BUONA LETTURA: “L’ho sposato, lettore mio. Sulle tracce di Charlotte Brontë”

“BUONA LETTURA” 12. “L’ho sposato, lettore mio. Sulle tracce di Charlotte Brontë“. A cura di Tracy Chevalier

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.
Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.
Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

Le storie racchiuse in L’ho sposato, lettore mio hanno in comune una qualità che le rendono audace organismo narrativo: il ricorso, seppur a tratti molto calibrato, ad una delle battute più celebri e citate della letteratura inglese.

La frase è tratta da Jane Eyre di Charlotte Brontë (1847) quando la protagonista, una povera orfana dell’Ottocento tutt’altro che bella ma dotata di intelligenza e grande caparbietà, riesce ad attirare l’attenzione del suo datore di lavoro, il nobile Mr Rochester e a conquistarne l’amore.

Jane Eyre può così annunciare ai lettori che ha sposato l’uomo che ama. Un fatto davvero rivoluzionario per l’epoca: lei ha sposato lui, e non viceversa.

Da qui prende le mosse Tracy Chevalier quando chiede a ventuno tra le migliori scrittrici inglesi di scrivere un racconto ispirato a quella celebre frase. E Neri Pozza (2016) dà alle stampe L’ho sposato, lettore mio in occasione dei duecento anni dalla nascita di Charlotte Brontë.

Storie ricche di vicende, persone e luoghi geografici si appoggiano così a quella frase in grado di scivolare sugli eventi, ora raccontati dal punto di vista di Mr. Rochester, ora da quello della governante ingelosita o della prima moglie Bertha Rochester, ora da quello della stessa Jane, che spesso si trova a vivere in epoche e in contesti differenti.

Con la stessa forza quella frase si insinua tra amori dolcissimi, ispira nozze drammatiche e sbagliate, esprime il senso d’amore – perchè sempre d’amore si tratta –  anche come assenza: assenza per la lontananza, il tradimento, la morte.

Jane – sia la Jane di Charlotte Brontë sia quella contemporanea di tanti racconti qui contenuti – fa capolino ovunque: in pagine turbate, trasparenti e di speranza, in confessioni controllate, in vere e proprie “scariche elettriche” che percorrono le atmosfere di storie anche molto diverse tra di loro ma che possono confluire tranquillamente l’una nell’altra e confondersi.

Perchè nel tempo sempre scorciato dei racconti, la storia davvero onnipresente è una sola: l’affermazione della propria identità, che non appartiene a un tempo diverso da quello in cui viviamo.

Tracy Chevalier ci regala così un libro molto gradevole, nato dalla differente sensibilità delle ventuno scrittrici che rivivono e reinventano quella frase offrendoci un’attestazione affettuosa di un nuovo e variegato ritratto di Jane Eire.

Mara Pardini

Tracy Chevalier è nata a Washington nel 1962. Nel 1984 si è trasferita in Inghilterra dove ha lavorato a lungo come editor. Il suo primo romanzo è “La Vergine azzurra” (Neri Pozza, 2005). Con “La ragazza con l’orecchino di perla” (Neri Pozza, 2000) ha ottenuto, nei numerosi paesi in cui il libro è apparso, un grandissimo successo di pubblico e di critica. Bestseller internazionali sono stati anche i romanzi successivi: “Quando cadono gli angeli” (Neri Pozza, 2002), “La dama e l’unicorno” (Neri Pozza, 2003) e “L’innocenza” (Neri Pozza 2007). Nel 2016 è uscito il suo ultimo romanzo “I frutti del vento“.

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