Giorgio Morale, Acasadidio


di Rosa Salvia

Leggendo il romanzo ‘spiazzante’ e avvolgente Acasadidio di Giorgio Morale scritto una decina di anni fa, mi stupisce l’attualità dei contenuti, fermo restando la rapidità e l’esattezza dell’impostazione formale. Il “tutto cambia, affinché nulla cambi” dell’Italietta gattopardesca ritorna su se stesso come la parabola ciclica del tempo.

Il senso dell’eterno ritorno dell’eguale fatto di accumulazione del passato e di vertigine del vuoto, la compresenza continua fra le righe di sottile ironia e di amarezza, diventano una cosa sola in un romanzo costruito come un puzzle che dà ad esso il tema dell’intreccio e il modello formale. Altro modello è lo spaccato di un tipico caseggiato della estrema periferia milanese dei nostri tempi, uno stabile vecchio, volutamente povero con da ogni parte crocifissi, madonne, frasi del Vangelo e di madre Teresa di Calcutta. In esso si svolge quasi tutta l’azione perché è la sede di un’associazione di volontariato (a scopo di lucro…) volta all’accoglienza degli immigrati. La presenza di tanti simboli religiosi come feticci nelle anguste stanze in cui si muovono i vari personaggi del romanzo, non è casuale: a ben guardare, esprime con efficacia quella che è una delle caratteristiche paradossali del nostro presente, il convivere, senza apparente conflittualità, di una moderna razionalità aziendale (fra le pieghe di un malaffare che trova ancor più terreno fertile nelle periferie più anonime), accanto ad un risorto, ma forse mai tramontato, pensiero magico-religioso.

La figura del presidente della associazione è emblematica. Dietro coperture politiche (c’è un’allusione anche alla stessa Regione Lombardia) costui trama con spregiudicatezza e arroganza al fine di realizzare tutti gli utili possibili alle spalle di coloro che vivono un disagio esistenziale ai limiti della tollerabilità. La preordinata integrazione dall’alto dei fruitori dell’aiuto da parte dell’associazione, attira subito l’attenzione sul fatto che il fruitore non è per nulla, come si vorrebbe far credere, il soggetto di tale progetto di accoglienza, ma l’oggetto, illuso da una stucchevole parvenza di umanità.

Ad ogni modo temi tanto scottanti come l’emarginazione delle periferie, l’immigrazione, l’alienazione umana, non appesantiscono la trama del romanzo che segue rigorosamente la lezione calviniana della “leggerezza”, della “visibilità”, della “molteplicità”. La storia si espande, si dilata, si aggroviglia, senza sosta.

Davanti alla proliferazione dei fatti, non solo i lettori, ma anche le figure centrali del romanzo, in primo luogo Teresa, “l’impiegata che giunge per prima al lavoro perché ha le chiavi dell’ufficio”, sono chiamati a far agire nel tempo minimo i propri riflessi. In un’epoca in cui tutto sembra essere stato detto, i vari personaggi si scambiano parole che non riescono a dar voce alle loro solitudini, alle loro urgenze, perché nate nelle acque di un analfabetismo morale e per certi versi affettivo.

 

Cosa che mi ha particolarmente colpito è lo spazio che Giorgio Morale concede alle figure femminili dalle quali tutto parte e a cui tutto ritorna.

Accanto a Teresa, coraggiosa, energica, alla ricerca di una dignitosa dimensione esistenziale, fra le altre donne emergono la madre di Teresa abitudinaria figura oblomoviana, la vice-capa Martina, bulimica e bigotta con un figlio prete, Ombretta ex femminista rancorosa e insofferente, e, al disopra di tutte, una povera madre albanese cui hanno ucciso una figlia.  

 

Il punto nodale, filosofico del romanzo è proprio nell’intreccio fra la madre albanese ferita da un dolore indelebile e la giovane Teresa che deciderà di far venire alla luce la creatura frutto della complicata relazione con il fidanzato anch’egli albanese. Dunque il rapporto vita-morte, la vita a dispetto della morte, la rabbia della fine e la passione dell’inizio.

 

Dio e male, giusto o sbagliato, difficoltà concrete, saranno per Teresa questioni infinitesimali, effimere. La morte civile che la circonda da ogni dove diventerebbe una paralisi morale per lei così come la morte ingiusta di una giovane donna sarebbe sopraffatta da una cosciente debolezza e dal nonsenso.

 

E’ forse questo l’estremo azzardo concesso a chi vuole ancora una volta scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla coscienza.

Giorgio Morale tocca con sguardo lucido e profondo una materia che brucia per le sue implicazioni emotive e regala ai lettori un romanzo capace di scuotere per come alterna momenti di durezza e di tensione a scene più rarefatte e di trattenuta emozione, piene di sconsolata tenerezza e di tenace speranza.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...