Francesco Dalessandro legge Raffaela Fazio


QUEL NULLA CHE È TUTTO

 

Più invecchio e più il mito mi dà consolazione.

Aristotele

 


Ogni mito è il destino chiuso in un nome; è quando quel nome viene evocato che si dispiega come un candido telo sul quale la notte ricama i suoi gridi e i suoi silenzi. Fra il grido e il silenzio, il nome si palesa e rivela il suo senso nel momento in cui la voce lo risveglia. Continua a leggere

Scommettiamo?


Per un momento, immaginiamo che tutti credessero in Gesù. A ben vedere, non è così impossibile. Ha insegnato l’amore, la speranza, la fiducia. Ha detto che la vita non finisce con la morte, che la bontà viene premiata, e la cattiveria è votata al fallimento.
Non pochi atei hanno intravisto in Lui una figura straordinaria: Nietzsche ha scritto che c’è stato, nella storia, un solo cristiano, ed è morto in croce. Sono famose le canzoni dedicategli da Fabrizio De André, culminanti nel coro finale della “Buona Novella”: “non posso pensarti figlio di Dio, ma figlio dell’uomo, fratello anche mio”.
Se tutti credessero in Gesù, il mondo sarebbe migliore. Solidarietà, pace, non violenza, diverrebbero realtà quotidiane; il pane si moltiplicherebbe e i malati sarebbero guariti. Tutto da guadagnare, a prima vista. Ma dev’esserci un anello che non tiene, perché, in fin dei conti, non sono poi tanti quelli che lo seguono davvero.
Pensa che ti ripensa, mi pare che una parte di responsabilità ricada sui credenti. Il peccato ha una sua bellezza, come ricorda Genesi: il frutto dell’albero del bene e del male era “bello a vedersi e buono da mangiare”. Come rinunciare a tanto allettamento? Solo imbattendosi in qualcosa di più bello. Agostino d’Ippona, santo e genio, ha stabilito una volta per tutte che la fede è desiderio. Finché non desidera il bene più del male, l’uomo ignora la proposta di Cristo: chi glielo fa fare?
Non resta che invitare i credenti a mostrare la bellezza di Dio, il fascino irresistibile dell’essere cristiani. Qualcuno in più ci crederà. Scommettiamo?

Aprire la mente


di Riccardo Ferrazzi

Agli albori del terzo millennio, dapprima in forma di dubbio, poi con sempre maggiore convinzione, giornali e tv comunicarono al pubblico una notizia sconvolgente: la scienza è in grado di spiegare sì e no il 5% della realtà, tutto il resto è semplicemente sconosciuto.
Come gli antichi romani all’annuncio della disfatta di Canne, scienziati e opinione pubblica reagirono con animo virile: nessuno parlò di catastrofe, nessuno intonò il mea culpa. Gli scienziati cominciarono a parlare di “materia oscura”, l’opinione pubblica si dispose ad attendere fiduciosamente la spiegazione di cosa fosse questa nuova materia. Continua a leggere

