Quattro poesie di Patrizia Vicinelli

 

tratte da “Non sempre ricordano – Patrizia Vicinelli”, Casa Editrice Le Lettere – Firenze

 

L’acqua infetta le sponde dell’oblio

che sempre cerco – come viandante –

sulla strada senza riposo

come una mèta già sorpassata

silenzio

aria di pini

vertigini

di fronte all’uscita

troppa luce

ricorda disperatamente invece

brilla

la mia materia si fonde

in esplosione violenta e violetta

che sia la prima vibrazione sana?

l’aura e l’aureola e l’aurora

tempo congiungiti con le mie diramazioni

non sorpassarmi

non avanzarmi

sii uno col mio spazio unico

e il senso interno che mi guida a tracciato

dall’esterno –

fonditi.

 

Il riflesso dello specchio è vuoto

come l’anima che mi accoglie

la vitale spinta che mi fu data

non voltarti disse,

ma il contatto sanguineo

con quell’antica piramide di uomini

scalatori di stelle inesplorate

fecero inevitabile il contatto dei fili

elettrici due tracciati che combaciano

e come l’amore in congiunzione

esplodono

e producendo creano

tutto quell’altro mondo

che chiamiamo sogni

che neghiamo speranze

che siamo già

infinitamente fuori

da quegli spazi congiunti

e ancora opposti

 

Albero di Giuda

 

Bisognerà riscattarti, o nome dei nomi,

sei fra noi con altri nomi, e molti

fanno finta di non accorgersene.

Che mi importa del nome, se ad altri nomi

sei legato e ci imprigionano proprio come

ai vecchi tempi, tempo di faraoni, tempo

di faraoni, cosa cambiò, ohilà,

un bel giardino fatto da uno che conosco,

naturalmente non gliela fanno passare

liscia, ehi, friend, mi ricordo, era così

da un sacco di denominato tempo,

noi a picco sulle colline deserte ce la guardavamo

la luna, anche da certe soglie,

e chi lo può impedire all’uomo, di essere?

no, giuda neanche tu, col tuo malfamato nome,

esattamente il più povero, la tua grande pochezza

ora io la esalto e danneggiare gli altri

ma molto più di te stesso, se fosse mai vero

quello che i farisei riportano, come sempre fanno,

crederei anche ai giornali, e certo

agli speakers della televisione.

Eppure amico doloroso, io ti assumo, e te la

do la benedizione, il più negletto fra gli uomini,

che pessima sorte, oh Giuda!

Noi amici sulla terra amiamo la natura,

e raccontarci delle ultime avventure che sempre

trattano di vita, di vita calda e fuocosa.

Te la racconterò accanto all’albero,

che ti porta, qualche bella storia di ottimi

tradimenti, che portarono lontano,

che portarono lontano. Nel procedere è

assolutamente meglio una pessima sorte, tu lo sai,

così c’è qualche possibilità di essere gli uomini

che siamo, oppure è solo vento.

Giuda te la sei fatta pesa, te l’hanno

fatta pesa, ma c’è qualcuno, qualche vecchio

intenditore di talenti, qualche mago

che sa que pasò, all’ombra dello stesso

giardino di questa notte.

 

Dedicato a Valeria Magli

 

Ho cercato di essere umano fra quelli che chiamano umani

trattandoli come si deve,

con la fiducia che ci fosse carne

sangue uguale sotto l’ombra gigantesca che li avvolgeva.

Ho sperato di essere io a sbagliare,

sapevo di essere pazza comunque, nonostante loro,

sapevo anche che la mia follia sarebbe cresciuta con me.

Feci di tutto per non vedere

bloccando gli schemi della memoria

credendo in un dio di uguaglianza

pensando alla natura da cui l’uomo parte

e si riflette in sfaccettature.

Ho pensato che si poteva aver pietà,

e che granelli della mia luce e del mio orrore

urlassero in pianto sull’infinito per cadere su qualcuno,

in qualche modo sotterraneo

potessero infine modificare.

Ho chiuso le mie finestre sul mondo

quando ciò per più volte non accadde.

Da uomo non puoi modificare

da uomo non puoi sperare

da uomo, certi uomini, portano il peso della terra

nelle spalle, per indicare ancora una volta l’idea di infinito

a tutti gli altri.

Ho avuto vicino quelli che non si arrendono

e non si chiudono gli occhi

e non fanno questo esercizio di resistenza

e questi amici sono tutti morti.

Dire sono morti per noi per voi, come lo capirete?

Ho cercato di annullare quello che già conoscevo

perché non mi dà scampo, non mi dà scampo,

ed è sublime invece il soggiorno su questa terra,

avrei voluto.

[su proposta di Barbara Pesaresi]

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