Metafore, teatri della memoria ed effetti di nebbia nell’Isola del giorno prima di Umberto Eco (seconda parte)

WUNDERKAMMER

Il Serraglio degli Stupori, Il Labirinto del Mondo, sono tra i primi capitoli del romanzo; titoli significativi, preludio a vicende da riunire sotto la rubrica dello stupore ma anche dello smarrimento, non solo indotto dallo straordinario spettacolo offerto da quella sorta di Wunderkammern che si incontrano sulla nave, ma suscitato pure dai discorsi e dalle idee di Saint-Savin (e in parte anche del signor di Salazar e del signor della Saletta): pirroniano proveniente da Parigi, incontra per la prima volta Roberto alla mensa di Toiras, comandante della guarnigione di Casale. Assieme a padre Emanuele, Saint-Savin, maestro di filosofia e di vita, è tre le principali figure di riferimento per il giovane de la Grive. La dottrina che offre è un annuncio carnevalesco, palesando egli che di ogni cosa, passata sotto la lente dello scetticismo, si possono dare molte sfaccettature. Consiglia Roberto, lo invita a godere oggi qualsiasi dono la vita possa offrirgli perché “l’anima muore col corpo. E dunque andate alla morte dopo aver gustato la vita” (p. 57). “Educato ai primi dubbi” (p. 58), il giovane non esita perciò a seguire il pirroniano in ragionamenti che in qualche modo lo meravigliano, invitandolo a “rompere coi pregiudizi e [a] scoprire la ragione naturale delle cose” (p. 75); e se ogni idea – sia essa l’immortalità dell’anima o la casualità della vita – è sostenuta con vivaci dimostrazioni intessute di frasi provocatorie, come queste pronunciate durante il pungente scambio di battute con l’abate:

La prima qualità di un onest’uomo è il disprezzo della religione, che ci vuole timorosi della cosa più naturale del mondo, che è la morte, odiatori dell’unica cosa bella che il destino ci ha dato, che è la vita, e aspiranti a un cielo dove di eterna beatitudine vivono solo i pianeti, che non godono né di premi né di condanne, ma del loro moto eterno, nelle braccia del vuoto (p. 57);

è pur vero che le punzecchiature di Saint-Savin sovente non hanno altro fine che quello di provare la tenuta dei suoi attacchi:

“Voi non credete a quel che dite.”

“Ebbene no. Quasi mai. Ma il filosofo è come il poeta. Quest’ultimo compone lettere ideali per una sua ninfa ideale, solo per scandagliare grazie alla parola i recessi della passione. Il filosofo mette alla prova la freddezza del suo sguardo, per vedere sino a qual segno si possa intaccare la roccaforte della bacchettoneria (p. 80).

E poi, accanto a padre Emanuele e a Saint-Savin, altri ‘maestri’ ancora, durante il soggiorno casalese, avvicinano l’imberbe de la Grive: sono il signor della Saletta e il signor di Salazar che, da ottimi ‘cortegiani’, danno per dottrina che compito del linguaggio è quello di sostanziare L’Arte di Prudenza (tale è il titolo del capitolo XI), ovvero quella capacità di saper dominare con la parola i rapporti con chi è più potente, con i pari, e anche con gli inferiori, perché “nei saloni della corte, un buon punto ottenuto nella conversazione sarà più fruttuoso che un buon assalto in battaglia” (p. 106). Per questo, spiegano Saletta e Salazar, ricalcando gli insegnamenti di Baltasar Gracián, Torquato Accetto e Baldesar Castiglione, occorre imparare l’arte della dissimulazione, un’àncora a cui appigliarsi nell’insidioso mare delle buone maniere.

Tali insegnamenti, Roberto li apprende con coscienza, senza che nessuno diventi per lui un privilegiato punto di riferimento, perché, in un certo senso, tutti li piega a servire la figura retorica che domina il romanzo e l’intera cultura barocca. Si è detto che la catena di metafore generabile dalla macchina di padre Emanuele assomiglia molto alla catena di interpretanti teorizzata da Peirce. La constatazione ci spinge allora a tentare un confronto fra le teorie espresse in Lector in fabula e i risultati che Roberto ottiene adoperando gli strumenti a esso offerti dai suoi maestri. La disambiguazione di un testo consiste nell’attualizzare i dati che esso ostenta oppure nasconde; il lettore ascende a occupare la posizione di Lettore Modello se aiuta il testo a ‘completarsi’, in quanto quest’ultimo

è […] intessuto di spazi bianchi, di interstizi da riempire. E chi lo ha emesso prevedeva che essi fossero riempiti e li ha lasciati bianchi per due ragioni. Anzitutto perché un testo è un meccanismo pigro […]. E in secondo luogo perché, via via che passa dalla funzione didascalica a quella estetica, un testo vuole lasciare al lettore l’iniziativa interpretativa.[1]

***

[1] Umberto Eco, Lector in fabula, Milano, Bompiani, 1979, p. 52.

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