Il capolavoro di Marino Magliani

di Riccardo Ferrazzi


Fra i lettori di Magliani ci sarà senz’altro chi non è d’accordo. Per esempio, chi ricorda la trama serrata di “Quattro giorni per non morire” o l’atmosfera indecifrabile di “Quella notte a Dolcedo” potrebbe sostenere – a buon diritto – che in quei due romanzi sia già presente il vertice della sua arte affabulatoria. E poi, perché parlare di capolavoro? Perbacco, non c’è già D’Orrico che grida al capolavoro ogni due per tre?
Ma il fatto è che da almeno trent’anni siamo invasi, sommersi, ingozzati da narrazioni mainstream, con solide trame e personaggi dal carattere individuato una volta per tutte (come le maschere della commedia dell’arte). Wilbur Smith ha cancellato James Joyce al punto di farci dimenticare che affabulazione è innanzitutto la capacità di tenere il lettore incollato alla pagina, non soltanto con avventure e colpi di scena, ma con quella “chiacchiera” che rende interessante qualunque fatto perché trasmette l’emozione. In queste circostanze, un libro come “L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi”, che Marino Magliani pubblica nella collana “quisiscrivemale” (!) di Exorma Edizioni, prende tutta l’aria di una provocazione. Ecco perché è un capolavoro.
Ma che libro è? Un’autobiografia? Una lunga lettera a un perduto amore di gioventù? Una meditazione sul senso della vita? Il diario di un vagabondaggio randagio, un genere nel quale Magliani si è già esercitato, per esempio con “Soggiorno a Zeewik” e “Il canale bracco”?
Sarebbe facile rispondere che “L’esilio dei moscerini” è tutte queste cose, e altro ancora. In realtà, questo libro è una rivoluzione che finalmente ci riavvicina al concetto di letteratura.
Nella penna di Magliani (o nei tasti del suo computer) ritrovano senso gli accadimenti minimi della vita, le prime sigarette, i richiami che imitano lo zirlo dei tordi, ma soprattutto le occasioni perdute. Le cose che, quando accaddero, non considerammo importanti e che oggi, guardate a ritroso, assumono la misteriosa importanza di sliding doors.
Nel rievocare le occasioni perdute del nostro passato non si può fare a meno di pensare a Rimbaud (Oisive jeunesse à tout asservie/Par délicatesse j’ai perdu ma vie). Che vita avremmo vissuto se avessimo saputo cogliere i messaggi muti negli occhi di una donna? Perché non ce ne siamo accorti? Perché non abbiamo avuto il coraggio di farci avanti? Per inadeguatezza, per inesperienza, per mancanza di carattere. Per delicatezza, appunto. E avremo per sempre la sensazione di aver mancato un appuntamento col destino. Soffriremo per l’inappagata voglia di vivere la grande avventura, quella che abbiamo rincorso fra Aden e Massaua (come Rimbaud) o nella Pampa e in Costa Brava (come Magliani). Non l’abbiamo trovata. Ma non sappiamo ancora, e non sapremo mai, se ci è mancata la forza di carattere o se abbiamo cercato nei posti sbagliati.
Ora che la sabbia nella clessidra sta per finire, torniamo nei luoghi da dove siamo partiti, facciamo il consuntivo di ciò che abbiamo ricavato dalle nostre odissee, e ci accorgiamo che tutto si riduce al ricordo, ai fatti e alle immagini che ci sembravano segni premonitori di un futuro diverso, al tempo che abbiamo gettato via rincorrendo idee balorde, alle tragedie che ci hanno toccato.
Per tutto il libro, sottintese o apertamente pronunciate, ricorrono le parole-chiave: melanconia (l’umore nero secreto dagli organi interni ed evidenziato dalla cispa sugli occhi); nostalgia (il malessere generato dal desiderio di tornare nel luogo di origine); saudade (il sogno/bisogno di un luogo sconosciuto, dove non si è mai stati, o dove forse si è vissuto in una vita precedente). Sfumature di una stessa sostanza, declinazioni del male di vivere quando prende l’aspetto del luogo in cui ci troviamo e qualcosa ci dice che dobbiamo andarcene.
Una volta di più, questo è il motivo per cui il libro di Magliani è un capolavoro: perché attraverso un sentimento liquido e mutevole raggiunge una verità universale e necessaria. Davvero, come dice Amleto, ci sono cose tra terra e cielo che la filosofia non può spiegare. Ci riesce la letteratura, qualche volta.

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