“Bruciare tutto” di Walter Siti. Un romanzo non tutto da bruciare, ma da dimenticare


di Maurizio Soldini

Appena terminata la lettura di Bruciare tutto di Walter Siti, le prime impressioni a caldo che viene voglia di condividere sono quelle che andrò a dire. Ma soprattutto ho avuto l’impressione di essere davanti, più che a un romanzo, a un instant book romanzato pieno di ideologia, frettolosità, approssimazione e superficialità da ogni punto di vista: linguistico, letterario, filosofico e così via.

Un romanzo che comunque si presenta con i tratti più che barocchi, direi addirittura manieristici e all’estrema potenza. Per linguaggio, forma, scarna – o meglio mancata – trama, storia confusa, affastellata e senza punti e linee di riferimento.

Quello che scandalizza di questo romanzo non è la narrazione della storia incentrata su un caso (inventato di sana pianta nel rispetto di una sana fiction, come espressamente sottolineato dall’Autore) di pedofilia. Come ci si potrebbe scandalizzare di quanto avviene anche nella realtà? È come se ci si scandalizzasse di omicidi o quant’altro narrati in tante altre storie e romanzi. Così come non ci si scandalizza ormai più di un linguaggio, usato anche in letteratura, dai toni e da un verbo più che espliciti, a rasentare l’involgarimento più rude del dire e del descrivere. Ma è proprio necessario scendere nei minimi termini di una analitica della descrizione? Perché la letteratura deve scimmiottare il metodo della scienza che ha il vezzo suo proprio dell’analisi?

Oggi, infatti, in pochi, tra gli scrittori, seguono il magistero manzoniano di quando, nei Promessi Sposi,  il buon Alessandro, arrivato al clou della storia della monaca di Monza, scrive la frase “La sventurata rispose” seguita da un punto e da un a capo, là dove vi è di tutto e di più di quanto possano dire le parole, anche più dure e crude e esplicite, sulla scia di un linguaggio ultra-naturalista (stavo per scrivere ultra-naturista) che lascia il tempo che trova a discapito di quella fantasia che molto meglio può essere stimolata dall’allusione. Così fan quasi tutti (contrariamente al Manzoni), oggi. Così fa anche Walter Siti, forse spingendo ancor più il piede sull’acceleratore di un linguaggio esplicito dal volo più che basso. Ma questo non ci fa né caldo né freddo. Siamo adulti e vaccinati. Quello che invece lascia spaesati e sgomenti è la cattiva letteratura che traspare dalla lettura di questo romanzo, che come ho detto sopra ha un aspetto e un assetto barocco, manieristico, che è scritto in un linguaggio minimalista strano e straniante, che mi auguro nessuno, oggi e domani, faccia rientrare in un qualche canone letterario.

Per non parlare del fatto dell’infarcitura, tra le righe della narrazione, di pezzi tratti random dalla Bibbia e dal Magistero, come a dare la parvenza di serietà a fronte di tanta bassezza, nonché elucubrazioni di pseudo-morale, che mai nessun professore di filosofia morale potrebbe in qualche modo giustificare, per le distorsioni legate ad affermazioni che si legano a una petitio principii e che lasciano, pure, il tempo che trovano, come quando si afferma, nelle ultime battute del romanzo: “ecco il sacerdote perfetto, che ha condannato a morte un bambino per eccesso di morale”.

Insomma, questo romanzo sarebbe non “tutto da bruciare“, per fare il verso al titolo, perché comunque i roghi non sono mai ammessi e non si può accettare che i libri, come le persone, possano essere bruciati. E neppure messi all’indice, come si faceva in tempi di barbarie intellettuale. Ma che questo libro sia da dimenticare, nel senso che non è un buon prodotto letterario, lasciatemelo pur dire.

8 pensieri su ““Bruciare tutto” di Walter Siti. Un romanzo non tutto da bruciare, ma da dimenticare

  1. non l’ho letto e ben me ne guardo!. Vorrei però spezzare una lancia in favore di un Walter Siti ben diverso: quello del magnifico libro” La voce verticale” 52 liriche per un anno (Rizzoli)composto di commenti critico-poetici a poesie di ogni tempo.Confesso di non aver mai letto un libro di commenti di questo altissimo livello. Mi chiedo se una persona che raggiunge questi livelli nel commento di poesia percorra poi anche quella via “ripugnante” di cui sopra. Schizofrenia? Giuro che ci sono rimasta malissimo.

