Quello che c’era da capire


Lo chiamavano scemo. In effetti, spesso, sembrava non capire. Ti guardava in un modo che metteva il nervoso, perché gli occhi riflettevano ogni volta la medesima domanda: mi ripeti? Ma nessuno aveva voglia di ripetere. Lui se ne andava tristemente, rassegnandosi al fatto che non c’era chi accettasse di scandire le frasi con più calma, articolando le parole suono per suono, fonema per fonema. Il suo era un tempo parallelo, ignorato da tutti, poiché l’ansia la faceva da padrona, allora come ora.
Tentò il suicidio: avrebbe voluto ingurgitare una grande quantità di un farmaco potente. Ma fu lento: la madre se ne accorse, e lui se la cavò con una lavanda gastrica e un rimprovero angosciato. Da quel giorno, togliersi la vita gli parve impegnativo, o forse si era solo spaventato troppo, all’appressarsi della morte.
Alla fine, chissà come, sposò una donna ricca, più grande di lui, che lo accolse in una casa lussuosa. Intraprese una vita da nababbo, con auto prestigiose e vacanze in alberghi a cinque stelle.
Spargendosi la voce, si notò un cambiamento nel modo di fare della gente: ora tutti, incontrandolo, sembravano meno frettolosi, gli parlavano a lungo, volentieri, ripetendo più volte le medesime frasi, completandole con gesti, disegni, materiali didattici. Sembrava felice.
Nessuno credette ai propri orecchi quando giunse la notizia che si era gettato, una mattina, dal tetto della villa. Provarono a lungo a rianimarlo, replicando all’infinito le parole, le grida, fino a perdere la voce. Ma lui non si riprese.
Morì lentamente, quasi per comprendere bene cosa stesse succedendo. Un sorriso strano apparve sul suo volto, come se avesse decifrato il proprio desiderio più profondo, intercettando una voce che scandiva all’infinito: ti amo, ti amo, ti amo, e capendo, una volta per tutte, quello che c’era da capire.

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