Due bocche


Se l’uomo ha due occhi, un naso, una bocca, ci sarà un motivo. Due bocche avrebbero fatto comodo, magari: se in una i denti si fossero cariati, avremmo masticato con l’altra. Per i dentisti ci sarebbe stato più lavoro. O forse meno?
Qualcuno ha dichiarato che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Dio non sarebbe d’accordo. Ne aveva progettato uno senza malizia, violenza, dominio di un essere sull’altro. Il paradiso terrestre è qualcosa da considerare attentamente: l’idea di Dio è sempre la migliore.
C’è chi, però, ha qualcosa da ridire. Il mondo vuole farlo lui, pensare che sia così o così. Un giorno, forse, farà un uomo con due bocche e con tre occhi, di cui uno dietro la testa. Come mai Dio non ci ha pensato? Forse perché, nel paradiso terrestre, non c’era bisogno di guardarsi le spalle. O forse, meglio ancora, per insegnare a fidarsi, a credere più in qualcun altro che in se stessi, come fa il bambino.
Pensando al mondo, a volte, mi commuovo. Vedo che Dio ha fatto buona ogni cosa, ma noi siamo portati, quasi eroicamente, a rovinare tutto. Forse perché c’è un nemico. È quello che dice la parabola della zizzania: un nemico ha fatto questo. Il bello di Dio è che fa esistere il Nemico, gli lascia spazio, lo lascia lavorare. Poi arriva uno e dice: Dio non esiste, perché, se esistesse, non permetterebbe questo male.
È difficile capire l’amore, quella cosa che dà la libertà di contraddirti, e a volte di ucciderti. Se Dio non avesse amato, non sarebbe morto in croce. Il grido di liberazione – Dio è morto! – è dunque l’atto di fede più appassionato e convincente nella sua esistenza amante, talmente potente da risorgere ogni volta. Con un bocca sola.

SUL TAMBURO n.49: Adam Vaccaro, “Seeds (Semi)”

Adam Vaccaro, Seeds (Semi), selected, edited, translated and Introduced by Sean Mark, New York, Chelsea Editions, 2014

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di Giuseppe Panella

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Da molti anni, Adam Vaccaro conduce una ricerca attenta, sofisticata e puntuale su un’idea di poesia che lo contraddistingue e alla quale si è consacrato con risultati eccellenti: da La vita nonostante (Milano, Studio d’autore, 1978) a La casa sospesa (Novi Ligure (AL), Joker, 2003) la sua attenzione di poeta è stata concentrata su una serie di nozioni teorico-psicologico-esistenziali culminanti nell’idea di adiacenza poetica, idea che presuppone la condivisione espressiva di sentimenti ed esperienze che si fanno realtà concreta nel momento in cui vengono trasformate in parola viva e senza ulteriori mediazioni. Al centro del pensiero poetico di Vaccaro, allora, si trova questa nozione-chiave che indica la condivisione di una tendenza, di una capacità di cogliere le radici di ciò che è presente senza sterili tradizionalismi o rivendicazioni del passato ma alla luce di un impegno di redenzione del futuro. Scrive Sean Mark nella sua utilissima introduzione alla raccolta, un saggio dal titolo emblematico di “Accendere segni”. Sulla poesia di Adam Vaccaro:

«Spendiamo qui qualche parola per spiegare un concetto chiave della poeta vaccariana, quello dell’“adiacenza”. Rinunciando alla pretesa di un’adesione stringente alla Cosa (evento, esperienza o oggetto d’indagine filosofica che sia), la parola poetica può solo aspirare a collocarsi nella sua prossimità (ad-jacere), e da questa prossimità ne può raccogliere le sensazioni, percezioni ed immagini che, insieme, costituiscono la nostra esperienza di mondo. Atmosfere, suoni, parole, fonemi e il linguaggio, anche scarno e frammentato, tendono ad approssimarsi il più possibile all’evocare la Cosa, o un particolare paesaggio, scenario o esperienza: adiacenze che colgono una molteplicità di percezioni» (p. 12).

