SUL TAMBURO n.42: Giovanni Papini, “Soliloqui di Betlemme” & Luigi Pirandello, “La messa di quest’anno e altre novelle di Natale”

Giovanni Papini, Soliloqui di Betlemme, con una nota di lettura di Franco Ferrarotti, Bologna, EDB, 2016;

Luigi Pirandello, La messa di quest’anno e altre novelle di Natale, con una nota di lettura di Massimo Naro, Bologna, EDB, 2016

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di Giuseppe Panella

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In questi due agili volumetti antologici, due dei maggiori intellettuali del Novecento italiani vengono “interrogati” sul loro rapporto con la festività del Natale e più generalmente con il sacro e la sacralità nelle scelte umane riproponendo alcuni loro testi narrativi erroneamente definiti come minori o laterali alla loro produzione più nota. In entrambi i casi si tratta di un risultato significativo e capace di portare a un giudizio critico su di essi tale da mettere a tacere qualche pregiudizio invalso sulla loro produzione. Papini mostra nei testi qui antologizzati grande empatia umana nei confronti di uomini e animali tanto da rendere questi ultimi i protagonisti di alcuni di questi scritti. Pirandello si rivela tutt’altro che cinico e spietato nei confronti delle miserie e delle stupidità umane anche se non rinuncia alla sua vena grottesca e talvolta “candidamente” cattiva (come Massimo Bontempelli definì l’opera del grande scrittore siciliano nel suo discorso emblematicamente intitolato Pirandello o del candore).

Papini rappresenta il Natale per figure sparse: tutti i protagonisti della drammaturgia natalizia raccontano la loro vicenda, anche i più umili, anche quelli che non sanno o non possono parlare.

Saranno le pecore “rimaste sole” o l’asino della stalla di Betlemme, il topo “nel muro” o il “passerotto sul tetto” o “il bove” a esprimere il senso della loro partecipazione oggettiva e straziata all’evento straordinario. Gesù nasce nella capanna abbandonata ai bordi della cittadina dove l’amministrazione romana ha ordinato a Giuseppe e Maria di recarsi per partecipare al grande censimento voluto da Tiberio e alla sua venuta al mondo partecipano umili e potenti della Terra, resi consapevoli di ciò che sta accadendo dalla sola bellezza dell’avvenimento, dalla sola potenza della dignità dei suoi partecipanti. Tutti i protagonisti – umili e potenti – uomini e animali – della vicenda natalizia hanno diritto di parola, secondo Papini, e ognuno di essi coglie un aspetto diverso, un momento definitivo, una dimensione positiva se non sublime della nascita di Betlemme.

Come scrive Franco Ferrarotti nella sua bella e ampia postfazione al testo papiniano:

«Papini si mescola con la piccola folla che va assiepandosi intorno al neonato, deposto nella mangiatoia con tutta la cura e le attenzioni di cui è capace una giovanissima madre. Papini comincia a conversare con se stesso. Dopo tanto chiasso in piazza e i grandi successi nell’aperto mercato dove tutto si compra e si vende, il famoso scrittore fa tacere le trombe del successo, comprende che il successo è solo un miserabile participio passato, si apre a un percorso interiore che lo converte, lo riorienta, lo trasforma nel profondo. Questi Soliloqui ci introducono al mistero della Natività divina e a quello della rinascita umana» (p. 43).

I due “pitocchi“ miserabili che infatti “puzzano di miseria” e che vengono scacciati dalla locanda perché potrebbero disturbare il sonno degli altri avventori acquistano agli occhi dei pastori e dei loro animali come pure delle bestie che popolano la stalla lo statuto sublime di chi è destinato a salvare il mondo dal suo destino di paura e di povertà spirituale. Questi brevi testi di Papini, quindi, nella loro concisa nettezza e nella semplicità del tratto e della scrittura acquistano un taglio da apologo che non ha nulla da invidiare all’autore del precedente Storia di Cristo del 1921 o alla Vita di Gesù di François Mauriac del 1936. Opera tarda ma non per questo meno intensa stilisticamente, questi Soliloqui meritano di essere riproposti e riscoperti da lettori meno distratti.

Anche il Pirandello di Natale presente in questo breve volume in cui vengono collezionati cinque tra racconti e novelle (così più propriamente definibili) è inusuale e non solo perché talvolta non ripiega sull’amaro e caustico sberleffo all’umanità dolente e un po’ attonita del suo universo prediletto. Le soluzioni adottate in talune di queste narrazioni è davvero perturbante anche nel caso della soluzione favolistica adottata per I galletti del bottajo dove la soluzione feroce adottata dalla moglie del bottaio per trascorrere finalmente da sola con lui il giorno di Natale con relativo pranzo domestico individua nell’evocazione della follia un classico leit-motiv pirandelliano (Il berretto a sonagli che tutti, una volta o l’altra, indossano per convenienza o per convinzione).

Ma anche in La Messa di quest’anno o in Un “goj”, novelle tipicamente pirandelliane per il taglio disincantato e paradossale, per l’amarezza candida che le contraddistingue, per la nitidezza del tratto e il colpo di scena finale, emerge quella volontà di demitizzazione della vita che nasconde il desiderio di qualcosa d’altro che forse c’è ma che non appare più o a sufficienza:

«C’è, difatti, in queste novelle natalizie, innanzitutto il disincanto riguardo allo scenario mitico della religione in formato familiare o paesano, quella delle belle consuetudini comunitarie, certificate dalla tradizione sempre uguale a se stessa, serena e serenante, per inconfessabile tornaconto fiduciosa in un “dio” tappabuchi, ma drammaticamente incoerente rispetto alle pieghe stropicciate dell’esistenza e alle piaghe sanguinolente della storia. Almeno tanto quanto lo sono le noci attaccate all’abetino assieme ad altri addobbi posticci, tra palle di vetro e lucine intermittenti. E quanto lo sono le nenie che nella notte bianca per eccellenza proclamano la pace universale mentre i cannoni mirano a fare dei confini fra le nazioni profondi fossati, ricolmi di cadaveri ammassati in un grumo di divise variopinte, con al collo però, tutti, l’identico piccolo crocifisso» (pp.75-76).

scrive Massimo Naro nella sua appassionata postfazione a questa raccolta “natalizia”.

Il mondo non rispetta più le consuetudini natalizie o forse non le ha mai prese in considerazione fingendo di considerarle una parte importante della vita. Di conseguenza, le infrazioni ai dettami del vivere associato e alla sua regolazione consolidata ne mettono in luce la profonda ipocrisia.

Pirandello rimuove ogni velo e ogni traccia di illusione sull’esistenza di un mondo autentico dove la Vita sia capace di liberarsi delle sue Forme e trovare la propria nudità originaria. Al posto di essa, tuttavia, si sovrappone sempre una Maschera esistenzialeche la ricopre e non è possibile farci niente, neppure in nome di Dio (La Messa di quest’anno) o della fede nell’uomo (Un “goj”) o dell’amore come sentimento puro e primigenio (Natale sul Reno, Sogno di Natale).

Se a Natale gli uomini dovrebbero essere tutti più buoni, il loro amore reciproco non dura più dello spazio di una notte. E’ questo il destino della Modernità che si afferma con la “strage delle illusioni” (Leopardi) e la nascita delle “maschere” come sostanza prevaricatrice dei volti umani – ad essa non può sfuggire nessuno perché nessuno cerca di liberarsi dalla morsa di un destino forgiato dalle sue vittime (tragiche o ridicole che siano) con le loro proprie mani.

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