Spazzar via la pioggia una volta per tutte.

Una delle memorie più chiare che ho della mia adolescenza ha a che vedere con un tizio dai capelli lunghi e dagli occhi azzurri che canta davanti a una piccola folla di coetanei in maglietta e calzoncini. Ricordo di essere rimasto ipnotizzato davanti alla TV, preda del desiderio di mettermi a mia volta a saltare sul divano urlando, e di aver passato i pomeriggi successivi a fare zapping su Videomusic: il tizio era Kurt Cobain e la canzone, “Smell like teen spirit”, avrebbe segnato profondamente la mia generazione.
Mi riconobbi all’istante in tutto quello che rappresentava: le All Star bucate, le camice pesanti, le felpe di seconda mano, i capelli disordinati, il rifiuto di ogni versione edulcorata della realtà che il resto del mondo sembrava volerci continuamente proporre.
Parecchi mesi dopo, mentre il grunge prendeva campo e le grandi etichette musicali (e non solo) cominciavano a sentirsi mancare la terra sotto i piedi, ricordo d’essermi ritrovato per caso davanti alla vetrina di uno dei negozi più chic della mia città e di aver visto quella stessa camicia, quelle stesse scarpe e quegli stessi jeans strappati indosso a un manichino dalla posa ben studiata. Avrei poi scoperto all’Università che una delle maniere in cui un sistema dominante reagisce a un fenomeno potenzialmente in grado di distruggerne le fondamenta non sia opporvisi, ma integrarlo eliminandone le componenti più originali.
Da visionario-avanguardista quale era, Cobain se ne accorse prima di tutti e con In Utero provò, senza riuscirci, a liberarsi da quella valanga di etichette che con studiata approssimazione gli erano state cucite addosso.
La notizia della morte di Chris Cornell, che ha attraversato le prime pagine dei giornali per poi essere consegnata definitivamente, dopo neanche 24 ore, ai necrologi delle retroguardie, mi ha per l’ennesima volta riportato agli occhi l’immagine del naufragio d’ideali, di volontà, di aspettative, di opportunità, di alternative, di cui la mia generazione è stata testimone.
Il cosiddetto grunge, oltre che essere stato uno di quei pochi momenti di contatto identitario tra la mia generazione e quella dei miei genitori (stavamo vivendo, come loro, i nostri anni’60) ha forse costituito l’ultimo grande fenomeno/movimento musicale (con forti componenti di rivolta socio-culturale) della nostra storia recente.
Dopo la tragica scomparsa di Kurt Cobain (Nirvana), di Scott Weiland (Stone Temple Pilots), di Layne Staley (Alice in Chains) e di Chris Cornell (Soundgarden, Audioslave) è rimasto solo Eddie Vedder (Pearl Jam) ad ergersi come simbolo di un fenomeno che custodiva in sé, fin dalla parola che lo rappresentava (grungederivazione dell’aggettivo grungy, slang per dirty or filthy, “sporco”, “osceno”, “sudicio”) la voglia di sovvertire il dato, di rifiutare l’imposto e di opporsi ad un’industria discografica (e più in generale alla nascente economia globalizzante) che tendeva a rendere ogni cosa più gradevole, più uniformante, più commerciale, più linda, più artificiale, più attentamente confezionata, in breve, più edulcorata.
Non è un caso che come ha fatto notare Matteo Persivale sul Corriere della Sera, di tutti i cantanti più influenti dell’attuale scena musicale (Beyoncé, Jay-Z, Kanye West, Lady Gaga, Taylor Swift…) non ce ne sia nessuno che faccia rock e tutti abbiano la tendenza a proporre un ‘prodotto’ musicale e un’immagine di sé studiati nei più minimi (e spesso meramente superficiali) dettagli.
E allora torno col ricordo a quel tizio dagli occhi azzurri e dai capelli lunghi, che cantava davanti a una folla di coetanei in maglietta e calzoncini, e a quel pezzo da cui tutto è cominciato e senza il quale, oggi, non saremmo a parlare dell’ennesimo lutto nel mondo di un rock che non esiste più.
Kurt Cobain, Scott Weiland, Layne Staley, e adesso anche Chris Cornell…
In un’epoca di selfie, instagram e social-network, cosa ne è rimasto di quel black hole sun che doveva spazzar via la pioggia una volta per tutte?

2 pensieri su “Spazzar via la pioggia una volta per tutte.

  1. che noia questi invaghimenti giovanili, forieri di depressioni e fiale di nostalgia, non appena si diventa, prima o poi, adulti, e si scopra il vuoto conformismo di cui ci si è abbevarati.

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