Giovanna MENEGUS – Quasi estate. Recensione di Antonio Fiori

Giovanna Menegus
Quasi estate
ExCogita, 2017

Il libro, venerdì 7 luglio prossimo alle ore 21.00, sarà presentato da Antonio Fiori ad Alghero – alla Libreria Cyrano.

‘Quasi estate’ è la prima silloge edita di Giovanna Menegus, autrice di un esordio già felice  nel titolo e nella cura editoriale di ExCogita, piccola e orgogliosa casa editrice voluta e  diretta da Luciana Bianciardi, figlia del compianto Luciano, giornalista e scrittore  indimenticabile.

La scrittura poetica di Giovanna Menegus ha solide basi nella tradizione novecentesca,  con la quale si è confrontata come lettrice e traduttrice, e nell’amorosa frequentazione, in  Cadore, di quei regni naturali – animale, vegetale e minerale – che molti anni fa  scoprivamo con emozione nella scuola elementare (per poi mitizzarli o dimenticarli,  risucchiati come siamo, in tanti, da una distorsiva contemporaneità).

La silloge chiama a raccolta molti testi apparsi da tempo sul sito web curato dall’autrice  (www.crudalinfa.org). Siamo al giusto esito di un lungo lavoro; si tratta di un esordio  maturo, che avviene dopo aver meditato sulla propria scrittura, sulla struttura della silloge,  sull’editore più consono – operando, alla fine, sempre buone scelte.

La sezione più omogenea e che più resta impressa, è Ornithology. In particolare, spendo  qui volentieri il nome di Pierluigi Bacchini, nel cui solco, per molti aspetti, vedo la poesia di  Giovanna Menegus, anche lei in buon equilibrio tra descrizione scientifica ed empatia del  sentire. Ma c’è di più: c’è il coraggio dell’ironia, dell’inserimento improvviso del lessico  quotidiano: “presto gl’inseparabili ci paiono Stanlio e Ollio/ che si sculettano giù dal   trespolo/…/ ci paiono Sandra che s’arruffa con Raimondo,/ ci paiono uguali a tutte/ le vecchie coppie del mondo”; “Il gallo forcello, il gallo cedrone/ e la pernice bianca (ah,  quanta neve!)/ sono impagliati,/ ai muri del soggiorno/…/ ma hanno occhio vivo – di vetro  -, le loro vecchie/ storie di caccia/ e fanno sempre un figurone”; “io, miope tra l’altro, so   per certo/ solo il nero lucido e netto/ del merlo salterino”; “Piero – il pappagallo uguale a  Portobello/…/ Fu ucciso con errata anestesia/ da un veterinario offertosi di limare/ l’adunco becco/ in cattività diceva ormai troppo cresciuto”.

Il suo verso libero è invero ben controllato in tutta la raccolta, certamente frutto di riletture  e rifiniture. L’autrice sa restituirci la luce cangiante delle stagioni, il continuo trasformarsi  della natura. Nella prima sezione ritrae fiori dai comportamenti sorprendenti: “Sotto   pesanti gocce di rugiada/ e un cielo ancora incerto nel mattino/ le pratoline se ne stanno   rinchiuse e contegnose”; “I grandi fiori bianchi di magnolia/ – uccelli ad ali spiegate…”; “i   piccoli fiori/ dei piccoli melograni/ / in sé guardando/ già concentrati al frutto.” C’è poi  ‘Orfiche’, una sezione poematica che dà conto di intensi accadimenti interiori, simili a  certe esperienze mistiche ma concreti e tangibili, sempre dentro scenari naturalistici.
Vorrei qui proporne almeno due testi, tra i più significativi per intensità ed efficacia evocativa:

IV
La bruna incandescenza del crepuscolo
che vibra intorno,
s’addensa ad ogni angolo:

luce febbricitante incendia
la lunga linea della notte,
nera e sottile come una ferita

 VIII
Ora il piede che percuote la terra
cadenza un canto in battere e levare,
ora il buio è luce e la notte giorno,
         le costole curva chiglia di nave
                  e i femori alberi, remi!
Ora il corpo è un denso frutto di carne
e l’anima in spicchi si dischiude,
al vento libera
i suoi semi…

