BAMBINI DI FERRO di Viola Di Grado

di Massimo Maugeri

Libro Bambini di ferro Viola Di GradoIl terzo romanzo di Viola Di Grado, intitolato “Bambini di ferro” (La nave di Teseo), ci conferma ancora una volta l’originalità della voce letteraria di questa giovane autrice che si era già distinta con la pubblicazione delle due precedenti opere narrative: “Settanta Acrilico Trenta Lana” (pubblicato nel 2011 dalle edizioni E/O e vincitore di tantissimi premi, tra cui il premio Campiello Opera Prima e il premio Rapallo Carige Opera Prima. Il libro è stato tradotto e pubblicato all’estero, con successo, ed è stato finalista all’IMPAC Dublin Literary Award) e “Cuore cavo” (Edizioni E/O – finalista al PEN Literary Award).
Questa autrice, tra le altre cose, sebbene giovanissima, ha avuto modo di vivere all’estero in città come Kyoto, Leeds e Londra. Peraltro, nella capitale britannica ha conseguito la laurea in Filosofie dell’Asia orientale. Credo che quest’ultima precisazione sia importante, giacché il tipo di scrittura che offre un autore è influenzato dalle esperienze vissute, dai contesti sociali in cui queste esperienze si sono svolte e dall’attività formativa intrapresa. In tal senso, un ulteriore elemento che mi preme sottolineare riguarda la visuale “privilegiata” con cui Viola riesce a osservare il mondo che ci circonda e alcune delle sue sfaccettature… soprattutto quelle relative alle identità che caratterizzano il mondo occidentale e quello orientale.
Questo nuovo romanzo, “Bambini di ferro” (La nave di Teseo), è ambientato in Giappone in un periodo storico imprecisato e in luogo molto particolare:  l’istituto Gokuraku. Sin dalle prime pagine del romanzo ci imbattiamo in tre personaggi legati in qualche modo a questo luogo: Sada (la direttrice dell’istituto medesimo), Yuki (la sua assistente e il personaggio principale del romanzo) e la piccola Sumiko (una bambina rimasta orfana). La storia si apre con Sada e Yuki che prelevano Sumiko da una vecchia casa. La bimba reagisce in maniera strana. Fissa il vuoto e pare non rispondere agli stimoli: non vuole parlare, non vuole mangiare, non mostra alcuna intenzione di voler interagire con il resto del mondo che la circonda. E qui si apre un primo fondamentale snodo della narrazione. Scopriremo, infatti, che Sumiko è una bambina di ferro, come del resto lo era stata – venticinque anni prima – la stessa Yuki (a cui è affidato il compito di assistere Sumiko, essendone la tutrice). E proprio dal punto di vista di Yuki vivremo un viaggio interiore tra il presente e il passato che ci svelerà l’essenza delle problematiche e delle distorsioni che affronta il romanzo.
Un altro importante filone narrativo, aperto sin dall’incipit, riguarda l’antica tradizione buddhista e la figura stessa del Buddha. In tal senso va evidenziato, tra le altre cose, anche l’impegno con cui Viola Di Grado si sforza di restituirci un’immagine del Buddha più rispondente al vero, decontaminata dalla visione mitica e un po’ edulcorata (e comunque distorta) che si è diffusa nel mondo occidentale.

L’idea forte di Bambini di ferro è incentrata sulla esistenza di un mondo caratterizzato dalla assenza di spontaneità nella gestione degli affetti, dalla ricerca di una perfezione artificiale come risposta a un disagio che risulta difficile da superare o da accettare. Una perfezione artificiale che, però, in quanto tale è ancora più assoggettata al rischio dell’errore, del guasto; i cui effetti diventano ancora più devastanti per via dei conseguenti effetti dell’alienazione e della disumanizzazione.
All’interno di una società alienata, tesa alla ricerca della perfezione anche per quanto riguarda la gestione degli affetti, potremmo chiederci: qual è l’affetto che più di altri può diventare oggetto di pernicioso e artificiale controllo? Qual è l’Amore con la “A” maiuscola che potrebbe essere più “utile” gestire? Il romanzo della Di Grado ci indica la risposta nella relazione affettiva per antonomasia: quella che lega il bambino alla propria madre.
La storia di “Bambini di ferro” si sviluppa partendo da questi presupposti.
Proprio per garantire questa auspicata “perfezione affettiva” nasce un progetto che prevede l’accudimento dei bambini affidato a dispostivi elettronici, a madri artificiali. Madri artificiali, ma – in teoria – perfette; capaci cioè di avvolgere il bambino in un campo affettivo equilibrato e senza sbavature emotive. L’imprevisto, però, è sempre dietro l’angolo…
Cosa accadrebbe se questi dispositivi, gestiti da programmi informatici, fossero compromessi da un virus (inserito nei sistemi operativi da parte di hacker contestatori del programma di accudimento artificiale)? Come influirebbe un potenziale guasto sulla crescita interiore ed emotiva di questi bambini?
Ecco, dunque, che nascono i bambini di ferro, figli del guasto che deriva dalla reazione alla ricerca spasmodica della perfezione affettiva (perseguita attraverso l’ausilio della tecnologia). Bambini guasti, interiormente tarati. Emotivamente devastati.
Da questo punto di vista “Bambini di ferro” è un romanzo di denuncia sociale, su cui l’autrice  orienta tutti gli strumenti della sua narrazione: stile e linguaggio, impostazione dialogica, struttura narrativa.
E credo non sia un caso che il luogo prescelto per ambientare la storia sia proprio il Giappone: un paese (l’autrice lo conosce molto bene) dove più di altri la solitudine si sposa con la tecnologia; dove le eroine virtuali, costruite al computer, hanno spesse volte più fan di celebrità reali in carne ed ossa; dove il rischio dell’alienazione presenta artigli più affilati che altrove. Del resto il rapporto uomo/robot, anche nella cultura pop degli ultimi quarant’anni, ci richiama alla mente proprio il Giappone, paese natale dei celeberrimi cartoni animati (e dei manga) che hanno visto come protagonisti giganteschi robot (da Goldrake, a Mazinga, a Jeeg robot d’acciaio) caratterizzati dalla simbiosi tecnologica con l’essere umano.
In ogni caso, l’alienazione è lo sfondo su cui la storia di “Bambini di ferro” viene raffigurata dal pennello narrativo di Viola Di Grado.
E tuttavia, in una società alienata, forse è proprio chi viene indicato da quella stessa società come “pazzo” che presenta – paradossalmente – maggiori elementi di “normalità”; maggiori risorse salvifiche.

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