Un viaggio, di Riccardo Ferrazzi


Perché ho l’impressione che la mia vita stia tutta in un viaggio da Madrid a Salamanca? Ho fatto avanti e indietro da tanti posti ma quello è l’itinerario che più di ogni altro mi ricorda il gioco dell’oca o la caccia al tesoro: un percorso disseminato di stazioni ognuna delle quali dovrebbe contenere un significato che però non si lascia afferrare con facilità. Forse perché non c’è?
Dopo San Lorenzo del Escorial l’autostrada sale ripida fra i pinastri che punteggiano le forre argillose, dilavate dalle piogge. Il passo in cima alla sierra si chiama Alto de los Leones, nessuno ha mai saputo dirmi perché. Forse ai tempi di Scipione l’Africano c’erano leoni anche qui.
Per me salire fin quassù è come vagare nell’oscurità. E ripenso alla notte in cui andai vicino a perdere la sicurezza in me stesso mentre risalivo le pendici sull’altro versante. Stavo tornando a Madrid e mi salvai perché andavo verso la luce, la razionalità.
Sì, forse mi salvai. Ma per fare che? Il viaggio vero è nella direzione opposta, verso Salamanca, l’occidente, l’enigma di un orizzonte confuso e sterminato.
Quassù c’è una piazzola e un belvedere. Mi fermo. Scendo. La vista spazia per decine di chilometri su una pianura che arriva fino all’orizzonte. La prima volta che mi ci affacciai era stato appena mietuto il frumento, non c’era neanche una nuvola e avevo il sole alle spalle: la Castiglia era tutta gialla, il cielo tutto azzurro, e la linea di confine fra terra e cielo era netta come un taglio di rasoio. L’aria era secca come quella del deserto. Vent’anni dopo erano cambiate le colture: il mais, che ha bisogno d’acqua, aveva reso il suolo verde e umido, e l’orizzonte non era più una linea netta ma una striscia caliginosa come l’alone di una cancellatura.
È così che la vita ci delude: da giovani crediamo di sapere quel che vogliamo e come ottenerlo; da vecchi portiamo le cicatrici di troppe delusioni e non crediamo più a niente.
***
Sulla strada di Avila, lungo le pendici settentrionali della sierra, a un certo punto c’è un grande prato verde cosparso di massi erratici, anche di grandi dimensioni. Non si capisce da dove siano discesi: non ci sono in vista cime, cocuzzoli, rocce da cui possano essersi staccati, e il pendio non è così ripido da farli rotolare. Sei costretto a pensare che milioni di anni fa esistesse una catena di monti alti e rocciosi, che un cataclisma abbia staccato quei massi e li abbia fatti rotolare a valle, e che nei diecimila millenni successivi il vento e la pioggia abbiano spianato la catena montagnosa fino a ridurla a un dolce declivio pelato.
Ma è possibile che gli agenti atmosferici abbiano sbriciolato una catena di montagne lasciando incolumi i massi erratici?
Davanti a questi misteri è meglio affidarsi alla fantasia, come faceva don Chisciotte, e immaginare una spiegazione diversa: quei massi sono biglie che i giganti si divertivano a far rotolare con un colpetto dell’indice. E come mai sono finite proprio qui? Chissà. I giganti hanno un cervello da bambini: giocano, danzano, svaniscono.
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Avila è una città austera, chiusa nella sua cinta muraria rettangolare. Di lontano, l’ho ammirata tante volte. Ma non ho mai voluto entrarci: mi ha sempre fatto l’impressione di un luogo dove tutto si è fermato. Le strade, le case, sono le stesse di ottocento anni fa. L’aggiunta delle grondaie ai tetti e degli infissi alle finestre non ne ha turbato l’aspetto. Caldaie e termosifoni non hanno incrinato la solidità dei muri.
Niente industrie in questa città: solo mercato e turismo. L’industria di Avila erano le sue mura monumentali che proteggevano i contadini. Arrivavano spingendo le greggi, cercando protezione dalle scorrerie dei mori. Venivano a rifugiarsi dietro quelle mura ciclopiche per dare al Cid il tempo di organizzare la riscossa e liberarli dall’assedio.
Di tutte le stazioni nel viaggio verso Salamanca, Avila è quella che più chiaramente parla di morte. Ammiro la sua perfetta conservazione, ma è imbalsamata come una mummia. Avila sta a guardare chi passa e gli insinua nell’animo il primo presagio di ciò che lo aspetta alla fine del viaggio.
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Poi si scende in una zona chiamata Abajo. Qui il panorama è assolutamente privo di verticalità: chilometri e chilometri di campagna senza una siepe, un pioppeto, un filare di frassini. Niente. Neppure un capanno per gli attrezzi. A perdita d’occhio tutto è area coltivata, un tempo a frumento, oggi a mais. Lo sguardo vola sempre allo stesso livello. Scendere nell’Abajo è come nuotare sott’acqua in apnea. Ci si sente in dovere di risalire, di esplodere in un salto, come se riemergere sia rinascere a una vita nuova e diversa.
Salamanca è dietro l’orizzonte: non si vede ma si intuisce, e alzando lo sguardo si ha l’impressione che nell’aria si muova qualcosa di impalpabile. Chi vive nell’Abajo sa che Salamanca è laggiù, dietro l’orizzonte. Lo sa, e non può vederla. La avverte con l’occhio della mente, la sente incombere. In mezzo a questa pianura ondulata che sembra spingersi fino a un irraggiungibile orizzonte ci si sente sorvolati, ignorati, respinti ai confini di una repubblica che pratica un rigido “numero chiuso”.
Chi vive qui, con i piedi affondati nella terra e gli occhi fissi nel cielo, deve concentrarsi sulla quotidianità: fatica fisica, arature, concimazioni, semine, raccolti, apprensioni per una grandinata, per i parassiti, per le fluttuazioni dei prezzi. Storia e cultura arrivano come un’eco, come un richiamo lontanissimo nel tempo e nello spazio, che anche per questo ha un fascino irresistibile.
Se Avila è la morte, l’Abajo è il purgatorio.
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E prima di arrivare a Salamanca il percorso si sfrangia, si perde nelle onde immobili che increspano i campi fino all’orizzonte. Rivedo il Tormes dal ponte di Encinas, le sue acque limpide che fanno ondeggiare le alghe sul fondo, e nel ricordo tutto si confonde, indietreggia, si mantiene a distanza. Salamanca mi sfugge e io le giro attorno con circospezione.
A Ledesma era domenica mattina: la gente si affollava sul sagrato, le donne indossavano i costumi tipici, rossi, trapunti di lamé argentato, e portavano la pettinetta come Lucia Mondella. A Vecinos i tori erano accovacciati nell’erba alta e i mandriani a cavallo cercavano di spostarli. E al ritorno, mentre il cielo incupiva sulle interminabili piantagioni di madroños, apparve Sancho Panza in groppa al suo asino: un uomo panciuto con il viso tondo, che avrebbe passato la notte in chissà quale abituro e vagava in mezzo alla solitudine con pochi e scoordinati pensieri in testa cercando corbezzoli maturi da infilare nella bisaccia di iuta che gli pendeva sul petto e sulla schiena.
Anche questo è purgatorio, ma solo perché non esiste paradiso su questa terra. Tutto ciò che rimane fisso nella memoria sono pochi attimi che, nel momento in cui avvennero, abbiamo vissuto come istanti qualunque e che poi, senza un vero motivo, ricordiamo come vertici di felicità in una vita di noia, ora che il tempo è diventato acqua di torrente e non possiamo stringerlo fra le dita.

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