I gelsomini dell’azzurro, di Nadia Campana


Poesie di Nadia Campana tratte da “Verso la mente”, Raffaelli Editore.

Misura la voce
I
Stagione agli estremi della sera
arrossire tutta in una collina inesistente
ma vera per me che nascevo
con cumuli di nubi notturne
e nascevamo insieme e mi somigliavo
facendomi diventare chiacchiera interminabile
perché sapevo di più
amata stasi io.
Immediata io alto
non volendo esser solo
un’occasione vaga.
Troppo doversi amare troppo
doversi pensare amami tu
prendimi corpo felice
baffo placido zompa carezza
scappa un’altra volta
voce di animale parla per me.

II
I gelsomini dell’azzurro
fioriscono per vendetta
sfigurando l’ombra spettrale
che risucchia gridando il giorno
le sue qualità in forme
spaurite e pure sotto il rombo dell’aereo
sotto il meridiano
chissadove in un’ampolla
moltitudine di elitre
si calcolano:
mi pensa la rosa che è chiusa
mi pensa la paglia inumidita di più
stretta mi attende tranquilla la tana
che scava rintocchi intorno
alla bocca del pozzo premendo le sponde
nel fosso chissà cosa ritrovo.

Guardiamo dalla cima del monte
il filo di calma che è nato
del mio petto tu conti ogni grano
e ogni cuore si prende di colpo
il suo tempo: un amore
è tornato e si è accorto
il suo disco ci copre.
Adesso tu devi guardarmi
per quella collana di sì
nella mia pelle che apre
la piana la strada
e i fondi della notte
i centesimi della sete.

Ho fatto un grande sogno ma non ne ricordo
niente babbo amiamo le teste bruciate
dell’amore ma non la misericordia e
i chiodi come coltelli di gelosia
tra poco cadrà la strada su di te
spergiuro sulla mia infanzia scrivo
lettere, se non mi dai da mangiare
i capelli mi diventeranno come crine
e come un fucile. Notte di lupi
sprangare l’angelo del vento
qui è la piega
dove non sarà nuovo morire

Il trono altissimo
I
scaglia la lingua cresciuta
in un’unica giornata cruda
spasima il disastro giusto
figlio dell’aria
chiamando il lavorare
un libro sottile.
taglia la testa dei doveri
senza eco e senza natale
è il tempo di arrendersi al contagio
covato dalle solitudini
disarmarsi per le ferite
per fili e paglia
bruciando nell’arsura
l’avvertimento ricevuto
nell’atrio di stazione.

II
sciolgo l’appoggio
catturo un lume
sul pavimento sveglio l’incanto
coi segni, non
un trono che fluttua altissimo
né occhi abbacinati dal sole, ma
andare e venire
con la forza di una formica
percepire gli ulivi
avvolti nel silenzio
finché il mattino sciolga il suo bavaglio
e ci spinga alla stagione in piazza.

[su proposta di Barbara Pesaresi]

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