Primož Čučnik, Trilogia

E’ uscita un’altra pregevole impresa editoriale di incerti editori, Trilogia, raccolta di componimenti del poeta sloveno Primož Čučnik degli anni 2004-2014, con cura e traduzione di Michele Obit e note di lettura di Loredana Di Pietro e Giampaolo De Pietro (quest’ultima leggibile qui). Ne proponiamo alcune poesie, seguite dalla nota di Loredana Di Pietro.

Dovremmo registrare questi giorni
con tutte le videocamere ed i microfoni
che possiamo

Forse così comprenderemmo
che sono stati «i giorni delle nostre vite»

Anche se non abbiamo votato per essi e non c’erano coalizioni
che potessero appoggiarli o respingerli
tutto è rimasto nelle mani del vento
di alberi agitati e d’alcuni rami
che ristagliavano dalle ombre
son divenuti chiari, rinverditi dalla luce
con un’incredibile fermezza prendevano le proprie difese
e si chetavano nei movimenti, nella seduzione del vento

Non chiedere quindi
che ti dia qualcosa di simile
perché non conosco la risposta
sono qui per ascoltare
e legato alla curvatura
che spinge al silenzio, nutre con il rumore,
inutile è il tentativo di aprire la bocca, dire qualcosa

Così grande è in questo momento!
che l’ombra, là fuori, significa pace
penso alla pace così come ci si sfiora
o si gioca in due con le dita sui palmi
incrociandole, dopo un po’ è tutto chiarito

Così forse comprenderemmo
che questa mattina ci siamo incontrati e questa sera
ci accomiateremo nella dissolvenza
in un ameno chiaro di luna
con questo prezioso ritmo elegiaco
che nessuno ha votato per questi sogni o altri
tradimenti, colpe, sconfitte

Dovremmo forse tenerne conto
nella spiegazione semplicemente e in modo implicito
come i giorni delle nostre vite

*

Istruzioni per l’uso

Gioisci almeno due volte.
Non ha effetti collaterali.
Non danneggia chi ti sta attorno.
La contagiosità non è fatale.

Uccide più lentamente del fumo.
Fai attenzione agli spazi tra le righe.
Ingrandisci, guarda cosa c’è tra le lettere.
Dapprima solo tocca leggermente.

Scuoti prima dell’utilizzo.
Ciò che eccede, cadrà.
Ciò che eccede non lo farà più.
Vorrei regalarti un ramoscello.

Una rosa, vorrei regalarti.
Alcune punture non sono piacevoli.
Sono però belle.
Alcune ripetizioni non lo sono.

Prima dell’uso leggi con attenzione.
Come segue.

*

Le nostre melodie

Erano la nostra casa. Le sapevamo fischiettare
gironzolando per la cucina
o seduti dopo il pranzo della domenica.
Parlando di ciò che più piace,

ci piacevano, allegri e malinconici
sguardi sul mondo che evaporava sino a che
non l’avremmo dimenticato. E l’abbiamo. Senza più orecchio
per il focolare di casa, nel petto non ci suonavano più

come semplici calcoli. Ma più che per noi la preoccupazione
era per la merce che portavamo al mercato,
cicoria e altra insalata,
l’inverno, anche se non era siberiano, mordeva.

Noi però ci volevamo bene, davvero.
Le nostre feste e i funerali non erano a buon prezzo.
E un giorno, quando dopo tanto tempo siamo di nuovo
saliti ai pascoli, sono venute con noi.

Così per un momento ce le avevamo ancora,
da qualche parte sulla punta della lingua, perché cantassero per noi
quello che da soli non potevamo più fare. Non senza fatica, almeno.
Anche alla morte abbiamo fischiettato, solo per non restare zitti.

