SUL TAMBURO n.43: Giulio Perrone, “L’esatto contrario”

Giulio Perrone, L’esatto contrario, Milano, Rizzoli, 2015

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di Giuseppe Panella

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Perché nella vita avviene l’esatto contrario di quello che si pensa o che si spera? Perché la verità appare soltanto come il rovescio della menzogna e non mostra il suo vero volto di assoluta chiarezza e luminosità? Perché ciò che sembra si illumina dell’alone del vero e si mostra come la dimostrazione lampante di ciò che non è? Come si fa a dimostrare l’esatto contrario di ciò che è la verità e farsi credere?

Riccardo Magris è quello che si potrebbe definire un Peter Pan: irrisolto, senza una relazione stabile, con un reddito assai incerto (e spesso risibile) basato su magre collaborazioni con una rivista di non grande rilevanza culturale come “TuttoGiallo”, vive in un appartamento assai modesto che condivide con Sandro, sempiterno lettore della Recherche di Proust e la sua compagna Rachele che di mestiere fa la domina cioè la mistress professionale con annessi e connessi.

Il suicidio del professor Morelli, condannato per l’assassinio di Giulia Rusconi, un suo fugace amore degli anni dell’Università, lo costringe a fare i conti con il passato e a cercare di capirne di più. Costretto e motivato economicamente da Dora, caporedattrice di “TuttoGiallo” (e sua ex-amante), Riccardo prenderà contatti un po’ goffi e soprattutto furtivi con la famiglia della donna e inizierà un rapporto piuttosto complesso (fatto di inganni e di coinvolgimento emotivo) con la sorella minore di lei, Miranda, cui riesce a strappare senza dirglielo un diario Moleskine in cui sono annotate le vicende degli ultimi giorni di Giulia. Il tutto dovrebbe essere finalizzato a un articolo scandalistico per la rivista gialla ma ben presto si va molto al di là di un semplice scoop giornalistico. La morte dell’avvocato Fiorentini che ha difeso l’assassino Morelli e la scomparsa del diario di Giulia complicano la vicenda come pure la comparsa costante e spesso improvvida del Pubblico Ministero Luca De Biase, giovane leone rampante della magistratura romana, rende l’atmosfera inquietante e torbida. Le relazioni tra la sorella morta e quella ancora viva e il giovane Pm mettono in allarme Riccardo il quale, nonostante la poca propensione al rischio e al lavoro investigativo (e anche al lavoro tout court, come ha avuto occasione di mettere più volte in rilievo suo zio Italone, l’unico parente rimasto a dargli appoggio e un po’ d’aiuto), arriverà a rischiare la vita pur di riscattarsi e mettere in chiaro come stanno le cose. Tuttavia, nonostante gli sforzi e la grave ferita procuratasi dal giovane nel corso delle sue indagini, la verità giudiziale e giornalistica riguardo le morti di Morelli e del suo avvocato come pure quella antecedente di Giulia Rusconi risulterà l’esatto contrario di ciò che è effettivamente accaduto. A Riccardo, ancora traumatizzato dall’abbandono della sua compagna Gaia che lo aveva accusato di inettitudine e di poltronaggine, non resterà che consolarsi con la sua nuova fiamma Susanna, giovanna e ancora inesperta stagista di “TuttoGiallo” cui ha promesso di insegnare il mestiere di giornalista…

L’esatto contrario è un thriller dove quello che conta non è tanto il meccanismo di precisione dell’intreccio o la particolare acutezza dell’investigatore (qui particolarmente inadeguato per il suo ruolo anche se animato da buona volontà e da una forte empatia nei confronti dei personaggi femminili) ma la costruzione della storia e la sua evoluzione come pure il suo sviluppo spazio-temporale (alle parti stampate in carattere normale che sono ambientate e vissute nel presente si alternano quelle in corsivo che rievocano episodi, spesso angosciosi, del passato).

Il primo romanzo di Giulio Perrone, dunque, è un esercizio di scrittura piuttosto abile dove i quadri di costume (la borghesia romana, la gioventù diseredata e disimpegnata del presente, il crollo verticale di qualsiasi valore precedente, il cinismo dilagante e la stupidità di una società che non crede più in se stessa e nella sua possibilità di riscatto) si alternano e si intrecciano in un ritratto “in nero” di una dimensione sociale più volte proposta in film e romanzi recenti ma forse mai compiutamente scandagliata a fondo. Si tratta della rappresentazione di una società che basa i propri principi fondamentali di facciata sull’apparenza spinta all’estremo, su una cultura superficiale e di maniera, sulla volontà di avere successo e sfondare a tutti i costi: in essa opportunismo e cattiveria spesso fine a se stessa dominano e schiacciano buona volontà, merito e calore intrinseco di chi non si adegua al suo modello egemone. Merito di Perrone è quello di usare un lessico piano e quasi cristallino, esponendosi talvolta al rischio di dare troppo spazio al linguaggio parlato e ai gerghi correnti (soprattutto di quelli giovanili e / o del sottoproletariato urbano) ma compensando con una resa mimetica dei luoghi e dei caratteri.

La sua Roma è quella medio-borghese di Gadda mentre i suoi personaggi sono quelli, più corrivi, di Moravia o, per misurarsi con autori assai più recenti, di Manzini o di De Giovanni.

Il risultato è assai interessante e si presenta con caratteri intriganti: un puzzle della dimensione sociale attuale in cui ancora non si intravvede un senso compiuto del presente ma si possono cogliere le tracce del passato remoto insieme ai possibili germi di una mutazione futura.

 

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