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La pioggia


Capisci l’importanza della pioggia se c’è la siccità. Fino ad allora te n’eri lamentato: che seccatura! L’ombrello, il fastidio di bagnarsi in ogni caso. E che tristezza! Vuoi mettere un bel cielo azzurro, che comunica allegria anche quando i pensieri cattivi annebbiano la mente.
È un criterio generale. Ci lamentiamo dei preti, ma quando un moribondo invoca l’unzione degli infermi, ne cerchiamo anche uno scalcagnato.
Facciamo di tutto per girare al largo dal tipo sgradevole, quello con la voce chioccia e la tendenza alla polemica, ma quando ci dà l’informazione che solo lui conosce, lo vediamo con gli occhi di chi ha ricevuto un beneficio.
La suocera neanche la saluti, ma quando sua figlia – tua moglie – ti lascia perché ne ha fin sopra la punta dei capelli, diventa una risorsa a cui ti pieghi persino volentieri.
Tutto ha un rovescio: se prendessimo l’abitudine di sospendere il giudizio, di lasciare che la faccia nascosta delle cose arrivi a palesarsi, forse la vita sarebbe meno amara.
Che in origine sia stata orientata proprio a questo? Che il senso riposi nella sintesi di due elementi, come se ogni realtà unilaterale celasse una falla, una mancanza, una parzialità fatale per la lettura dell’essere?
Da quando ho compreso che significhi, concretamente, che Cristo è vero Dio e vero Uomo, la mia vita è cambiata. Unirsi a Lui vuol dire entrare in contatto con la nostra umanità e ritrovarsi guariti dalla sua divinità. Significa essere se stessi, come Lui ci ha immaginati.
Capisco meglio, da allora, la pioggia, i preti, le persone sgradevoli, le suocere. Li vedo, nello stesso tempo, con gli occhi di un uomo e gli occhi di un Dio.

L’isola misteriosa. La Biblioteca dei libri inutili. N. 6

 

Come per l’idea rimasta incompiuta di realizzare un Catalogo delle idee chic, che avrebbe dovuto essere il seguito e la conclusione del romanzo Bouvard e Pécuche di Flaubert, letture e proposte di libri singolari eppure dimenticati.

Malombra, Antonio Fogazzaro (1881)

In uno spettrale castello sulle rive di un lago lombardo vive, segregata dallo zio Cesare d’Ormengo, la marchesa Marina di Malombra. Per caso Marina viene in possesso di una lettera scritta da sua nonna Cecilia, anch’ella segregata dal marito, come punizione per essersi innamorata di un giovane ufficiale di nome Renato. Marina finisce per identificarsi con Cecilia e rivive la tragedia della sua morte. In un lento ma progressivo stato di allucinazione, la marchesina comincia a credere di essere la reincarnazione della nonna. In preda alla follia ucciderà lo zio e lo scrittore Corrado Silla, che di lei si era innamorato — credendolo la reincarnazione di Renato.

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I tre porcellini


Le fiabe finiscono, ma fino a un certo punto. Prendiamo quella dei tre porcellini: emancipati dalla madre, che li invita a diventare autonomi, si costruiscono tre case con materiali diversi: paglia, legno e mattoni. Come andrà a finire, si capisce dall’inizio, anche perché la fiaba è copiata dal Vangelo: il discorso della montagna termina così, con costruzioni adatte o meno a sostenere gli imprevisti.
Ma è chiaro che la storia potrebbe continuare: anche una casa di mattoni, infatti, può crollare, soprattutto in tempi in cui le profezie – se non, addirittura, le ipotesi scientifiche – prevedono l’impatto con la Terra di pianeti con orbite impazzite. In tal caso, i più esposti sarebbero ancora i porcellini, ossia coloro che proseguono imperterriti a condurre una vita materiale, quella che, in un modo o in un altro, va a sbattere contro il muro della morte, a cui non c’è rimedio, come recita il detto.
Ma, visto che abbiamo parlato di Vangelo, la storia potrebbe ulteriormente evolversi, perché il messaggio di Cristo consiste proprio nel credere in qualcosa capace di abbattere la barriera della morte, di mettere in comunicazione con un mondo rinnovato, in cui Dio può salvare da tutto, persino da un cataclisma apocalittico. Dunque, la differenza non starebbe più nel costruire una casa tanto solida da chiudersi al pericolo esterno; al contrario si tratterebbe di aprire uno spiraglio, lasciando entrare un principio di vita che non muore, inattaccabile dal lupo, qualsiasi maschera decida di indossare.
Il Vangelo, dunque, è più ottimista delle fiabe, anche se il tema che trattano è comune: il lieto fine non sta nel chiudere la porta a un pericolo incombente, ma nell’aprirla a Dio, che è più forte di qualsiasi aggressore, compreso il lupo apparentemente invincibile che chiamiamo morte.

