Mute voci mute, di Rodolfo di Biasio


di Domenico Vuoto

In cosa consiste la moralità della parola letteraria, se non nell’obbligo dell’esattezza, dell’assenza di compiacimento, della ricerca inesausta di un ordine (e dunque di un senso e della memoria che lo custodisca) nel caos e nel deperimento verbale ed etico che assediano la nostra esistenza quotidiana?

A tale obbligo obbediscono le opere in prosa e in versi di Rodolfo di Biasio. L’ultima sua fatica letteraria è un poemetto uscito ai primi di quest’anno 2017 nelle edizioni Ghenomena e scandito in tre brevi tempi o sezioni. Vi figura la riproposizione di versi di passate raccolte insieme a una serie di poesie di recente concepimento. Il titolo, Mute voci mute, di forte suggestione espressiva, anticipa già di per sé la materia dolorosa e struggente che trova eco – e puntuale svolgimento − nelle tre piccole sezioni, significativamente intitolate: La guerra, La fame, La peste.

Sappiamo (anche perché ce ne dà conto l’autore nella breve nota autografa che chiude il poemetto) che Rodolfo Di Biasio, oltre che profondere energie e passione nella scrittura, si è dedicato con impegno e professionalità all’insegnamento. Il racconto della storia, “del dolore della storia” e della sua terribilità, ha costituito una  parte fondamentale del suo lavoro educativo al quale hanno corrisposto, e ancora corrispondono, la stima e l’affetto dei suoi allievi.

La sconfortata presa d’atto dei disastri della storia, delle odierne violente mutazioni antropologiche, la visione di un’umanità pressoché irredimibile nella sua vocazione distruttiva e autodistruttiva caratterizza il poemetto che si apre con le immagini della barbarie della guerra vista (sarebbe più esatto dire: vissuta in tutta la sua orrorifica essenza) da un bambino. In una mia precedente testimonianza sull’opera di Rodolfo Di Biasio ne ho citato i versi iniziali, parte di una passata raccolta e qui incipit della sezione intitolata appunto La guerra, dove l’esperienza bellica penetra nell’animo infantile acquistando il senso di una spaventevole iniziazione alla vita, di una prima (incancellabile) cognizione del dolore; mi piace citarla ancora una volta a memento e quale confessione di una ferita nell’animo del poeta che il tempo, il trascorrere del tempo, nonostante i momenti di serenità e piacevolezza, non riesce a medicare: La mia scoperta del mondo / è legata ad una ragnatela di morte / che la Guerra, ai bimbi / si addice la maiuscola, / mi tesseva nei giorni / una stagione che mi cucì addosso / una seconda pelle di malinconia / mi velò il sorriso degli occhi / mi curvò le spalle / Il suo vento la sua furia ancora / s’accanisce a farmi tristi / nei giorni, nei miei giorni tutti, / le cose belle della vita /.

E più in là, in uno slancio teso alla ricerca di una tregua nel ricordo delle morti e devastazioni morali e materiali provocate dagli eventi bellici: Di voi e di noi / che in cammino tentiamo / l’approdo che ci preservi / l’oasi di quiete albe / di sicuri tramonti / Si faccia smemorato / il nostro sonno / Ci addormenti in pace / il respiro dei figli / dalla stanza accanto /.

Sono versi, come già detto, di una passata stagione poetica, e tuttavia di straordinaria attualità. Ci viene fatto di pensare alla morte fisica e interiore delle migliaia di bambini in teatri di guerra dove “la pietà l’è morta”: la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan, per citarne alcuni. Ugualmente attuale l’incipit della sezione Fame: Vengo da un tempo / in cui non ebbi / la mia porzione di carne e di latte / Vedevo negli occhi di mia madre / la pena per i figli /. Così come di Peste nel suo senso traslato: La peste è dell’anima / vi si annida / vi scava purulenti anfratti / e apre a un tempo malcerto / Né giunge a segno / la parola salvifica/.

Dalle esemplificazioni qui riportate si può agevolmente risalire alla peculiarità della poesia di Rodolfo Di Biasio e considerare quanto si addica alla sua scrittura ciò che ho chiamato moralità della parola. Una parola che nell’autore di Mute voci mute si segnala per un’essenzialità e un’asciuttezza prossime alla scarnificazione, dove non c’è posto per lenocini, orpelli, afflizioni e lacrimazioni autoreferenziali che rendono facilmente “digeribile” tanta poesia lirica di oggi. Né, tantomeno, la premeditata (e ostentata) oscurità di altra poesia. La parola poetica di Rodolfo Di Biasio trova in sé, nel suo essere schietta e schiva, la propria necessità di canto, oltre che la forza di una requisitoria rivolta all’imbestiamento umano e alle sue luttuose conseguenze. A questa materia aspra il poeta non oppone l’indifferenza del cuore né i calcolati distanziamenti della ragione: sottesa ai suoi versi c’è quella lui chiama, e il lettore partecipe riscontra nella sua pienezza, una “laica dolente meditazione”, intrisa di compassione, sulla sofferenza del mondo.

Rodolfo Di Biasio

Mute voci mute

Ghenomena 2017

Euro 8.00   

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