La moglie del procuratore, di Elena Bono


Una domanda in un cesto di libri.

“La moglie del procuratore”, di Elena Bono

di Barbara Pesaresi

Da alcuni mesi, in un angolino dell’ingresso del condominio in cui vivo c’è un cesto pieno di libri a disposizione di chiunque, residenti e non. L’idea è stata di una signora che abita al primo piano, onore al merito, e da allora si è consolidata la bella abitudine dello scambio: quando si prende un libro se ne lascia uno a disposizione degli altri.

In questi mesi l’offerta è risultata alquanto varia e vivace: da “L’arte della felicità” di Seneca alle ricette del Cucchiaio d’Argento passando per “L’ABC dell’Alto Adige” o “Il paradiso degli orchi” di Daniel Pennac, e via di questo passo. E in questo continuo andirivieni ogni libro prima o poi trova il suo lettore.

Ma l’aspetto che più mi ha piacevolmente emozionata è stato rinvenire alcuni piccoli e preziosi segni dimenticati tra le pagine, spiragli discreti sulla vita di perfetti sconosciuti: una dedica, una data, un augurio di buona lettura, una cartolina dalle Dolomiti datata agosto 2006, una stella alpina seccata, una lettera scritta da un adolescente, almeno a giudicare dal tono, tale Volpe Imprevedibile.

Grazie a questa minuscola libreria condominiale ho avuto modo di leggere gratuitamente dei bei libri, per esempio “Rinascimento privato” di Maria Bellonci, “Essere senza destino” di Imre Kertèsz, “La moglie del procuratore” di Elena Bono. Ed è su quest’ultimo libro che vorrei soffermarmi un attimo.

“Che cos’è la verità?”, chiede Pilato a Gesù senza ottenere risposta, nell’episodio riportato nel vangelo di Giovanni.

Questo silenzio è il fardello della protagonista del romanzo di Elena Bono, ulteriormente appesantito dal ricordo dei fatti accaduti nei giorni in cui il Galileo, come lei lo chiama, è stato catturato, processato e crocifisso, nonostante fosse perfettamente innocente.

L’autrice immagina un dialogo tra Seneca e Claudia Procla Serena, moglie di Ponzio Pilato. Nei vangeli canonici, soltanto Matteo (27, 19) accenna a questa donna: “Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua»”.

La scrittrice coglie questo cenno e lo dilata sino a espanderne i confini, ma senza mai perdere di vista le umane coordinate. Claudia racconta a Seneca la visione di quella notte: “Mi voltava le spalle e io non sapevo chi fosse. Era come di là da un basso muro, di un qualche limite per cui non vedevo il resto della persona. Le sue spalle non erano piagate, non recavano alcun segno, eppure mi diedero subito impressione di spalle percosse, non so come. Mi trovai a pensare: hanno fatto del male a quest’uomo. E mentre lo penso, lui volta il capo e mi guarda. Io non ti posso dire il suo viso… non piange, non è sfigurato, non macchiato di sangue, nulla… come lo vedo io non ha nulla sul viso… eppure è dolore, è dolore… è tutto quello che avevo sentito e molto, molto di più… tutto quello che è stato sofferto al mondo e sarà sofferto… e molto di più…”

E sarà proprio il sogno a fare da spartiacque nella vita di Claudia, a segnare una frattura tra il prima e il dopo. Elena Bono narra la vicenda facendo proprio lo sguardo della donna, inserendola in un contesto storico molto preciso e dettagliato.

Il dialogo si svolge a casa di Seneca, del quale Claudia è ospite e amica. La donna si è recata a Roma, dopo tanti anni di assenza, per incontrare l’apostolo Paolo. Pilato è morto lasciandole in eredità, oltre a tutti i suoi averi, una domanda.

Nel silenzio e nel buio di una notte invernale che è anche notte dell’anima, Claudia interroga Seneca e se stessa su quanto accaduto e quanto accadrà, e la domanda“cos’è la verità?” rimbalza da uno all’altro, insieme a tutte le possibili e mai esaustive risposte, passate e future. Una goccia d’acqua cade a intervalli regolari, implacabile come un ricordo ossessivo o una colpa oscura; un gallo canta in prossimità dell’alba, simbolo di un eterno tradimento, segnando ogni volta, in questo dialogo che è anche viaggio interiore, un punto di non ritorno.  

Elena Bono ci mostra con sensibilità sapienziale la lacerazione di un’anima sulla soglia della conversione. Se su di una sponda c’è quel mondo che i protagonisti del romanzo conoscono da sempre, sull’altra si inizia a intravedere un mondo nuovo, dai contorni ancora indefiniti. Un oltre di cui non si conosce nulla, e dall’inquietudine che questo comporta ci si può difendere provando a opporre quelle certezze che hanno caratterizzato la vita di prima, ma  destinate irrimediabilmente a sbriciolarsi.

Per Claudia l’unico modo per affrancarsi definitivamente da un vecchio modo di vivere che ormai non la rappresenta più è: “Abbandonare il cuore com’era… pieno di tutte le cose sue… il cuore… non so come chiamarlo… il cuore difficile… combattuto… e prenderne uno ignaro, docile, come dopo tutto può averlo, o è più vicino ad averlo, un brigante… un centurione. (…) Quando si è abbandonato tutto, si ha ancora qualcosa e ancora si è gelosi di qualcosa: sono i propri dolori. La proprietà del dolore. Questo sembra che non ce lo possa toccare nessuno e che neppure si debba cedere. E invece, Seneca, so che i nostri bisogna lasciarli per prendere i suoi… i dolori di quell’uomo e solo così c’è pace”.

Il dolore, quindi. E non so perché ma mi torna in mente Giovanni Pascoli, che nel suo “Inno a Roma”, fa dire ad una divinità romana spodestata, a proposito di quel nuovo dio fuggiasco, povero e deforme, la cui croce dubbio era, se croce / fosse od àncora / e che ha scalzato tutti i vecchi dei: “Non cadrà più, poi ch’è il dolore umano! /  Gli uomini eretto i templi hanno al dolore! / È il dio sol esso, il solo dio fra tutti, / che non può mai morire!”.

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