Uomo – di Blas de Otero

Nel corpo a corpo, con la morte lotto,
e chiamo Dio sull’orlo dell’abisso.
Quel suo silenzio è denso di boato
che soffoca la voce nel vuoto inerte, fisso.

Dio, se devo morire, la mia voglia
è che – di notte in notte – tu sia desto
udendo la mia voce alla tua soglia,
clamante graffio all’ombra e buio pesto.

La mano innalzo, mentre la incateni.
Gli occhi sbarro, sacrifici vivi.
Ho sete ed ogni spiaggia è presto sale.

L’umano, con l’orrore a piene mani.
Essere – e non essere – eterni, fuggitivi.
Ancora angeli con ali di catene.

***
Ripropongo una mia traduzione (con modifiche) di un sonetto di Blas de Otero (Bilbao 1916 – Madrid 1979). Segnalo, altresì, l’ampia voce sullo stesso sulla versione spagnola di Wikipedia.

Sguardi


Può accadere di sentirsi soli. Non che non s’incontrino persone, le presenze abituali della quotidianità: famigliari, colleghi di lavoro, i contatti che attraversano la vita e con cui non sempre si sa essere sé stessi. Anzi, se ne torna spesso col sentore d’aver perso qualcosa, senza, magari, saper dire cosa.
Resta una fame di essere, sempre più intensa, sempre più insaziata.
Poi, un bel giorno, guardi il volto di Gesù, davanti a te, con gli occhi che sembrano cercarti: non ti impongono nulla, sono solo una proposta discreta, delicata, attenta a non violare la tua libera adesione. È lì: e tu non credi che ti stia guardando, che sia il Gesù che percorreva le strade della Palestina predicando il Vangelo, guarendo i malati, chiamando Zaccheo arrampicato sopra l’albero, assicurando al paralitico, calato dal tetto, il perdono dei peccati, conversando con la donna al pozzo di Sicar.
Sei certo di essere indegno della sua attenzione, che il suo potere sia attratto da altre cause, ben più importanti della tua. No, non sta guardando te, anche se sembra, anche se tutto lascerebbe sospettare che voglia convincerti che se è appeso lì, se hai deciso di piazzarlo di fronte al tavolo di studio e di preghiera, no, non può essere un caso, ma una sua precisa, eterna volontà.
Allora, all’improvviso, ti lasci persuadere: chiudi gli occhi, cominci a sentire le sue mani posate sulla testa, sei uno di quelli che ha incontrato per la strada, nei campi, nelle sinagoghe scalcinate, e provi un senso di pace, come se i suoi occhi, il suo tocco, cambiassero qualcosa, come se, per la prima volta in vita tua, potessi dire “io”, “tu”, e avessi ritrovato, per miracolo, la tua vera, fino ad oggi incredibilmente ignorata, identità.
Solo da allora, ogni persona che incontri non è più un pretesto per sentirti solo, ma un’occasione per essere te stesso, riflesso, finalmente, nella luce mite del suo sguardo.

Premio nazionale di letteratura rurale “Parole di Terra”

Premio nazionale di letteratura rurale “Parole di Terra”

Regolamento IV Edizione (2017)

  1. Pentàgora edizioni (pentagora.it) e l’Associazione Culturale Parole di Terra promuovono il Premio Nazionale di Letteratura Rurale PAROLE DI TERRA – quarta edizione, da assegnare a opere inedite in lingua italiana dedicate al mondo rurale e alla cultura contadina, con due categorie di premiazione:
  2. a. Premio Parole di Terra per la letteratura rurale (da 150.000 a 400.000 caratteri spazi compresi), aperto a opere di narrativa, saggistica, memorialistica e a raccolte di racconti. Sono considerate inedite anche le opere stampate senza codice isbn;
  3. b. Premio Parole di Terra per racconti brevi (entro 15.000 caratteri spazi compresi).

