La poesia della fusion. Commenti intorno a tre CD chitarristici.


di Guido Michelone

 

La fusion music (abbreviata ormai in fusion) è da oltre quarant’anni la fusione tra il jazz e il rock, che infatti agli inizi (attorno al 1968-70) si chiama ancora jazzrock o rock-jazz. Si tratta di un genere anche oggi molto amato da svariate generazioni di ascoltatori, come dimostra la qualità di tre nuovi dischi firmati da altrettanti insigni esponenti del linguaggio fusion chitarristico, ovvero Peter White con Groovin’, Julian Lage con Arclight, Etienne Mbappe & The Prophets con How Near How Far.

 

Iniziamo da Groovin’ (Concord, 2017) Peter White, perché, detta in parole povere, esistono nel jazz alcuni musicisti che hanno semplicemente un’affinità naturale con alcuni generi: e in tal senso Peter White, dopo che George Benson gli ha passato lo scettro, si è affermato quasi come il modello assoluto per i chitarristi smooth jazz: ma non si tratta di un pesante fardello, bensì significa che ora ha la libertà di fare quello che vuole. Cosa vuole fare White con Groovin è palese: dimostrare come con l’abile tocco che possiede, sia in grado non solo di ‘eseguire’ qualunque classico del pop e del soul, ma soprattutto di apporre una firma personalizzata alle proprie artistiche interpretazioni. Certo esiste da sempre un rischio insito all’interno delle cover di melodie assai note (molto più che nei jazz standard); ciò che le rende valevoli di un approccio nuovo (molto funky in questo caso) è che sono canzoni già molto familiari a chi le ascolta. Ma quello che le rende rischiose è che se la cover del brano non è all’altezza, tutta la colpa ricade sull’artista. Il rischio è alquanto ridotto per Peter, che rispetta il materiale originario, perché quando sta affrontando Stevie Wonder, così come i Beatles, dimostra talento, virtuosismo e abilità su repertori che tutti conoscono a memoria. Groovin’ è il 15 ° album del guitar man da solista e il suo terzo album di cover classiche in uno stile inimitabile, già mostrato negli sforzi precedenti, Reflections (Sin-drome, 1994) e Playin’ Favorites (Columbia, 2006). Il disco inizia con la title track tratta dai Rascals e qui resa frizzante con puro gusto funk , mentre How Long (dagli Ace con Paul Carrack, vocalist sottovalutato) e Sittin’ On the Dock of the Bay (Otis Redding) suonano deliziosamente e fluidamente, con un gran senso del ritmo accattivante. Si intuisce insomma che già tutto l’album è molto soul-jazz, a riprova della passione del leader per il rhythm and blues degli anni Sessanta e Settanta, anche quando ripropone la tenera Here, There and Everywhere (Beatles) o la struggente I Heard It Through the Grapevine (Marvin Gaye).

 

Proseguiamo quindi con Arclight di Julian Lage, visto che sono passati vent’anni esatti da quando il pluripremiato documentario Julian At Eight metteva in risalto la chitarra di un bambino prodigio di soli dieci anni: da allora il giovane Julian Lage inizia poco a poco la collaborazione con grandi jazzmen, come Gary Burton, Jim Hall e Fred Hersch. L’acclamato virtuosismo di Lage è incontestabile, benché, rispetto alla modernità e allo sperimentalismo, egli in fondo resti un tradizionalista ancorato al sistema tonale, che è un aspetto messo in ulteriore evidenza da questo Arclight, che è anche il primo disco in cui Lage utilizza esclusivamente una chitarra elettrica solid bold, esattamente una Fender Telecaster dalle note chiare e dalle cadenze cristalline. Assieme al contrabbassista Scott Colley (compagno di band nella scuderia di Burton) e al batterista Kenny Wollesen (onnipresente sulla scena newyorchese), Julian concentra la propria attenzione su materiali originali evocanti qualità folk rare, ma in parte già ascoltate nel quartetto americano del Keith Jarrett anni Settanta. E per dare continuità stilistica e artistico-culturale all’intera session, il chitarrista improvvisa pure su una manciata di pezzi risalenti all’epoca preboppistica. L’esito complessivo è perciò vivace, creativo, tonificante, anche e proprio nella brevità degli undici singoli pezzi (tutti oscillanti fra i due e i quattro minuti): Lage e compagnia spingono su varianti minime, sfoderando giochi accattivanti sopra le basi melodiche, ritmiche, armoniche, omettendo di proposito indebite estrapolazioni, secondo quanto indicato dal produttore Jesse Harris, un cantautore che ha incoraggiato altresì il trio a fare ‘buona la prima’ onde catturare l’energia spontanea delle performance iniziali (le cosiddette firt takes). Emblematico fin dal titolo, Arclight rivela un ulteriore aspetto della fiorente vena di questo artista, trovandolo in movimento perenne grazie a un’amplissima modalità espressiva, ben oltre l’ascesi acustica delle prime registrazioni.

 

E terminiamo con How Near How Far di Etienne Mbappe & The Prophets, giacché il nuovo album del bassista cinquantenne camerunense sembra ricordarsi delle numerose passate collaborazioni (prestigiose ed eterogenee, tra Joe Zawinul, Salif Keita, Manu Dibango, Steps Ahead, Ray Charles, Robben Ford) e quelle attuali come membro della band The 4th Dimension di John Mclaughlin. Dopo tre album da solista – Misiya (2004), Su La Také (2008), Pater Noster (2013) – questo How Near How Far segna altresì la nascita del suo nuovo gruppo di cosiddetti profeti – con Christophe Cravero (pianoforte e tastiere), Anthony Ham (chitarre), Clemente Janinet (violino), Arno De Casanove (tromba e flicorno) Herve Gourdikian (sax tenore), e con il proverbiale storico collaboratore Nicholas Viccaro (batteria e percussioni). “Il concetto dei Profeti” – spiega Mbappe – “è un cenno ai visionari come Miles, Coltrane, Zawinul, McLaughlin, Ravi Shankar, Bob Marley, Jimi Hendrix e Charlie Parker, tra gli altri. Cerchiamo di espandere la loro visione e immaginare una musica dove non ci sono confini e non sussistono barriere musicali; poi, con i ‘profeti’, ho deciso di tornare alla musica strumentale. Volevo uscire dal rigore della forma-canzone – versi, ponte, ritornello – e concentrarmi di più sulla musica stessa”. Sono undici i brani in programma, tutti di media durata, fra i quattro e i sette minuti, che per il jazz contemporaneo significano maggior predilezione per le linee melodiche, piuttosto che lunghi assolo o estenuanti libere improvvisazioni, in sintonia con molta fusion attuale, di cui Etienne può definirsi a pieno titolo un sincero protagonista, accogliendo altresì sia le lezioni del world jazz sia il ricordo delle arcane radici del Continente Nero (benché la band sia tutta francese e il disco registrato a Perpignan). Risulta perciò difficile scegliere tra John Ji, Bandit Queen, Lagos Market, How Near How Far, Make It Easy, Milonga In 7 (To Astor Piazzola), Bad As I’m Doing, Mang Lady, Assiko Twerk, Day Message (To Joe Zawinul), Musango Na Wa, perché tutti i brani hanno qualcosa di molto positivo a cominciare dalla loro intrinseca cantabilità.

 

Guido Michelone

 

Cfr:

White Peter, Groovin’ (Concord, 2017)

Lage Julian, Arclight (Mackavenue, 2017)

Etienne Mbappe & The Prophets, How Near How Far (Abstract Logix, 2017)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...