LA CASA DI MATRJONA, di ALEKSANDR SOLŽENICYN


di Barbara Pesaresi

“Non si curava delle masserizie… Non s’affannava a comperare le cose e poi custodirle più della propria vita.

Non si curava dei bei vestiti. Dei vestiti che abbelliscono i mostri e i ribaldi .

Non compresa e abbandonata persino dal marito, estranea alle sorelle e alle cognate, ridicola, pronta a lavorare stupidamente per gli altri senza compenso, essa, che aveva sepolto sei figli ma non l’indole sua socievole, non aveva accumulato averi per il giorno della morte. La capra color bianco sporco, il gatto zoppo, i ficus…

Le eravamo vissuti tutti accanto e non avevamo compreso che era lei il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio.

Né la città.

Né tutta la terra nostra”.

Termina così il racconto La casa di Matrjona, di Aleksandr Solženicyn, contenuto nella raccolta Una giornata di Ivan Denisovič, Edizioni Einaudi. Ed è un finale che illumina di una luce che non ti aspetti il racconto e il personaggio di Matrjona. Confesso che mi ha costretta a rileggerlo.

La protagonista è una donna mite e solidale che non fa sforzi volontaristici per esserlo, lo è e basta; non lo è diventata, semmai è rimasta se stessa nonostante tutto.  E quanto è difficile oggi essere se stessi in una società dove ovunque ti giri c’è qualcuno che ti pretende diverso: più buono o più caritatevole o più sano o più bello o persino più giovane e via dicendo? E magari allineato a un qualche modello di pensiero, laico o religioso o anticonformista non ha importanza purché socialmente accettato, pertanto sterilizzato alla fonte.

Il narratore, un insegnante di matematica, ricorda quando, dopo un lungo periodo di confino e di detenzione in un campo di concentramento, ritorna in Russia: “Nell’estate del 1953 io tornavo alla ventura dal deserto torrido e polveroso, diretto in Russia. Non ero atteso né chiamato da nessuno perché il mio ritorno avveniva con un ritardo d’una decina d’anni. Volevo soltanto andare nella Russia centrale, dove l’afa non c’è e s’ode lo stormire del bosco. Volevo penetrare e perdermi nella Russia più vera, se mai essa ci fu.”

Matrjona, una vecchia contadina ignorante, con la sua isba cadente sembra incarnare una Russia arcaica e cristiana ormai irrimediabilmente perduta o forse mai esistita, come dice il narratore, Ignatič. Quando il nostro tempo viene segnato da un evento doloroso o, più semplicemente, dal trascorrere degli anni, nel vuoto che si crea tra un prima e un dopo immaginari la memoria può smarrirsi divenendo specchio infedele del passato, fata morgana dei nostri desideri. “Ma io vedevo già che la mia sorte era di stabilirmi in quell’isba buia, con lo specchio sciupato dove era impossibile guardarsi”.

E a quel forestiero che le chiede di prenderlo a pigione, la donna dice: “Se non so far niente, neppure da mangiare, come ti contento?”

Oltre che da Matrjona, la casa è abitata nella sua parte più luminosa da vasi di ficus: “Essi riempivano la solitudine della padrona con la loro folla silenziosa, ma viva”; da un gatto zoppo, topi e scarafaggi: “Di notte, quando Matrjona oramai dormiva ed io lavoravo seduto al mio tavolo, il rado rapido fru fru dei topi sotto la tappezzeria era coperto dal fruscio compatto, unito, ininterrotto, come il rumore lontano d’un oceano, degli scarafaggi oltre il tramezzo. Ma io mi abituai perché in esso non c’era alcunché di malvagio, non c’era menzogna. Quel loro fruscio era la loro vita.”