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Luigi Maria Corsanico legge Nazim Hikmet. 2

da qui

NÂZIM HIKMET
Anche questa mattina mi sono svegliato
Berlino, 1961
da Poesie d’amore, 1965
Traduzione di Joyce Lussu

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Dmitri Shostakovich
Cello Concerto No.1, 2nd movement
Fotografia di Remus Tiplea
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Anche questa mattina mi sono svegliato
e il muro la coperta i vetri la plastica il legno
si son buttati addosso a me alla rinfusa
e la luce d’argento annerito della lampada
mi si è buttato addosso anche un biglietto di tram
e il giallo della parete e tre righe di scritto
e la camera d’albergo e questo paese nemico
e la metà del sogno caduta da questo lato s’è spenta
mi si è buttata addosso la fronte bianca del tempo
e i ricordi più vecchi e la tua assenza nel letto
e la nostra separazione e quello che siamo
mi sono svegliato anche questa mattina
e ti amo.

Diapositive


Era come veder scorrere le diapositive: mio padre che mi trascinava nella polvere, a Stigliano, perché lo zio Michelino, come al solito, mi aveva accusato di qualcosa; la maestra Battistoni che spiattellava a mia madre, nel negozio, il mio inconfessato quattro in matematica; l’ingresso nella classe sbagliata, dove tutti indossavano il grembiule nero e io ero l’unico scemo col grembiule bianco. E ancora, la fuga dopo aver preso in giro Otello, il commerciante calvo che aveva appena indossato il parrucchino; la fulminea aggressione di Domenico Ippolito durante una partita, senza che gli avessi fatto nulla; gli occhi a palla dell’ottimo D’Autilia, che voleva essermi amico contro il mio volere; le mani sporche d’inchiostro di Vincenzo Cerere e la stilografica che gli invidiavo, come fosse una reliquia di valore inestimabile.
La nostra vita è in onda sullo schermo della storia: un film che vedremo tutti insieme, prima o poi, senza spirito di rivalsa o antagonismi, ma come una lezione su come fare i conti con sé stessi.
Quando seguiremo ogni pensiero, ogni parola, ogni gesto, succedersi scena dopo scena sotto lo sguardo amorevole di Dio, sentiremo, nel profondo dell’anima, il taglio di una lama, e capiremo davvero cos’è bene e cos’è male. Allora piangeremo, rideremo, s’infrangerà ogni antico e arrugginito meccanismo di difesa.
L’ultima diapositiva sarà la nostra scelta tra lo schermo luminoso di Dio e quello oscuro, logoro, cadente del Nemico, in cui si precipita per sempre nella tenebra, rinunciando a ogni possibile rigurgito di amore.
Allora tutto – Stigliano, Michelino, la Pelikan verde e nera di Vincenzo Cerere – sarà, per i secoli dei secoli, il nostro inferno, o il nostro paradiso.

È solo un racconto, di Giuseppe Granieri

Pubblichiamo qui di seguito un racconto di Giuseppe Granieri.
Giuseppe vive a Copertino, Lecce. Laureato in Scienze della Comunicazione all’Università “La Sapienza di Roma”, è giornalista pubblicista. Scrive di sport e calcio per FcInterNews.it e TuttoMercatoWeb.com. Ha pubblicato i libri Giorgio Faletti e la riscoperta del noir in Italia (Sacco, 2009) e Dal calcio giocato al calcio parlato (Innito Edizioni, 2013).