Nella penultima sezione, ‘A quest’ora del mattino d’un giorno feriale”, riemerge il parlato e  una quotidianità che ci accomuna: “A quest’ora del mattino d’un giorno feriale/ ci sono in   giro solo signore dal sedere enorme/ che chiamano amore minuscoli cani”; “Ti sto così,
gettata addosso, molle,/ rabbrividendo dopo l’acquazzone”. Ma ci sono anche sensazioni
metafisiche “L’anima forse sta pinzata alle spalle/ come le famose ali degli angeli,/ tra le
scapole// Se d’avvertirne la presenza t’accade,/ con un furtivo sguardo subito ti volti…”

La raccolta si chiude con una breve sezione ‘dedicata’, sia nel senso proprio, di testi
dedicati ad altri poeti (Dylan Thomas, Alda Merini, Luciano Erba) – sia nel senso di poesia
interamente dedicata alla poesia stessa. L’ultima s’apre con questo verso: “Trappole da
evitare facendo poesia:…” e così chiude: “Verificato d’essere in trappola/ evitare dunque di
fare poesia?”, laddove Giovanna Menegus si denuncia poeta proprio per questa nutriente
incertezza, per l’impossibilità di una risposta. Azzardo però, in conclusione, un passo in
più. Dico che l’autrice può trovare in altri suoi versi la spiegazione, se non di cosa sia la
poesia, della spinta interiore alla scrittura, dell’urgenza, in lei, della poesia:

Eppure sento questo verde urgente,
sottopelle
          una cruda linfa pulsante

Antonio Fiori

*

Ma la moretta tabaccata
da anni a bordo lago
senza un’ala – tarpata – né un compagno
di reciproca forma e piumaggio,
con gli occhi sempre per prima la cerchiamo
                 – a non trovarla ormai ci mancherebbe –
e lei (lui?) è lì, dignitosa e fedele alla sua malinconia:
l’unico suo simile lo saluta
specchiato nell’acqua melmosa d’alghe

*
La canarina arancio fuoco in silenziosa cova
– covata dal maschio che anche lui senza più un trillo
                                                                     o un frullo
la guarda fisso e ieratico
      dal trespolo di fronte –
è riposante, confortante: basta il calore del corpo,
basta l’attesa. Per trasmettere vita, per mandarla avanti
in certi momenti
          non ci vuole altro

X
Cos’ha ancora da svelarci il giorno
– fulgide genuflessioni di luce
       sullo smisurato altare del cielo,
minime modifiche al contorno,
o qualche improbabile ritorno…

XIII
Una mandorla di luce nell’aria:

     una trasparente arancia verticale
     che lenta si schiude
     in lunghi spicchi:

           un’invisibile nicchia, trepida:

                una cascata di cielo dall’alto, a fiotti,
                dalla lanterna
                    al sommo della cupola

XIV
Dal silenzioso grembo di conchiglia della notte
un lume sorge
di chiaroveggenza:

nitide e sospese coglie le cose
tutte
         – finché a folate il giorno
         non torni a scompigliarle

XVII
È l’alone di fuoco lontano
soffuso all’orlo slabbrato
      fra terra e notte – il freddo avvampare,
      già mortale,
      nel trasfigurare del cielo
      che si fa immenso, sale al culmine:

           è l’infinito – che esonda da se stesso
           e abbacina…!

*

Poesia potrebbe dunque stare anche qui
nei solchi sul tenero legno del tavolo
questi piccoli segni visibili quasi solo in controluce
come le rughe sul mio volto
che dicono
non sei più giovane
non sei ancora vecchia
sei questo, questo punto del tempo

*

Giovanna Menegus è cresciuta a San Vito di Cadore, in provincia di Belluno. Abita oggi a metà strada fra Milano e Varese, e vive viaggiando fra questi tre luoghi ed altri, perlopiù in treno. È nata nel 1969; ha un marito, dal 1998, e una figlia, dal 2004. Ha lavorato e ancora collabora nell’ambiente editoriale e archivistico. Quasi estate, la sua prima raccolta pubblicata su carta, è in libreria dal 18 maggio grazie all’editore ExCogita e al MasterBook 2017 dello IULM. Menegus ha l’accento sulla u. Gestisce un sito, Crudalinfa.

2 pensieri su “Giovanna MENEGUS – Quasi estate. Recensione di Antonio Fiori

  1. Ringrazio Giovanni Nuscis e Lpels per aver voluto accogliere questa mia nota di lettura del bell’esordio di Giovanna Menegus e invito tutti gli amanti della buona poesia alla presentazione algherese del 7 luglio.

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  2. Pingback: Quasi estate ad Alghero | Crudalinfa

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