Il punto


Ti scrivo da un luogo di cui ignoro qualsiasi coordinata: è in cima a una collina, a strapiombo sul mare. Non so neanche come sia riuscito ad arrivarci, o chi mi ci abbia portato. A dire il vero, mi accorgo di aver dimenticato molte cose, tra cui il mio nome. Ma il tuo l’ho ben presente.
Forse è un vantaggio non rivangare più il passato, percepirsi liberi da errori e fallimenti. O forse mi illudo soltanto di non avere più di che rimproverarmi: l’essenza della vita è riconoscere umilmente la propria identità, senza ipocriti perfezionismi.
Da qui si vede bene l’orizzonte, la fine che non è una fine: come il giorno, che sembra esaurirsi e invece continua nella notte, nei sogni, che per me, nella presente condizione, sono l’unica chance di ritrovare un frammento di memoria; per sapere, ad esempio, se sono interessato a te, o è una forma di compensazione di quello che ho perduto e temo di non poter mai più ricuperare. Ciò che mi collega alla realtà è il filo tenue della nostra relazione, l’idea che da qualcosa si debba cominciare e che l’io sia questo ponte sospeso sopra il nulla, da cui mandiamo baci, o grida angosciate come appelli impossibili da udire.
Oggi ho maturato una certezza: qualcuno mi ha portato qui; dunque, un senso ci dev’essere. Per la prima volta sperimento la fiducia del bambino, che non mette in discussione il volere dei propri genitori.
La collina, per me, è un simbolo a due facce: può rivelarsi un cimitero silenzioso, in cui ombre furtive accumulano fiori che presto appassiranno; o il luogo da cui, finalmente, si vede il punto da cui tutto nasce, invece di finire.

5 pensieri su “Il punto

  1. Spesso la stringente quotidianità ci costringe a regolare la messa a fuoco della nostra capacità di osservazione alla problematica contingente, alla dimensione più prossima, che inevitabilmente consideriamo vitale. Questa condanna alla miopia comportamentale determina, di tanto in tanto, un bisogno insopprimibile di “collina”.
    Collina intesa come meta agognata da cui poter allargare nuovamente lo sguardo e riacquistare quella visione d’insieme che consente di rimodulare il percorso verso ciò che, a torto o a ragione, più o meno razionalmente, riteniamo lo scopo della nostra vita.
    In quella collina, come Edgar Lee Master, ritroviamo gli epitaffi del nostro passato, da cui poter trarre insegnamento o ispirazione.
    Soprattutto, da quel nostro “ermo colle” torniamo finalmente a volgere lo sguardo verso l’orizzonte, quel senso di infinito a fondamento di ogni nuovo inizio.
    La collina è il luogo deputato dove fare il punto.
    La collina è il luogo dove il nostro essere si palesa e non lascia alibi.

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