*

Avvisaglie di primavera, Hopkins

Il paesaggio a metà marzo, mosso dal vento impetuoso,
in strada mulinelli di sacchi di plastica, per dei metri –
qua e là – ci ritroviamo nel ruolo di oscuri suggeritori,
bianche violette ai margini della platea campestre –
ed un pubblico di castagni ramosi, di betulle, scortecciato
accoglie la rappresentazione preparata, così amata
da scandire – di primavera nulla si misura con la bellezza.
Nulla – mucchi disciolti di merda, noti per la loro bruttezza,
non le ombre, turbate dalla presenza di buoi, erpici, speroni,
non i carri alla prima, che roteano sull’asse il giro d’onore,
non i pezzi grossi, i balconi di ciclamini, le liste selezionate…
Ciò che per il poeta è estasi – stagione dopo stagione –
per l’attore è erosione – i suoi ruoli sono finiti –
sulle foglie del tarassaco nella zuppiera abbiamo sparso le primule.

*

Le mie ortensie

Il linguaggio è uno dei concetti universali,
perciò dobbiamo usare le strutture dei dialetti,
delle peculiarità dei vernacoli, degli slang
per poterci capire. Lo stesso linguaggio, la stessa aspirazione
alla libertà, ma quante incomprensioni.
Un popolo è una moltitudine universale di singoli
che ha mostrato un linguaggio ad un’altra moltitudine universale, ecc.
O è questa una nazione. O è l’Europa.
Cosa sto dicendo, il nostro scopo è catturarli il prima possibile.
Perché le vecchie strutture attraversano i nostri segnali
e disturbano i trasmettitori. Perché non ci porta più lontano.
Non è poi detto non lo faccia,
ma di questo ci hanno convinto.
Resta comunque la domanda:
Da chi, e perché ci facciamo ingannare?
Siamo davvero così ingenui
da non aver ancora scoperto il mistero dello Stato.
La colla che lo tiene attaccato.
E se lo avessimo fatto, avremmo ancora bisogno di discorsi?
Cosa celebreremmo invece del governo?
Le mie ortensie, le mie ortensie.
O l’inganno è universale
o ci incolliamo singolarmente.
Cosa sto dicendo, questo è il tempo del nuovo ottimismo.
Basta che siamo sani.
Basta che le viti diano frutti.
Ognuno per sé lo sa, cosa sono le proprie ortensie.
La lingua è un concetto universale che ci frantuma.
L’amore ha con sé il fagotto degli assilli condizionati.
Il papavero è la sua catenella.
Per intenderci, il sospetto ci fa paura.
Il legno si asciuga e ci dà allucinazioni.
La bella lingua annaffia sgradevolmente –
annaffia e lecca e incolla
le mie ortensie.

* * *

Nota di Loredana Di Pietro

Della Trilogia, raccolta di componimenti dello sloveno Primož Čučnik degli anni 2004-2014, colpisce subito l’immagine delle nuove finestre, a cui è intitolata la prima sezione della raccolta. Queste alludono certamente ai nuovi scenari, politici e sociali, che si affacciavano nella vita dei cittadini sloveni (nel 2004 la Slovenia entrava a far parte della Comunità Europea) all’indomani della conclusione dei conflitti tra le vicine nazioni dell’ex-Jugoslavia. Anni cruciali, in cui quei paesi che si erano sempre mossi nell’area di influenza sovietica videro nascere una identità europea tanto nuova quanto incerta, ed è proprio questo momento “storico” a fare da sfondo a queste prime liriche – ma ciò che Čučnik intende raccontarci, fin dai primissimi versi, è proprio il dissolversi della scena collettiva, osservata come una parata alla finestra – e avvertita nel suo accadere come qualcosa di astratto, distante, la cui autenticità può essere (ri)fondata solo grazie alla meccanica della riproduzione (“Dovremmo registrare questi giorni/ con tutte le videocamere ed i microfoni/ che possiamo/ Forse così comprenderemmo/ che sono stati «i giorni delle nostre vite»”).

