Il contastorie


C’era uno che raccontava storie: storie di tutti i tipi, tragiche e comiche, utili e inutili, belle e meno belle. L’importante è che fossero storie, lui diceva, perché da storia nasce storia e così la vita, all’improvviso, si mette in movimento, esce dalla paura sottile che avvolge tanta gente, la frena, l’avvita su se stessa, la paralizza senza scampo. Questo genere diffuso di paralisi, aggiungeva, tenta di stornare la paura, di fuggirla, invece di affrontarla faccia a faccia, chiedendole senza tanti complimenti: chi sei, cosa vuoi, parliamone qui e ora. Dal momento che non si decide a prenderla di petto, la paralisi continuerà a fuggire la paura, a irritarsi o deprimersi, difendersi o aggredire.
Ecco, allora – continuava il nostro -, l’importanza della storia, che invita a cogliere la parte dinamica del mondo, a ri-considerarsi, a ri-vedersi da un’altra prospettiva, dipingendosi con colori inediti, modulando toni mai sperimentati, comunicandosi in forme tutte nuove.
La storia, proseguiva quello, attinge a qualcosa di profondo, a un desiderio di far parte di un’idea più grande, di un orizzonte che includa l’universo, questa e l’altra vita, Dio e l’umano. Raccontare storie rimette in discussione spazio e tempo, permette di entrare in contatto col passato più remoto e il futuro più lontano e inconcepibile, di incontrare lo Spirito Santo e chiedergli qualcosa del Progetto originario, quando ancora non c’erano il pensiero, l’azione e la parola, ma tutto era un guardarsi occhi negli occhi, senza bisogno di spiegarsi nulla.
C’era uno che raccontava sempre, un contastorie: conosceva bene la trappola del già pensato, di tutto il materiale classificato e etichettato, che puoi dire soltanto “è così o non è così”, e per questo non si arriva mai a guardarsi, a capirsi con un cenno, ad amarsi al di là di ciò che dice il galateo o la regola di tutto quanto è fermo, irrigidito, gelido, incapace, per sempre, di diventare storia.

4 pensieri su “Il contastorie

  1. A paura mia

    di Eduardo De Filippo

    Tengo nemice? Faccio ‘o paro e sparo…
    ‘E t tengo mente e dico: «Stongo ccà! »
    E nun tremmo si sent’ ‘e di: «Te sparo! »
    Chillo c’ ‘o ddice, ‘0 ddice, nun ‘0 ffà.
    Si è p’ ‘o buciardo, nun me movo, aspetto.
    (‘A buscia corre assaie, ma campa poco).
    ‘O vuò vedè? ‘0 canusce comm’ ‘o «sette»,
    va pè parlà, se fa una lamp’ ‘e fuoco.
    ‘A calunnia? E chella «è un venticello»,
    dico vicin’ a ‘o viento: «Nun sciuscià? »
    Quann’ha fatt’ ‘a sfucata vene ‘o bello,
    allor’ accuminciamm’ a raggiunà.
    E manco ‘a morte, si me teen mente,
    me fa paura. ‘ A morte è generale.
    Ll’uommene sò rumanze differente,
    ma tènen’ una chiusa, unu finale.
    M’arròbbano? Arreduco mmiez’ ‘a via?..
    J’ fatico e addevento chillu stesso,
    ma, quanto voglio bene a mamma mia,
    a mme me fa paura sul”o fesso!

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  2. Gesu’ raccontava storie e grazie a questo noi oggi cerchiamo di spendere (ancora molto poco) della nostra vita per Lui, e la storia è ancora di chi ci racconta a parole la verità: il brutto e il bello, la tristezza e la gioia, la morte e la salvezza, perché sappiamo che c’è un silenzio che appartiene al demonio, e allora grazie Don Fabrizio, per continuare a raccontare storie che ci aiutano a dare alla luce noi stessi, a portarci all’incontro con Gesù e finalmente, comprese, viverle con Lui.

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  3. Premessa: c’era un tempo in cui credevo che di un cantastorie si potesse anche fare a meno, come in fondo di tutto ciò che non sia aria, acqua o cibo. Sono stati i molti che di quel cantastorie non sapevano o non volevano stare senza, a farmi capire che anche in quel rapporto di racconto-ascolto vi fosse un altro elemento indispensabile della vita, uno scambio reciproco di amore.

    Io non riesco a commentare quelle storie la cui morale assomigli, in estrema sintesi, a “siamo nati per soffrire” o “ricordati che devi morire”. Non so bene perché ma, immancabilmente, mi fanno venire in mente quel tale che disse “quando starò per morire portatemi a Manchester (che considerava la città più brutta del mondo), così il trapasso sarà meno doloroso”. Riuscire a sconfiggere la paura è senz’altro obiettivo ambizioso e più ambito; certo, richiede una vita scomoda, si raggiunge attraverso una strada stretta e tutto ciò lo condivido, anzi, credo si confaccia alle mie corde. Ma pur non appartenendomi lo stile “chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza”, preferirei comunque ascoltare storie dalle quali traspaia, che esaltino, che pongano sempre al centro la gioia che deriva dal bello che nonostante tutto ci circonda e dal buono che comunque riusciamo a generare. Secondo me questo è il metodo che andrebbe sempre seguito, perfino a Manchester.

    Storie in cui si possa toccare con mano l’amore riconoscibile; storie che forse non sconfiggeranno la paura, ma che, come si diceva, possano aiutare ad affrontarla, a non fuggirla.
    Non credo che questo trasformi un cantastorie in un contastorie.
    Sono convinto che, se non costretti, si possa, anzi sia giusto evitare di passare per Manchester.

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  4. La storia cresce con un cuore che batte, quello che ci è stato dato per vedere, sentire e vivere ogni giorno. Senza parole, se vuoi, ma con fiducia. Allora sì, anche un cenno sarà sufficiente.

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