dove si intrecciano vicende di personaggi storici (dai Visconti ai Savoia), di uomini realmente esistiti ma i cui connotati sono stemperati nella leggenda (i Mazzarditi di Cannero), di personaggi di invenzione, alcuni dei quali tornano in diversi ‘paesaggi’: un Professore, un giovane irriverente di nome Antonio, il narratore «che appare tuttavia privo di una particolare identità narrativa» (p. XII); in questi testi il paesaggio, se a volte è protagonista, altre finisce per essere relegato sullo sfondo o risulta slacciato rispetto al filo narrativo che prende piede in maniera dominante. In questo senso il sottotitolo redazionale ‘storia e leggende’ offre una più precisa indicazione di ciò che si troverà sfogliando le pagine di Torelli.

La descrizione ben fatta, sorretta da una scrittura nitida e scorrevole, compiace il lettore che ama vedere rappresentati i propri luoghi: gli abitanti di Cannobio trovano un’attraente raffigurazione dell’Orrido di Sant’Anna, la forra di 25 metri scavata dal torrente Cannobino, qui assunta a cifra del sublime e della grandiosità del paesaggio naturale. I canneresi si inorgogliscono a veder ritratti i loro castelli (I castelli di Cannero), i cui ruderi rappresentano uno – tra tanti – degli spettacoli più affascinanti del Lago Maggiore. Per gli aronesi c’è il San Carlone (La statua di san Carlo Borromeo) dominante la città dalla sua imponente altezza. Per gli abitanti dell’altro lago, il fratello minore, il lago d’Orta, c’è La Madonna del Sasso, ma c’è anche un po’ d’Orta e po’ dell’Isola di san Giulio. La Valsesia è toccata di striscio: c’è il rifugio Sottile (L’ospizio di Valdobbia) sul colle Valdobbia, che mette in comunicazione la valle di Gressoney con la Valvogna e la Valsesia, e c’è il giro attorno al Rosa (Il Monte Rosa), con gli accenni alle ascese di Giovanni Gnifetti. Per il vercellese c’è La foresta di Rovasenda e per Torino la rievocazione di luoghi che non esistono più e non erano neppure al tempo di Torelli: vie, piazze, palazzi in La via Bellezia. La peste di Torino nel 1630; il cinquecentesco castello del Viboccone, (il Palazzo delle delizie distrutto nell’assedio francese del 1706), e il Regio Parco, sostituito, a partire dagli anni ’30 dell’Ottocento, dalla costruzione del Cimitero Monumentale (Cimitero e Parco. Torino dugento cinquant’anni fa). Per Novara, infine, c’è Il Castello di Novara: non come appare oggi, ma in uno dei momenti di massimo splendore, quando da poco (1468) Galeazzo Maria Sforza ha intrapreso imponenti opere di ristrutturazione per renderlo inespugnabile: purtroppo non fu così, perché nel giro di venticinque anni il castello fu occupato dai francesi di Carlo VIII. Era il 1495.

Ecco che da spunti paesaggistici, ove i luoghi descritti sono sorprendentemente uguali all’oggi o, a volte, affatto differenti, Torelli ci introduce nella storia, non attraverso aridi excursus, ma ricorrendo a divertenti e ironiche vicende che fanno riflettere su vizi e virtù dell’uomo e sulle asprezze della vita, in ogni tempo identici: dall’invidia (in La statua di san Carlo Borromeo ma anche nell’episodio dello scontro tra i poeti Murtola e Marino in Cimitero e Parco) alla paura nei momenti di pericolo, dalle atrocità della guerra alle ingiustizie della storia. Ecco che il lettore di questo libro non è solo l’appassionato di storia locale, ma anche il lettore curioso, alla ricerca, sempre, del vivido spirito che dice sulla vita qualcosa di più, quel tratto che non ancora conoscevamo. Torelli lo fa descrivendo e narrando, e nel farlo strizza l’occhio al lettore: la sottile ed elegante vena ironica che percorre le sue pagine mostra in filigrana la scrittura non innocente che le sostiene. Un solo esempio: in Torelli c’è molto Manzoni, e nei modi della descrizione e nei temi della narrazione (I castelli di Cannero è per certi versi un Promessi sposi in miniatura, con tutta un’altra ideologia; in La via Bellezia c’è la peste del 1630). Inutile tuttavia dire che Torelli non è Manzoni, e che le considerazioni sulla storia (che nel lombardo sono notoriamente negative) risultano generiche nel piemontese, forse anche perché mancano, come protagonisti, i grandi oppressi dalla Storia, cioè gli umili. Non solo: vien meno, tra i personaggi, l’animo nobile (eccezion fatta per Giovanni Francesco Bellezia in La via Bellezia), sia esso del povero o del ricco, del filatore di seta o del cardinale. Nondimeno la presenza di Manzoni è indiscutibile, ma Torelli guarda all’autore dei Promessi sposi con un gran sorriso sulle labbra che invita il lettore, proprio a fronte di evidenti riferimenti al modello, a riflettere sul testo e sulle vicende, affinché egli colga dell’esistenza gli aspetti più umoristici o grotteschi, per dar rilievo a quelli più alti e nobili.

«L’umorismo degli scapigliati piemontesi ha un precorritore in Giuseppe Torelli […] La sua opera costituisce un interessante capitolo della fortuna di Sterne al di qua delle Alpi» (p. VI), scrive Zaccaria nel saggio introduttivo che, dell’autore, evidenzia l’eclettismo coinvolgente diversi temi e istanze anche lontane tra loro: «l’umorismo, la ricostruzione storica, l’intento di educazione e divulgazione “popolare”» (p. XIX).

Il bello del libro di Torelli – anche se l’editoria è stata verso lui ingenerosa – è che ci mostra il valore di alcuni testi dei cosiddetti autori ‘minori’, ci immerge nella storia dei luoghi che amiamo, ci fa vivere delle avventure, invitandoci spesso a sorriderne. E questo non è mai un male.

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