Hananuma


Mettiamo che ti chiedessi a bruciapelo se ti senti felice. Lo so, ti irriteresti: è una domanda imbarazzante, per qualcuno addirittura stupida. Ma pensaci bene: la vita ha un senso? Se sì, potrebbe coincidere con la ricerca di una gioia per molti sconosciuta, da altri negata per principio, per altri ancora fonte d’angoscia, perché foriera di conferme sull’inadeguatezza della propria vita?
Prima o poi, dovremmo avere il coraggio di rispondere a domande come queste. E allora interrogo anche me: sono felice? Lo sono stato, in qualche scampolo della mia esistenza? Sempre, mi dico, quando Dio ha visitato la mia vita. Obiezione: è un medico della mutua, Dio? Uno che visita i pazienti?
Il vero paziente, rispondo, è proprio Lui. Si mette alla porta sperando che gli apriamo. A volte attende per anni, per decenni. Ci si illude che abbia desistito, che si decida a cambiare quartiere, continente, o almeno condominio. E invece è lì, più paziente che mai, come se tutto dipendesse dalla mano che abbassa la maniglia, dagli occhi che incrociano il suo sguardo, dal cuore che accetta di fare l’esperienza d’incontrarlo. Lui è nella macchina con te, ti segue nel tuo ufficio, al bancone del bar, nel campo dove passi col trattore. Ogni tanto si fa vivo in un pensiero, un sussulto, un sentimento.
Tu provi un’emozione inaspettata e pensi a tutto tranne che a Lui, che ti ha sorriso e vorrebbe una risposta, un segno d’intesa.
Sei felice? Te lo chiedo di nuovo. Me lo chiedo.
Esco per vedere se sta lì, dietro la porta, con gli occhi così limpidi e profondi che neanche il mare di Hananuma può reggere il confronto.

3 pensieri su “Hananuma

  1. La felicità è un sentimento segreto, esclusivo,
    inquisitorio, dolcissimo e supremamente crudele.
    Vi si sta arroccati come in un palazzo di ferro e cemento, dalle grandi vetrate;
    nello stesso tempo è un riflesso sull’acqua che non solo la brezza,
    ma l’ombra di un passante può alterare… La felicità non si narra.
    Si può appena, come la pioggia scorrendo a rivoli sui vetri traccia e scancella delle figurazioni,
    annotare i momenti salienti che ci consentono di intravederla.
    E un’altra cosa so della felicità: che essa è muta.
    Vasco Pratolini

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  2. Quando c’eri, Mario, mi domandavo
    come sarebbe stato
    il giorno che sarei rimasto solo:
    un pugno nello stomaco, credevo
    che sarei morto anch’io,
    ancora non sapevo
    che amare è morire, che in fondo al cuore
    c’è una luce nascosta in una tomba
    e che solo scendendo fino in fondo,
    esalando quell’ultimo respiro
    nascosto in ogni battito del dare,
    ancora non sapevo
    che il lampo che ora vedo in questa foto,
    l’illusione di averti qui per sempre
    era la profezia di chi sa già
    che all’alba arriva uno che ti dice
    chi cerchi, perché piangi non è qui,
    non vedi che ti sta aspettando ancora
    non senti che ti chiama dalla porta
    del cuore? Dimmelo, se sei felice.

    Se sei felice – d. Fabrizio Centofanti

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