 

È solo un racconto

Forse dovrei/potrei aspettare a scrivere queste righe. Forse dovrei far passare un po’ di anni prima di scrivere questo racconto in chiave personale. La materia è ancora calda e potrei scottarmi. E comunque, non è l’urgenza che mi spinge a scrivere queste righe. Piuttosto, sento che mettere per iscritto questo pensiero serva
ORA.
E, forse, potrebbe non servire più in là: sento che cogliere l’eccezionalità del momento, questo momento, possa servire a qualcuno, me compreso. I fatti, prima di tutto, come insegnano in qualsiasi facoltà di comunicazione che si rispetti.
Nell’agosto del 2012 ho scritto un racconto (ho capito solo dopo un po’ che poteva essere considerato un racconto: non ho cominciato a scriverlo con l’intenzione di pubblicarlo, ma certe cose, si sa, è difficile prevedere quali sbocchi possano poi prendere…), il file è poi rimasto sepolto un bel po’ di mesi nel mio pc, lo vedevo ogni giorno, lì sul desktop, ma non ci badavo poi più di tanto. Una volta ogni due settimane, lo aprivo, lo leggevo, apportavo delle piccole modifche, se lo ritenevo necessario, e lo richiudevo.
Poi, più o meno verso febbraio 2013 Continua a leggere

La notte del Santo, di Remo Bassini

di Guido Michelone

Giunto all’undicesimo romanzo, il cortonese Remo Bassini cambia genere e ambientazione, dedicandosi anima e corpo al noir investigativo all’interno della realtà metropolitana, spostando dunque l’abituale location (di solito la Vercelli in cui vive, sia pur di raso nominata) in un contesto sociopolitico maggiormente gravido di paure, tensioni, crimini, misfatti. Continua a leggere

Lev shomea


Quando il genio della lampada mi esortò a formulare un desiderio, rimasi titubante. Ultimamente, la storia aveva assunto caratteri inquietanti: non c’era più nulla di scontato, anzi, ogni cosa sembrava propensa a rovesciarsi nel suo opposto. Mi chiedevo come i bambini sarebbero cresciuti in un contesto senza più certezze, in cui chiunque avrebbe potuto avvicinarti e stringerti la mano o assassinarti. Le esecuzioni pubbliche, filmate su YouTube, avevano qualcosa di empiamente simbolico: tagliare la testa, cioè impedire di pensare, di capire. Forse, in giro, c’erano molti più decapitati di quanto si potesse immaginare.
Ma non era solo un fatto di cervello. Un problema anche più grave riguardava il cuore. Troppi stimoli, e spesso così forti da rendere impossibile una reazione sobria, equilibrata. Come avrebbe potuto, un povero cuore, lasciar depositare nel profondo sensazioni e sentimenti, accarezzare un sogno, coltivare un affetto, o stringere un rapporto in cui l’altro potesse davvero essere accolto?
Un pianeta, dunque, senza testa e senza cuore. Ma avevo l’impressione che fosse anche un pianeta senza corpo, vissuto come fosse un’entità a sé stante, oggetto di cura esagerata o piacere scriteriato, un’appendice che non aveva più a che fare con l’unità della persona. Le strade, i luoghi di ritrovo, diventavano vetrine in cui ognuno esponeva la sua merce, ossia il corpo staccato da una storia, da un’anima, da una propria vocazione che affondasse le radici in un Progetto.
Quando il genio della lampada mi esortò a formulare un desiderio, mi ricordai di Salomone. Subito prima che diventasse re, Dio si era offerto di dargli qualunque cosa gli avesse domandato. Lui aveva optato per un “lev shomea”, che in ebraico significa “un cuore capace di ascoltare”. Risposi anch’io così.
Il genio rimase sorpreso, come forse anche Dio, di fronte alla richiesta del sovrano.
Da allora, mi sembra di vederci meglio, di sentire con più lucidità, di dire una parola più sensata alle persone che incontro in questo pianeta singolare.

