Perché


Ve lo sarete chiesto certamente, in qualche momento buio della notte, nel pieno di una crisi o, semplicemente, camminando per una via del centro, tra vetrine di negozi e automobili che vi inalano gas nelle narici: perché viviamo?
Non è facile rispondere. Spesso la fretta, la paura, le nevrosi, ci fanno scivolare nel giorno come in una giostra sempre uguale, che dài e dài ci consuma, ci logora, ci stanca. Abbiamo troppi guai per soffermarci su questioni così astratte. Se siamo qui, un motivo ci sarà: possiamo solo assecondare il fato, rassegnarci al compito di gestire l’esistenza, di sopravvivere, nonostante tutto.
Le scadenze ci incalzano: pagare le bollette, nutrire ed educare i figli, rispondere alle attese del capo o di qualche dipendente, vivere, insomma, sempre sul filo del rasoio, senza capire, senza renderci conto se convenga o meno sbrigare questa pratica che ci hanno scaricato, è già abbastanza impegnativo.
Ma arriva la famosa notte, o il momento in cui pensi di non farcela, perché il giogo è pesante, nessuno può alleviartelo e tu solo puoi decidere se valga o meno la pena continuare, se tutto questo circo abbia o non abbia veramente senso.
Forse non si sa perché si vive per la perdita progressiva e inesorabile di punti fermi. Per esempio i “novissimi”, le “ultime cose”: morte, giudizio, inferno e paradiso. Se quello che faccio non influisce su niente e su nessuno, nemmeno su me stesso, quali motivazioni potrò avere, quale molla potrà spingermi a dare e a darmi come fossi inesauribile?
Ma se so che ogni gesto, ogni parola e pensiero sono scritti nel Libro della Vita, e che questo sarà letto e interpretato, coram populo, non da un giudice esterno, ma dal profondo della mia coscienza, ecco, all’improvviso capisco: so da dove vengo, chi sono, dove vado. So perché vivo.

5 pensieri su “Perché

  1. Qui sono quasi le cinque del mattino e fa tanto freddo… e sono solo da un paio di ore nella “famosa notte” e neppure chi mi dorme accanto può aiutarmi. Le “famose notti” sono sempre uguali e trovare un senso nel mezzo della folla dei pensieri e dei ricordi, confusi, disordinati, sembra impossibile e ho paura. Combattuto tra “Tengo miedo” di Neruda o forse in Borges, nel suo “Elogio de la sombra”, – “Llego a mi centro,
    a mi álgebra y mi clave,
    a mi espejo.
    Pronto sabré quién soy.” – o la tua stupenda “Preghiera nella disperazione” che lessi tempo fa… “c’è ancora un posto per la speranza, c’è ancora un posto per Te che sei Luce” … Parole degli uomini, seppur così diverse, ispirate dal comune anelito ad una risposta, quella che metta pace nell’animo, definitivamente. Grazie don Fabrizio, forse c’è davvero ancora spazio per sperare di credere.

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  2. Carissimo Luigi, da anni ho deciso di non commentare, ma ci sono casi in cui non si può non dire, qui, in pubblico, grazie di cuore, per queste tue parole, per la straordinaria bellezza poetica che ci doni, per la tua profondità umana, e per la gioia che mi hai regalato con questa tua confidenza.

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  3. Ha urlato fino a quel momento, nessun abbraccio lo trattiene, nemmeno una parola sembra raggiungerlo per strapparlo a un’altra notte senza stelle.
    Si siede, in preda alla sua rabbia cieca, sul gradino antistante la “casa del santo” – come la chiama lui -.
    La bambina esce da quella stessa casa, allontanandosi da suo padre che cerca in tutti i modi di proteggerla dal tipo; lei, invece, gli gira intorno, si ferma qualche attimo, lo osserva incuriosita come solo i bambini sanno fare; ora sono alla stessa altezza, una di fronte all’altro. Occhi negli occhi. Non una parola.
    Sul suo viso, che sa di strada, scendono lacrime, di alcol, solitudine; vita spezzata, figli lontano; animo gentile, magari un sorriso. Sogni antichi, forse.
    Si alza, lui, in silenzio se ne va.

    Occhi negli occhi. Ingenuità. Fiducia.
    Ecco perché.

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