La poesia dell’intervista jazz


Guido Michelone e Betty Perfumo discutono del libro Jazz Interviews

 

Professor Michelone, tra le sue nuove pubblicazioni ‘scientifiche’ figura un nuovo libro di interviste dal titolo appunto Jazz Interviews. Di cosa si tratta brevemente?

Professoressa Perfumo, questa è una raccolta di 82 interviste, talvolta anche molto brevi (mai lunghissime, tranne forse un paio), realizzate grosso modo negli ultimi sei-sette anni (con qualche eccezione a ritroso) a jazzisti di tutto il mondo con diversi approcci: dal vivo prima o dopo un concerto, al telefono, via e-mail, o grazie a facebook. Le domande sono in inglese e le risposte pure e ho lasciato tutto nella lingua originaria.

 

Non è la prima volta che pubblica libri, sempre di interviste, in altre lingue?

Esatto: Jazz Interviews ha due precedenti usciti in contemporanea, ossia nel 2010 Speak Jazzmen e Jazz Is A Woman, rispettivamente su uomini (55) e donne (39), sempre da tutto il mondo, lasciando però da parte i jazzisti di lingua spagnola, a cui ho poi dedicato El jazz habla espanol (2013) con 64 interviste, sempre nell’idioma originario (il castigliano anche con le varianti latinoamericane). In tutti e quattro i volumi sono altresì assenti i musicisti francesi, ai quali, prima o poi, vorrei dedicare un apposito libro, visto che delle tre il francese è la lingua straniera che conosco meglio.

 

Perché la scelta di farne quattro dispense universitarie dalla diffusione limitata, rinunciando a un grosso editore?

Anzitutto perché mi servivano e mi servono per la docenza. E poi perché era l’unico modo praticabile per pubblicarle, almeno in Italia, dove nessuno è interessato a pubblicare un testo in una lingua straniera, tanto più  su un argomento di nicchia come il jazz.

 

Detto questo, professore, in precedenza aveva fatto uscire anche volumi di interviste in lingua italiana?

Sì, I mestieri del jazz (2000) è Una carezza sulle ali (2000) con domande ad artisti locali (e qualche straniero) anche di altri generi musicali o impegnati in altre professioni (sempre però inerenti alla musica). Molto spesso tutte queste interviste – e mi riferisco ai sei libri in totale – mi sono state richieste da riviste e quotidiani e alcune di quelle in lingua sono ovviamente tradotte per alcuni periodici. A me piace molto intervistare, come pure essere intervistato.

 

Pensa che l’intervista sia un mezzo importante per comunicare?

Non solo per comunicare: mi sembra fondamentale anche quale strumento di informazione e persino di conoscenza. È utile per capire la persona e, nel caso del musicista jazz, per comprendere le motivazioni che l’hanno spinto a suonare, a scegliere uno strumento, a registrare dischi, a improvvisare con altri, tutte le sere in modo diverso.

 

Cosa c’è dunque di nuovo in Jazz Interviews rispetto agli altri precedenti?

Ci sono 82 musicisti che non avevo mai intervistato prima (salvo un paio). Per il resto la tipologia di domande ricalca una schema collaudato che ho sempre utilizzato negli altri tre volumi in lingua. È uno schema che, partendo dal disco appena realizzato, va a ritroso cercando di far parlale l’autore di sé e degli altri e magari di farlo ragionare sui ‘massimi sistemi’.

 

Quando parla dei massimi sistemi lo dice con ironia? Pensa davvero che i jazzisti possano sostituirsi ai filosofi o agli scienziati?

Scherzo, naturalmente. Ma credo, tuttavia, che riescano a fare della buona filosofia della musica o, a parole, rielaborare un’estetica musicale. L’importante è mettere a proprio agio l’interlocutore, in modo che possa trovare i giusti stimoli per rispondere intelligentemente. E una risposta intelligente può anche essere di tre battute, non necessariamente un romanzo.

 

Ottantadue jazzisti sono molti: ha trovato qualche difficoltà con alcuni di loro nell’intervistarli, nel perseguire appunto risposte intelligenti?

No, nessuna difficoltà, nel momento in cui hanno accettato di farsi intervistare. Il problema semmai è con quelli che non hanno accettato l’invito o che, quando si è trattato di interviste via e-mail, non hanno mai compilato il questionario inviato, nonostante le sollecitazioni e le conseguenti promesse. C’è poi il caso curioso di una nota cantante – che non nomino – la quale, per dirmi che non aveva tempo per l’intervista, ha usato mezza pagina: poteva sfruttare quello stesso spazio per impegnarsi   almeno su metà intervista.

 

Ma ci sono, tra gli intervistati, quelli che le hanno dato maggiori soddisfazioni?

Non farei una graduatoria o una scala valori. Ogni contributo resta, a suo modo, fondamentale, nella logica di questo libro, che è quella di fornire una visione della complessità del jazz contemporaneo, attraverso le testimonianze dirette di protagonisti più o meno noti. Letto tutto assieme, il libro mostra come ogni jazzman ama questa musica, parlandone diffusamente o con frasi telegrafiche, sempre però con cognizione di causa, grazie alla passione autentica.

 

Come leggere Jazz Interviews che vede i musicisti presentati in ordine alfabetico?

In tanti modi: ho sistemato i jazzmen dalla A alla Z solo per motivi di praticità. Ma ogni lettore può, anzi deve personalizzarsi un percorso, ad esempio leggersi prima le interviste ai chitarristi o ai Norvegesi o a quelli che hanno risposto in modo assai sintetico.

 

Un consiglio del curatore per i neofiti?

Incominciare a leggere le tre interviste dei musicisti che non ci sono più e ai quali ho dedicato il testo: Paco de Lucia, Bob Belden e Fred Katz restano grandi solisti che persino con le parole dimostrano il loro talento!

 

E un consiglio finale come traccia per questa discussione?

Magari un titolo: la poesia dell’intervista jazz!

 

 

Michelone Guido (a cura di), Jazz Interviews, Educatt, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano 2016, pagine 302, euro 16.

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