Cenere e pentola


Cenerentola fa pensare. La cenere – del camino che è costretta a pulire – evoca l’immagine penitenziale del “polvere sei e in polvere ritornerai”. La vita umana è questa umiliazione adibita a riparare i guasti del peccato originale. Dicono che il cammino dell’uomo sia un viaggio faticoso dal proprio vizio fondamentale verso la virtù contraria: in questo caso, dalla superbia all’umiltà.
Il nome della bellissima fanciulla evoca anche la pentola, con cui è costretta a cucinare per le sorellastre e la matrigna. Gesù dice ai discepoli, nella scena “cult” della moltiplicazione/divisione dei pani: “date loro voi stessi da mangiare”. Darsi in pasto è proprio dei buoni, vittime predestinate dei cattivi di turno.
Cenere e pentola, dunque, sono le icone di chi segue la strada stretta dell’amore che, com’è noto, porta in paradiso.
Il diavolo fa le pentole, infatti, ma non i coperchi. E ciò che bolle in pentola e non può essere coperto, è un principe che cerca moglie (non è Eddie Murphy). In più, nell’inconscio c’è sempre una fata che ti dice cosa fare, quali abiti vestire e quali ostacoli accettare perché tutto caramboli verso il lieto fine: la fuga a mezzanotte è la chiave che aprirà la porta del destino – o della Provvidenza -, e non a caso con una perdita apparente (della nota scarpetta). “Chi vuol salvare la propria vita la perderà, e chi la perderà, la salverà”, dice Gesù.
L’ultima lezione è l’unicità della persona umana: non ci sono due piedi uguali, a questo mondo, né due cuori: la scarpetta perduta potrà essere calzata a pennello solo da colei che ha aderito all’umiltà della cenere e al servizio integrale dell’altro. Sfuggendo al male del mondo con l’amore, Cenerentola sarà protagonista di un banchetto nuziale in cui non è più lei a sudare tra i fornelli: in verità vi dico, il padrone stesso passerà a servirvi (lo dice sempre Gesù).
Battezzare Cenerentola? No, lasciamola così, come uno dei tanti regali di quello che Jung definiva “inconscio collettivo”.

6 pensieri su “Cenere e pentola

  1. “Sii gentile e abbi coraggio”
    Una bella frase tratta dal film, ricca di ottimismo, che lascia traspirare altrettanta fiducia in sé stessa e nel prossimo.

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  2. Vero, le favole non esistono! Ma in ognuna di esse si può cercare quel pizzico di sapienza, la strategia adottata dallo scrittore per evidenziare, attraverso la leggerezza, quanto di più vero, profondo, saggio, la vita possa offrire, nel bene e non. Favola e favoliere credo siano mezzi di insegnamento, per i bambini certo, ma non solo, modi alternativi per guardare dentro le nostre stanze più profonde, per andare alla ricerca di quel bello che il mondo, oggi, tenta in tutti i modi di nascondere, confondere, distruggere, con tanta sfiducia e mediocrità.

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  3. Dicono che il cammino dell’uomo sia un viaggio faticoso dal proprio vizio fondamentale verso la virtù contraria: in questo caso, dalla superbia all’umiltà….molto interessante ..chi lo dice ?

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  4. Visto che siamo entrati in tema mi compiaccio nel dirvi che quella in questione non è una favola ma una fiaba. Ne approfitto poi per suggerire, a chi non lo conoscesse, il bellissimo “Il mondo incantato” di Bruno Bettelheim, il famoso psicanalista austriaco che, nonostante l’esperienza dei campi di concentramento, ha saputo poi lasciare pietre miliari nello studio dell’evoluzione psichica infantile.
    Probabilmente ho capito male, ma il percorso dalla superbia all’umiltà non mi pare calzare al percorso di Cenerentola che, al contrario, deve invece trovare in se stessa tutta la forza per affrancarsi da una remissività potenzialmente autodistruttiva.
    Una caratteristica delle fiabe è costituita dalla mancanza di ambivalenza da parte dei personaggi, che il bambino deve essere in grado di riconoscere senza dubbi in buoni o cattivi. Credo che questo aspetto rappresenti l’elemento fondamentale che segna la distanza della fiaba dalla vita reale, dal mondo degli adulti. Un rischio in cui si può incorrere interpretando con lo stesso criterio qualsiasi altro testo, compreso il Vangelo.

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