Lontano dall’altalena della Storia, che in tempi moderni evolve in un “silenzioso meccanismo ronzante” l’autore ci racconta, soprattutto nelle due sezioni successive (Casa e lavoro e Come un dono) un’identità difficile, non solo naturalmente divisa tra personale e collettivo (“solo non essere come gli altri e ovunque sarai in un deserto/ questo devi scriverlo, pur se non conviene”) ma anche frantumata e fluttuante: più che di instabilità, si affronta qui una vera e propria alterità dell’essere, come in Variazioni su aporie, strade e voci, dell’essere uno ed essere molti (si cita qui il nume decostruzionista Derrida), in un movimento che logora i confini del tempo e dello spazio, li sbiadisce attraverso il continuo sovrapporsi delle immagini e delle voci. Così si sovrappongono le Scene di città e di provincia, i luoghi della gioventù (quando si poteva credere all’immortalità, la lancetta senza quadrante), e quelli miserabili del presente che ha consumato le aspettative di felicità, anche sentimentale (“nello zenit ogni amore è infinito,/ guarito sul negativo, trasformato”), il sopravvivere della vitalità del corpo e della natura non idealizzata, ma anche della dimensione spirituale della “grazia parallela, al di là di ciò che è dato”.

Ritorna qui la prima suggestione della trasparenza, in cui il senso che si vuole o si può dare affiora gradualmente, risultando dalla sovrapposizione delle immagini, dal loro aderire l’un l’altra, o più frequentemente (e più efficacemente) da un loro noncombaciare, dallo scarto rilevato nell’apparente impassibilità dello sguardo, nella tragica insufficienza delle parole – così il poeta è colui che allestisce la sua ideale rappresentazione nel sogno di primavera (Avvisaglie di primavera, Hopkins), e la poesia può essere la “sfera dei sogni” o, forse, più semplicemente, un modo di essere, un destino (“Non credo tu sia un eroe./ O che tu debba comportarti da stella./ Diventa, come una foglia, stella”). Il destino di chi sa che per certi fenomeni “non c’è spiegazione”, e per i quali non è possibile formulare previsioni – e non è al Maltempo del titolo che ci si riferisce qui, ma a quella “stabilità/ dei cambiamenti e alla variabilità” dell’esistere, dello stare al mondo.

Il tempo non si può possedere per intero, non si può “portare in primo piano”, prendendolo “estremamente sul serio” (La primavera inoltrata) elaborando infine una sua mitologia, sia attraverso la Scienza (il mito della velocità in Riguardo la velocità della luce) o tramite la maschera più insidiosa della Storia e del mito dell’avvenire. L’inganno è finalmente svelato ne Le mie ortensie:

Siamo davvero così ingenui
da non aver ancora scoperto il mistero dello Stato.
La colla che lo tiene attaccato
E se lo avessimo fatto, avremmo ancora bisogno di discorsi?
Cosa celebreremmo invece del governo?
Le mie ortensie, le mie ortensie.

E dunque la poesia di Čučnik descrive, nella Trilogia, una parabola apparente, in realtà un percorso circolare che si ricongiunge a se stesso trascorrendo sui miti del tempo e della modernità, per ritrovare infine una marca d’autenticità in quanto nel tempo resta immobile: l’accadere spontaneo della natura, il calore di un canto ritrovato, con fatica o forse con inerzia immemore (Le nostre melodie):

Così per un momento ce le avevamo ancora,
da qualche parte sulla punta della lingua, perché cantassero per noi
quello che da soli non possiamo più fare. Non senza fatica, almeno.
Anche alla morte abbiamo fischiettato, solo per non restare zitti.

* * *

Nota biografica

Primož Čučnik è nato nel 1971 a Lubiana, dove si è laureato in filosofia e sociologia della cultura. La sua prima raccolta Dve zimi nel 1999 ha ottenuto il premio come miglior libro esordiente in Slovenia. I suoi successivi libri sono stati: Ritem v rokah (2002), Oda na manhatanski aveniji (2003, assieme a Gregor Podlogar e Žiga Kariž), Akordi (2004), Nova okna (2005), Sekira v medu (2006), Delo in dom (2007), Kot dar (2010), Mikado (2012) e Trilogija (2015). A Cracovia, presso la casa editrice Zielona sowa, nel 2002 è uscita una sua miscellanea intitolata Zapach herbaty. Sue poesie sono state pubblicate nell’antologia A Fine Line: New Poetry from Eastern & Central Europe. Traduce dal polacco e dall’inglese. Scrive inoltre critiche letterarie e saggi ed è redattore della rivista Literatura nonché fondatore e redattore della casa editrice di tascabili Šerpa.

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