SUL TAMBURO n.48: Andrea Fallani, “L’ascesa della Luna”

Andrea Fallani, L’ascesa della Luna, Borgomanero (Novara), Giuliano Ladolfi Editore, 2016

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di Giuseppe Panella

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L’allusione è, quasi naturalmente, a La caduta della luna di Giacomo Leopardi, composto presumibilmente nel 1836, è forse l’ultimo testo poetico scritto dal poeta di Recanati prima di morire (addirittura sul letto di morte, se si deve credere all’aneddotica di Antonio Ranieri, sovente propensa a un suo“mitizzare pallido e assorto” in nome dell’amicizia di un tempo). Ma non è questo il problema, non è questo quello che conta. L’imagery di Fallani, tutta protesa a ridosso della grande tradizione lirica italiana (da Leopardi appunto a Pascoli o a Montale – come con accortezza critica annota Giulio Greco nella sua nota introduttiva titolata Cantore della vita), è intrisa di soluzioni liriche legata al passato ma si impone, con freschezza e impazienza insolite, con il suo desiderio conclamato di un’originalità tutta legata all’esplorazione di un continente che appare anch’esso nuovo e inedito allo sguardo del poeta. Fallani ha le idee chiare sulla poesia e sulla sua funzione espressiva e si prova a risolvere il problema del rapporto tra passato e presente con soluzioni tutt’altro che scontate. Il suo libro si configura, inoltre, come l’inizio di un probabile rapporto futuro e fruttuoso con la poesia e, quindi, allo stesso modo di tutte le opere di un esordiente, contiene tutto il passato prossimo del suo autore e segnala, pur nella sua maturità espressiva, una serie di tracce liriche da analizzare criticamente per comprendere la sostanza profonda della sua operazione poetica. In lui c’è, insomma, per dirla con il titolo di un bellissimo racconto di Stephen Crane, “il passo della giovinezza” e di questo bisogna tenere conto. Lo puntualizza in maniera accorta anche lo stesso prefatore del testo in una delle svolte critiche della sua presentazione:

«[…] Andrea Fallani può essere considerato il vero cantore della giovinezza, di quel periodo che volgarmente e superficialmente viene considerato il più bello, il più spensierato, il più felice dell’esistenza. Il poeta, infatti, documenta come all’interno dell’attuale società “liquida”, caratterizzata dall’assenza di certezze, di prospettive e di valori cui ancorare il progetto del futuro, il giovane preferisca “l’ascesa della luna” al sorgere del sole» (p.8 ).

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Profeti


Penso al coraggio dei profeti biblici: in fondo, chi glielo faceva fare? E invece parlavano, gridavano, rischiavano la vita pur di recapitare “quel” messaggio: sì, proprio il messaggio che nessuno avrebbe voluto mai sentire.
Del resto, parliamoci chiaro: a tutti piacerebbe un dio che costruisse ponti d’oro verso i propri obiettivi; un dio che proteggesse dalle umiliazioni, dalle mille naturali frecciate che la vita ci riserva e di cui Shakespeare scriveva così bene. Il dio tappabuchi di Bonhoeffer, il Got mit uns dell’imbianchino folle, e via delirando, secondo gli infiniti modi in cui l’io vorrebbe vincere, godere, possedere.
Ebbene, il Dio vivo e vero non è questo. Il Dio certificato dalla Bibbia, e dalla nostra esperienza personale, è il Dio dei profeti: respinti, insultati, massacrati; i profeti coraggiosi che pagano un prezzo troppo alto per le tasche del mondo, il quale preferisce le nicchie confortevoli del pensiero corrente, del piccolo cabotaggio di soddisfazioni e piaceri personali.
Se vuoi conoscere davvero il Dio di Osea, di Isaia, di Geremia, devi lasciare a Lui l’iniziativa: e non sarà un incontro da salotto buono o uno scambio di battute brillanti da bacheca frenetica dei social.
Il Dio di Ezechiele, di Baruc, di Michea, è il Dio che toglie ogni certezza materiale, ruoli, titoli, prestigio; e non lo fa per sadismo o per sfoggio di potere, ma perché vuole dimostrarti che le sue vie non sono le tue vie, i suoi pensieri non sono i tuoi pensieri. Vuol farti ammettere che nulla è essenziale di ciò che ritieni indispensabile. E quando ormai non hai nulla da perdere, quando comprendi cosa sia davvero inalienabile, potrà svelarti quello che da sempre sei, e che ora finalmente vedi. Con lo sguardo puro, bruciato dei profeti.

