La borsa


È difficile che stiano dentro un ordine, le cose della vita. Le vedi tracimare qua o là, t’impegni a infilarcele di nuovo, ma senza risultato: è come una borsa piena fino all’orlo, che rifiuta ogni carico ulteriore. Urgerebbe una semplificazione, per dirigere il flusso vitale verso il bene. Scegli norme più elastiche, e almeno in apparenza più capienti: allarghi la borsa, per restare nella metafora iniziale.  Ma presto vedrai ancora un bitorzolo, un pennacchio, uno spuntone.
Il problema non è stipare tutto lo stipabile, ma accumulare con maggiore oculatezza, discernere tra ciò che è degno di restare e ciò che invece può essere perduto.
La vita è togliere: il monachesimo insegna che si può essere felici con una cella, un tavolo, il tempo per pregare e lavorare. Allora, miracolosamente, la borsa diventa sufficiente, anzi, c’è spazio per un libro, un ombrello portatile, una custodia per gli occhiali.
Nell’era dei centri commerciali, quello che occorre è presto detto: vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri; poi vieni e seguimi.
Ma di fronte al Vangelo, siamo presi da una frenesia di fuga, infiliamo ansiosamente roba su roba in una borsa che comincia a creparsi, a sfilacciarsi, a esplodere…
Rimangono, alla fine, due sole prospettive: o la borsa o la vita, la quantità o la qualità, il superfluo o l’essenziale.

2 pensieri su “La borsa

  1. “La borsa di una donna pesa
    come se ci fosse la sua vita dentro
    Tra un libro che non vuole mai finire
    ed altri trucchi per fermare il tempo
    c’è la sua foto di un anno fa
    che ha messo via perché non si piaceva
    Ma a riguardarla adesso
    si accorge che era bella ma non lo capiva

    La borsa di una donna riconosce le sue mani
    e solo lei può entrare nascosto
    in una tasca c’è quel viaggio che è una vita che vorrebbe fare
    Milioni di scontrini, l’inutile anestetico del suo dolore
    E stupidi sensi di colpa per quel desiderio di piacere

    E se ci trovasse quei giorni
    Di carezze fra i capelli lei per due minuti soli
    pagherebbe mille anni
    Anni spesi per ritrovare
    Le cose che qualcuno è riuscito a smarrire
    La voglia di sorridere, di perdonare
    La debolezza di essere ancora
    come la vogliono gli altri

    La borsa di una donna
    non si intona quasi mai con quel che sta vivendo
    Nasconde il suo telefono
    gelosa di qualcuno che la sta chiamando
    Vicino alle sue chiavi
    la solita ossessione di scordarle ancora
    E in quel disordine apparente
    la paura di restare sola”

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  2. “L’uomo nero” è seduto quasi tutte le mattine davanti al bar. Porta in mano un cappellino rovesciato per recuperare qualche moneta che qualche avventore del bar gli lascia distrattamente. Sorride senza proferire parola, non conosce l’italiano se non “grazie”; a volte canta, l’uomo nero. Qualcuno dice: “prima, almeno, questi, pulivano i marciapiedi con una scopa, adesso non fanno nemmeno più questo, stanno seduti in attesa di cosa non si sa… comoda la vita!” L’uomo nero fa paura, forse, disturba, l’ombra, il negativo da accettare, la nostra parte buia – facendo timidamente qualche riferimento a Jung – , la mano legale che potrebbe rendere più leggera la nostra borsa. meglio svuotarla noi, in fondo, acquistando un gratta e vinci. non si sa mai, siamo abituati al peso, ormai.

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