L’Anello, di Karen Blixen


di Barbara Pesaresi

Ho scoperto Karen Blixen tanti anni fa al cinema, grazie al film “La mia Africa”, con Meryl Streep e Robert Redford. Mi ci portò una sera d’agosto una delle mie mamme estive, la signorina Valeria di Milano. Uscimmo dal cinema tutte e due innamorate di Robert Redford. Anzi, di Denys Finch Hatton.

D’estate, essendo i miei genitori impegnati nella gestione di una delle tante pensioncine a conduzione familiare che per tanto tempo hanno caratterizzato la riviera romagnola, io venivo adottata dalle clienti. Per intenderci, le pensioncine a menù fisso: lunedì spezzatino con i piselli, martedì pesce e così via, sino ad arrivare alla domenica con la gloriosa lasagna al forno, il pollo arrosto e l’insalata.

La signorina Valeria era la mia preferita. La generosa abbondanza delle sue forme corrispondeva all’altrettanta generosa abbondanza con la quale dispensava attenzioni alle persone che la circondavano. Inoltre l’essere nubile e senza figli era condizione ideale per il mio egocentrismo di figlia unica.

Il cinema in questione era  di quelli all’aperto, una sorta di giardino attrezzato con file di sedie di legno una attaccata all’altra, di quelle che se uno si muove scuote tutta la fila. Il nome era di quelli importanti: Arena Imperiale; oggi al suo posto c’è un anonimo residence. Anche la signorina Valeria se n’è andata alcuni anni fa, lasciandomi un po’ più disabitata, ma il legame tra Karen Blixen e il suo ricordo è indissolubile.

Nel corso degli anni oltre al romanzo “La mia Africa”, ho scoperto la meravigliosa Blixen dei racconti di “Sette storie gotiche”, “Racconti d’inverno”, “Capricci del destino”.

“In una mattina d’estate di centocinquant’anni fa, un giovane gentiluomo di campagna danese e sua moglie andarono a fare una passeggiata sulla loro terra. Erano sposati da una settimana”.

Inizia così il racconto “L’anello”, una delle perle che compongono la raccolta “Capricci del destino”, e sembra prendere avvio laddove tante favole che abbiamo amato da bambini si sono fermate, oltrepassando con un balzo il rassicurante sigillo del “e vissero felici e contenti”.

E della favola la Blixen conserva la ricchezza dei simboli, l’incedere leggero e al tempo stesso tragico, l’atmosfera sapientemente sospesa tra realtà e immaginazione, quella immaginazione che nelle favole percepiamo più vera della realtà perché è al nostro cuore che parla.

Dei due sposi, l’autrice ci informa che “erano meravigliosamente felici, (…) erano una persona sola davanti a Dio e davanti agli uomini. (…) Il loro lontano paradiso era sceso in terra e s’era dimostrato, in modo sorprendente, pieno delle piccole cose della vita quotidiana”.

I due giovani camminano per un sentiero che attraversa il parco della loro proprietà, godendo dell’armonia frutto del sentirsi parte indivisa della natura.

Nei pressi dell’ovile incontrano il vecchio capopecoraio Mattia, che li mette al corrente di alcuni fatti molto gravi: una misteriosa malattia che ha colpito alcuni animali e la presenza nei dintorni di un pericoloso ladro di pecore, macchiatosi di omicidio durante l’ultimo furto. Mattia paragona il criminale a un lupo, e non è un caso se il racconto riecheggia la fiaba di Cappuccetto rosso: “ricordava il lupo di Cappuccetto rosso, e un piccolo gradevole fremito le [Lisa] corse giù per la spina dorsale”.

Il marito, dovendo chiarire alcune questioni di lavoro con Mattia, esorta Lisa a continuare la passeggiata consigliandole di camminare adagio, lui la raggiungerà in seguito. Nelle favole si cammina molto e la fretta non è mai buona consigliera. Ed è una sorta di viaggio iniziatico quello che la Blixen ci racconta, con tutti gli ingredienti del caso: il bosco, il sentiero, la radura, l’incontro con il mostro o diverso. Viaggio che porterà Lisa faccia a faccia con la parte più intima e terrificante, proprio perché sconosciuta, di se stessa.

“Mentre camminava provò una grande felicità nuova, quella d’essere perfettamente sola”.

Lisa scopre la solitudine, spazio/tempo privilegiato per scorribande interiori.  