Dice ancora di lei Ignatič: “Avevano fatto molte ingiustizie a Matrjona: era malata, ma non la consideravano un’invalida; aveva lavorato un quarto di secolo nel kolchoz, ma, poiché non era stata in fabbrica, non aveva diritto alla pensione e poteva cercare d’ottenerla soltanto in conto del marito”. Per non parlare del lavoro dispensato a chiunque ne avesse bisogno senza chiedere alcun compenso. Nonostante tutto, ci dice il narratore, Matrjona ha il volto buono di chi è in pace con la propria coscienza. Le sue qualità, poco apprezzate ieri come oggi, la fanno sembrare un essere caduto per sbaglio sulla terra da un altro universo, un universo parallelo dal quale veniamo osservati a nostra insaputa. Ogni tanto qualcuno cade giù ma finisce per fare una brutta fine.

E quando l’avido cognato dall’aspetto luciferino: “Tutto il suo volto era coperto di folti peli neri, non tocchi quasi dalla canizie: con la barba nera, piena, si fondevano i baffi folti, neri sì che la bocca si vedeva appena; e le ininterrotte fedine nere, mostrando appena le orecchie, si alzavano verso le nere ciocche che pendevano dal sincipite; e le larghe sopracciglie nere si gettavano come ponti l’una incontro all’altra”, bussa alla porta di Matrjona per pretendere la dipendenza, lei accetta di smembrare la casa nonostante l’angoscia che ciò le procura.  

Una volta terminato il lavoro di smantellamento della dipendenza, durante il trasporto delle assi di legno Matrjona non lesina il suo aiuto, e nell’attraversare i binari della ferrovia la donna e un nipote vengono investiti e schiacciati dal treno.  I parenti, che di lei non si sono mai curati quando era in vita, si fanno vivi per spartirsi le poche e povere cose che la donna ha lasciato, partecipando a una cerimonia funebre dove il prete, causa maltempo, non va incontro al corteo ma aspetta insieme al diacono le bare in chiesa. E anche il motivo per ricordarsi di Matrjona viene meno, poiché non c’è più nessuno da chiamare per l’aratura dell’orto. Ma è proprio questo disprezzo a cambiare la prospettiva del narratore: “E soltanto allora – da questi giudizi di disapprovazione della cognata – mi emerse dinnanzi l’immagine di una Matrjona che non avevo compreso, persino vivendo a fianco a fianco con lei.”

Perché Matrjona è il Giusto del villaggio? Credo che la mitezza sia la sua caratteristica principale, da non confondersi con la modestia o l’umiltà che a volte possono soffrire di qualche incrostazione di ipocrisia. “Beati i miti perché erediteranno la terra”, recita il Discorso della Montagna riportato nel vangelo di Matteo. Un “non credente” come Norberto Bobbio scrive: “la mitezza è una disposizione d’animo che rifulge solo alla presenza dell’altro: il mite è l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé”. (da Elogio della mitezza, Linea D’Ombra Edizioni).

E a proposito del male insito dentro di noi, mi è venuta in mente una bella riflessione che ho letto nel saggio Contro Ismene – Considerazioni sulla violenza di Luigi Zoja: “L’essere umano non è, potenzialmente, né buono né cattivo. È buono e cattivo insieme. Ma la «romanizzazione» dei teatri greci ci ha detto che per la fioritura della sua malvagità bastano pochi anni di cambiamenti storici e culturali; per educarlo al bene possono non bastare i millenni, soprattutto se questi sono accompagnati da una irreversibile massificazione. Almachio decise il suo viaggio, poi raggiunse la meta con pazienza e costanza infinite. Fu ucciso in pochi attimi, da uomini che non avevano deciso né pianificato niente, che non adempivano a un programma, solo alla irruzione del dàimon. È questa la asimmetrica forza del male. Nell’arena, nell’attimo, l’urlo collettivo moltiplica e accelera la spinta violenta: non esiste, invece, un corrispondente dàimon del bene, capace di scuotere la massa. Almachio era solo, come ogni spettatore del teatro greco, con la sua coscienza grave e greve.

È stato detto che le società, come gli individui, non hanno ali: progrediscono lentamente, passo a passo. Ma il male ha più ali del bene. Con la massificazione e la tecnica le irruzioni dei demoni si fanno più veloci. Solo l’educazione etica rimane, come il pellegrinaggio di Almachio per deserti e per mari, personale e lenta”.

2 pensieri su “LA CASA DI MATRJONA, di ALEKSANDR SOLŽENICYN

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