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  2. Francamente sono rimasta molto perplessa dalle parole di una poetessa del valore di Lucetta Frisa. Maurizio Soldini ha letto e recensito un romanzo che ritiene da dimenticare. Benissimo! E’ una sua opinione da rispettare ancor più perché al giorno d’oggi sono veramente pochi coloro che hanno il coraggio di parlar male di un libro. Ormai siamo di fronte al mercato delle recensioni, molto spesso se ne scrive qualcuna solo per compiacere l’autore al punto che ormai ci sono diverse riviste che non le accolgono più. Dunque, ahinoi, la figura del critico letterario sta perdendo sempre più peso. Per la qualcosa ciò che veramente dovrebbe contare sono i lettori in primis. Bisognerebbe leggere approfonditamente un libro che interessa e poi condividere o meno le riflessioni dell’uno o dell’altro. Non conosco Walter Siti e non azzardo alcun giudizio. Ma chi, al contrario, ne ha un parere positivo per quanto scritto in precedenza, non può dire: “mi guardo bene dal leggerlo” perché influenzata da una recensione negativa. Dovrebbe al contrario leggere e poi esprimere un giudizio. A questo dovrebbero servire le recensioni, mi pare. Acuire l’interesse per la lettura affinché il lettore possa poi arrivare a un parere autonomo.

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  3. Devo confessare, data la mia non conoscenza di questo scrittore e ottimo poeta da quanto sopra detto, che mi sono molto incuriosita. Non frequento i social perciò ignoravo la polemica molto accesa fra i pro e i contro sul romanzo. Prima di tutto mi sono documentata su quanto è stato scritto. La recensione di Soldini sposa quella del quotidiano “Il Foglio”: libro repellente etc. etc., altre invece, che non sto a citare, si esprimono in tutt’altra maniera. Il tema è scottante, certamente infelice e maldestra ‘l’ombra ferita’ di don Milani… Insomma ieri pomeriggio ho comprato il libro. Ho letto solo le prime pagine e il personaggio del giovane sacerdote don Leo mi pare messo a fuoco con perizia. Ma bisogna andare avanti nella lettura perché mi preme capire se si tratta veramente di un ‘operazione cinica e volgare, o se, come accade spesso, il falso moralismo della nostra Italietta porta sbrigativamente a censurare i libri scomodi. Lo stesso papa Francesco recentemente ha detto: “meglio i non credenti onesti che i credenti ipocriti”. Walter Siti è un non credente onesto? Vedremo, ma non ne scriverò. Terrò per me la mia opinione. Le polemiche sterili non mi interessano.

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  4. La mia recensione non sposa niente di quello che è stato scritto in altre recensioni, che non ho letto, come faccio di solito per non avere nessun tipo di influenza o parteggiamento a posteriori. Tantomeno col pezzo de Il Fatto Quotidiano. E ancora di più non condivido il termine repellente che a detta di Rosa Salvia avrei condiviso.
    Ancora. Il tema della pedofilia è una realtà. L’ho anche detto. E non mi scandalizzo.
    La mia nota non ha niente a che vedere neppure con la dimensione religiosa. E non ho chiamato in causa né Francesco né la morale cattolica. Per quanto riguarda la sfera religiosa, se proprio vogliamo, ho solo espresso qualche perplessità sul fatto che il romanzo è infarcito in malo modo con pezzi della Bibbia e del Magistero senza un filo rosso.
    Invece quello sul quale ho cercato di soffermarmi è stato il fatto di avere avuto un certo spaesamento davanti all’opera di per sé, dal punto di vista letterario tour court. Per il linguaggio adoperato e per altro. Il paragone con la monaca di Monza dovrebbe dire molto. Opera quella in oggetto che, pertanto, non ritengo d’arte e quindi opera da dimenticare. Lungi da me qualunque tipo di considerazione sull’Autore che non ho mai citato. Certo Siti, che conosco per avere letto altre sue opere, non è un campione dell’arte come tensione performativa a la Pareyson, e questo non rientra nei miei canoni, ma a me non interessava questa notazione nel tal frangente, dacché ho voluto parlare del testo come oggetto e non del soggetto-Autore, anche se dietro alla scrittura c’è sempre lo scrittore. Inoltre, non penso di essermi posto nella prospettiva del bieco moralismo. Tuttalpiù non ho potuto non leggere il testo anche da moralista (nel senso filosofico del termine). Insomma, a me dispiace di essere stato costretto a fare questa inutile chiosa e precisazione, dal momento che i molti che avevano già letto sui social questo pezzo in forma più sintetica e ridotta con la dovuta attenzione, avevano colto il mio intento, di cui sopra, che non solo non parte da una volontà polemica, ma tanto più da una polemica imbrigliata tra i fuochi fatui di credenti e non credenti, che mi pare proprio il caso di evitare. Qui si tratta soprattutto di essere uomini… e non caporali. Uomini che in quanto tali mirano ai valori certamente di verità etici e estetici. Ma nella fattispecie, trattandosi di letteratura, la mia mira voleva essere soprattutto verso un orizzonte estetico.

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  5. Per carità Maurizio Soldini! Purtroppo sono stata completamente fraintesa. Nelle mie riflessioni non c’è alcun riferimento alla tua recensione. Anzi ti ringrazio per aver stimolato la mia curiosità e il mio interesse.

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  6. Infatti. Il termine ‘repellente’ è stato scritto dal giornalista del quotidiano “Il foglio.” Anche a me capita di prendere delle sviste ancor più perché ho la vista debole purtroppo.

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