Marino Magliani, L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi

di Roberto Plevano

Al suo ultimo lavoro – L’esilio dei moscerini danzanti, Exòrma 2017. Si esita a chiamarlo romanzo: mescola memoir, appunti di viaggio, riflessioni morali, colloqui e fili narrativi disparati; ma il progetto è unitario e coerente – Marino Magliani ha dato un titolo che richiama certe composizioni orientali. La sua curiosità botanica ed entomologica (che è aspetto della curiosità generale indispensabile all’esistenza) si è posata questa volta su una specie di Chironòmidi originari del Giappone e delle isole del Pacifico, che ha colonizzato a partire dagli anni ’60 le coste dell’Europa del Nord. Il loro volo sulle alghe spiaggiate, la danza, è, rimugina Magliani, forse il ricordo del grande viaggio dalle Hawaii, il loro esilio. È anche un balletto di morte, perché diventano così facile preda di altri animali: di moscerini danzanti ce ne sono nuvole. Vivono attorno alle alghe, o nei luoghi anfibi dove la sera si radunano i gabbiani. E c’è forse qui un destino.

I moscerini sono piccole creature; questo libro invece è un capitolo di un’opera grande, a cui Magliani si è dedicato dal momento in cui è approdato a quel lembo di terra olandese che ricorda “in maniera inquietante” la provincia di Imperia, “appendice di quel corpo piegato davanti al mare, cui danno il nome di Liguria”, come scriveva in Soggiorno a Zeewijk (Amos edizioni 2014). Dal momento quindi dell’esilio, appunto. In questa lontananza – ma tutto poi è distanza –, l’uomo toccato dalla fortuna inizia a dire le parole giuste, costruisce passato e presente in forme riconoscibili e comunicabili, le cuce insieme alle storie di altri, ne fa mitologia. Vive autenticamente, e risplende.

È una cosa un po’ paradossale: frapponendo spazio e tempo tra il se stesso di adesso e il se stesso di tempo fa, non solo si ha una visione d’insieme che prima mancava, ma anche il remoto dettaglio particolare si rivela nitido, si compie, insieme al rammarico per il suo essere scivolato via. Così il tempo sembra rivelare una natura di illusione, e lo spazio impensabili sovrapposizioni. Ecco una riflessione fatta ancora in Soggiorno a Zeewijk, e che occorre richiamare, non tanto per comprendere questo nuovo libro, che è perfettamente finito in sé, ma per acquistare consapevolezza di lettori.

Quale lettore ha in mente Magliani? Quello che desidera farsi intrattenere da un raccontare fatto bene, con tutti i trucchi del racconto come si deve? Attraverso la sua prosa delicata, controllata, così naturale, Magliani è il palombaro che porta a galla l’umano fondo delle esperienze di ciascuno, pare il costruttore di ponti tra gli andirivieni spazio-temporali del protagonista, popolati di persone e oggetti, e gli andirivieni propri del lettore. E questo succede fin dalle prime pagine de L’esilio, con le mosche sterminate da una zia che viveva in Francia, i talitri, il bosco olandese di specie arboree allogene, la poiana abbattuta. E il personaggio pudicamente chiamato lei, non colta possibilità di un’altra vita. Magliani insomma suscita nel lettore l’impressione che se le esperienze da lui lette in queste pagine sono così vive, allora anche le sue stesse esperienze attendono di tornare alla luce, di trovare un significato in quel modo peculiare che soltanto la letteratura permette. Anzi, deposto il libro sul tavolino, non si potrà fare a meno di condividere con lo scrittore queste fondamentali verità. Sai, non posso continuare a ignorare quell’estate…

Il racconto, autobiografico, ma forse no, viene da un io che da tanti anni vive in Olanda ed è scrittore e traduttore. Riprende il corso di altri libri di Magliani – sappiamo ormai che si tratta della sua originale, organica Recherche, entro cui siamo invitati. Vi si ritrova il tono così personale di Magliani, quasi un invito alla confidenza tra lui e chiunque apra la pagina, nella scoperta dei minuscoli tesori nascosti in una rievocazione – il profilo lontano della Corsica che emerge dalle brume, incontri con amici di venti, trent’anni prima, il desiderio di rinnovare antiche consuetudini e l’imbarazzo dell’abisso dl tempo intercorso, la spiaggia dell’infanzia: le cose che si risentono nel brusio del mare, panini al pomodoro, sporchi di sabbia, da mangiare sulla riva, sulla pelle il sapore di chi non sa nuotare, l’acqua fino al ginocchio per almeno venti passi, poi era il grido di mia madre: in là no!