Qualche giorno prima, durante una passeggiata insieme al suo cagnolino, aveva scoperto una radura grande quanto una piccola alcova:“In quel momento aveva sentito d’essere giunta proprio in mezzo al cuore della sua nuova casa”. Lisa decide di ritornare in quel nascondiglio, ma una volta dentro si trova faccia a faccia  con un uomo che risulterà essere il ladro di cui parlava il vecchio Mattia.

“L’uomo e la donna si guardarono. Quell’incontro nel bosco trascorse tutto senza una parola. Ciò che accadde può essere rappresentato soltanto da una pantomima. Per i due protagonisti quella pantomima non ebbe tempo, secondo l’orologio durò quattro minuti”.  

L’autrice sottrae questo attimo di tempo all’eternità e ce lo restituisce distillandolo in un racconto minuzioso, grazie al quale percepiamo il respiro e il battito del cuore della protagonista e della storia narrata. Come se si trattasse di una rappresentazione sacra, e Lisa ne è la sacerdotessa, assistiamo al realizzarsi di una unione simbolica dalle molteplici sfaccettature: tra Lisa e lo sconosciuto, tra Lisa e quel mistero sacro e insondabile che riluce dalla profondità dell’essere, tra Lisa e il mondo, isolato e colto nella sua realtà di ingiustizia, violenza e sofferenza.

La giovane donna varca una soglia che la porta in una dimensione altra, dove l’innocenza originaria, quella dell’infanzia, è moneta fuori corso. Come anche i pregiudizi e le convenzioni che marchiano l’appartenenza a una data classe sociale, armi da difesa designate a ingabbiare e livellare non soltanto il modo di pensare e di comportarsi nella società, ma anche la vita interiore di ciascun individuo, soffocandone il salvifico e vitale linguaggio dell’immaginazione.

Lisa si accorge che anche l’uomo la sta guardando. Allora si toglie la fede nuziale per offrirgliela, ma non in cambio della vita, bensì per supplicarlo di sparire alla sua vista. “Guardò l’uomo che le stava davanti come avrebbe guardato un fantasma della foresta: l’apparizione stessa, non gli avvenimenti che le succedono, cambia il mondo per l’essere umano che l’affronta”. Nel togliersi l’anello le cade un fazzoletto. “Egli le tese lentamente la mano, con le dita toccò le sue, e la mano di lei non tremò a quel contatto”.

Lisa dovrebbe aver paura, ma non ce l’ha poiché animata da una forza nuova, sconosciuta. Lascia cadere l’anello, che rotola vicino ai piedi dell’uomo, lui lo allontana con un calcio e torna a fissarla in viso. “Rimasero così, ella non sapeva per quanto tempo, ma sentiva che durante quel tempo accadeva qualcosa, le cose si erano mutate. Egli si chinò e raccolse il suo fazzoletto. Sempre fissandola, tirò di nuovo fuori il coltello e avvolse quel pezzetto di batista attorno alla lama. Gli era difficile far questo, perché aveva il braccio sinistro spezzato. Intanto il suo viso, sotto il sudicio e l’abbronzatura del sole, si fece lentamente più bianco, fino a diventare quasi fosforescente. Armeggiando con le due mani riuscì a ricacciare il coltello nel fodero. Sia che il fodero fosse troppo grande e non fosse mai stato adatto per quel coltellaccio, sia che la lama fosse molto consumata, esso vi s’infilò. Per altri due o tre secondi tenne lo sguardo fisso sul volto di lei, poi alzò lievemente il volto, ancora coperto di quello strano bagliore, e chiuse gli occhi. Il movimento era definitivo e incondizionato. Con quel solo gesto egli fece ciò ch’ella gli aveva supplicato di fare: svanire e andarsene. Era libera”.

Una volta fuori dal boschetto, Lisa incontra il marito. Ma il sentiero in quel punto è talmente stretto che non riescono più a camminare affiancati. La separazione e la conseguente cacciata dal paradiso sono avvenute, Lisa e il marito non sono più una persona ma due.

La giovane donna confessa di aver perso la fede nuziale ma, mentendo, di non ricordare dove. “Quando udì la propria voce pronunciare quelle parole, ne intese il significato. (…) Con quell’anello perduto ella s’era unita in matrimonio a qualcosa. A che cosa? Alla miseria, alla persecuzione, alla solitudine assoluta. Ai dolori e all’iniquità della terra”.

2 pensieri su “L’Anello, di Karen Blixen

  1. Bellissima metafora dell’interezza dell’animo umano fatto di bene e male, tutto gli appartiene anche se una certa ipocrisia tende alla separazione netta impedendo una certa empatia necessaria per un vivere più equilibrato e misericordioso.

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