107. Orizzonti


Ci dirigevamo a grandi passi verso l’epifania di eventi a cui nessuno pensava, ma che noi scorgevamo sullo sfondo di un’epoca enigmatica, in cui i valori sembravano confondersi e in cui tutto era messo in discussione; ma non al modo, per dire, di Gesù, che mostrava anche al di là delle contraddizioni umane una vita potente, inalterabile; no, adesso c’era un senso di buio e di smarrimento, appena dietro la facciata buonista, l’ottimismo insensato di chi si affretta verso la rovina.
Capivamo perché Dio non fa politica, non sposa un partito, una fazione, non si lega al carro di lobby o ideologie, ma è libero della libertà indispensabile all’amore, e all’espressione limpida della verità. Ci sembrava che le istituzioni, perfino le più sacre, si facessero coinvolgere, invece, in giochi di potere, in manovre censorie, come si fosse sdoganata una sorta di dittatura sotterranea, intrecciata coi mass media e il loro istinto di falsificazione.
Come uscire dalla trappola, se non mettendosi totalmente nelle mani di Chi era, e sempre è, al di sopra delle parti, invocando lo Spirito che legge anche i meandri nascosti della storia? Quest’ottica ci consentiva di restare sereni in mezzo al non senso, alla violenza subdola, alla contraffazione più evidente, spacciata per una improbabile, profonda verità.

Le mani


Sentirsi amati è la svolta decisiva. Prima, tutto ti feriva, ti accorgevi di ogni minima distanza fra le tue attese e l’altrui comportamento; soffrivi se qualcuno ti ignorava, o ti trattava bruscamente. La vita dipendeva dagli altri, per quella insicurezza che in tanti ci portiamo dentro dall’infanzia, perché le vicende della vita – dalla distrazione fino alla stanchezza – ti privano della quota d’amore su cui facevi conto. Da allora diventa un rincorrere, un cercare affetto e approvazione, uno studiare gli occhi, le parole, un soppesare il tempo, i modi, l’attenzione che gli altri ti riservano.
L’infelicità, lo capisci più tardi, è cercare all’esterno, mendicare dal mondo una stretta di mano, un cenno di consenso. Il desiderio è rivolto oltre le mura, come accade al volontario della legione straniera che scruta la distesa del deserto, sperando e temendo l’apparire di un’ombra, di un suono, di un odore.
Siamo sentinelle fragili, infelici, testimoni di una solitudine fatale, sospesi alle lancette di un tempo che non passa, o va troppo veloce.
Finché un giorno senti la sua mano, il calore che ti avvolge la testa, una pienezza mai sperimentata, come se emergesse qualcosa d’ignoto eppure tuo, l’immagine intravista da bambino, quando ancora il mondo non aveva indossato la sua maschera.
Ora che il sangue ricomincia a scorrere, che tutto acquista le sue vere proporzioni, hai ricostruito le fasi dell’evento, hai ammirato le sue mani tese, udito la sua voce che gridava: Lazzaro, vieni fuori! Sei uscito dalla tomba dei bisogni insoddisfatti, delle attese sbagliate, ti sei sentito libero, salvato: usando una parola difficile, risorto. Non ti serve più niente, non chiedi più a nessuno, cerchi sempre e soltanto quelle mani che ti hanno accarezzato, riportandoti all’essere. Ti sei sentito amato.