È una voce pacata – non pacificata. Usa la sottile ironia di chi ha visto tanto e sa che la meraviglia può attendere dietro un angolo, e anche i silenzi e gli sguardi intensi di stupore e paure sconosciute del bambino. Ecco, il bambino. Appare nelle pagine, si chiama Gregorio, o Gregorius, il nome scricchiolante che viene dalla Liguria dei muri e portici, dalle valli da cui si scende, le rocce e i rovi, la durezza del collegio, passa per la lettura di Biamonti, e chissà cos’altro. Il bambino dice poco; se ride, non è felicità. Tanta pietà per il bambino rimasto a Mondovì.

“Oggi vedo scrittori che si buttano con rabbia nel bel mezzo della mischia, della lotta, della carneficina, del saccheggio (avec rage dans la mêlée, le combat, le carnage, le saccage). Non amo questo tipo di letteratura, preferisco la contemplazione”. Così Biamonti, poco prima di morire. Osservazioni di questo genere aiutano, credo, a collocare Magliani in un solco preciso della letteratura contemporanea – pur con tutte le difficoltà di farsi un’idea plausibile di quali siano i caratteri della letteratura italiana dopo la generazione di Calvino e Pasolini. L’io che parla dalle pagine dei libri di Magliani, e così nitidamente ne L’esilio, è parente di Tabucchi (e come Tabucchi è uno scrittore italiano fuori d’Italia), fa venire in mente scrittori diversi come Sciascia e Buzzati, si misura con il Pirandello delle novelle. Ricerca e coltiva la saggezza antica dello stare al mondo come arte che richiede misura, trattenimento, pazienza, capacità di imparare dalla terra, di scoprire, magari per caso, una qualche verità. La confidenza al lettore di chi dice ‘vediamo come si possa stare un po’ meno male’, invece che ‘vediamo di spaccare tutto’. L’io è maliconico, non può stare fermo, scrive della sua inquietudine e delle rare tranquillità, ne ha viste molte e gode talvolta della piccola grazia di comprendere. Gli è estranea la retorica dell’esasperazione, del grido recriminatorio, del sarcasmo.

È un io preso nei labirinti delle lingue. La lingua serve prima di tutto a distinguere i sogni. È il dialetto, l’ho ammesso, la lingua in cui per la prima volta ho sognato le parole. I luoghi indicano il motivo per cui si sono guadagnati quel nome. Il bambino Marino – Gregorio? – impara presto il doppio registro del ligure e dell’italiano corrente, parlato da chi vive in città. Sono le fratture sociali e culturali che toccano le relazioni più intime. E lei, vista da bambina sulla spiaggia riservata ai villeggianti, e poi compagna di scuola, presenza assente nella vita di un ragazzo negli anni cruciali del divenire uomo (ma non adulto, non ancora), a cui si ritorna con il pensiero. Con lei il ricordo torna all’infanzia, si dilunga sulle sigarette scroccate a lei da adolescente, ma è riservato sull’historieta, più tardi, quando uno strano scherzo del tempo mette i due di fronte, lui con il suo spagnolo da strada, lei con la libresca filologia ispanica. Lingua imparata da grandi, che li mette sullo stesso terreno, ma provvisoriamente, in una vacanza dai cammini divergenti, stranieri nella loro Liguria.

I cammini come i sentieri che il giovane protagonista – Gregorio? – si apre sulle terrazze divenute roveti, passaggi nell’incuria e nell’abbandono del passato, passaggi tracciati dove la vita incolta si reimpossessa della terra. Dove magari si trova una falce arrugginita, una bottiglia dimenticata, tracce di altri venuti prima di noi. Dove si scrive di rovi, di sabbia, di salso.

Ci sono, rari, libri che restano. L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi è un prodigio di equilibrio e misura, suggerisce piano piano le domande che non si possono ignorare, quello che davvero conta nella somma complessiva degli avvenimenti di una vita, l’intelligenza emotiva, di affetti, che usiamo ogni volta che siamo esseri umani: bisognava capire una cosa, non lasciarla accadere.

La malinconia del distacco – che non è distaccata malinconia, anzi – raccontata ne L’esilio tocca, commuove. Chi non si è arrovellato sulle parole che un giorno non è riuscito a dire, per timidezza, per discrezione, per un senso di sconvenienza? Le occasioni passate (ma forse non è l’espressione giusta) sono la sostanza propria della vita: la vita è anche rammarico, si intreccia con l’oscurità, il ricordo è rimorso, desvivere. E poi viene un uomo come Magliani, col suo libro, a scuoterci, a farcene ricordare, a stupirci.

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