SUL TAMBURO n.47: Andrea Bassani, “Lechitiel”

Andrea Bassani, Lechitiel, Lecce, Terra d’ulivi Edizioni, 2016

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di Giuseppe Panella

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Lechitiel è un angelo: soccorre i disederati e gli infelici, conforta gli aspiranti suicidi, accorre laddove c’è bisogno di una parola di conforto, è al fianco di Gesù nell’Orto degli Ulivi quando il dolore e l’angoscia per la fine imminente stanno per prevalere e il “sudore di sangue” scorre a precorrere l’evento della morte inevitabile e tremenda.

Lechitiel appartiene alla schiera celeste angelica dei Principi (insieme ai Troni e alle Dominazioni) e quindi ha un ruolo determinante nelle vicende umane (chi lo invoca almeno due volte l’anno resta immune dalla tentazione di darsi una morte volontaria).

Lechitiel rappresenta lo sforzo degli uomini di trovare una ragione valida e inconfutabile per superare l’inutilità sempre insorgente di continuare a vivere.

Lechitiel costituisce la ragione della poesia nell’ottica di poetica di Andrea Bassani.

La poesia è un atto di carità ma non per questo motivo è caritatevole nel senso negativo e zuccheroso del termine, non è mielosa, non è la pratica melensa del dare un’elemosina a qualcuno che si trova in difficoltà per poi volgere altrove, in segno di disprezzo, il volto proprio rispetto a quello di chi si dice di voler aiutare.

La poesia si sente coinvolta nel dolore del mondo, si sente portata a partecipare, si sente capace di dare un contributo a risolvere i problemi che descrive e che conforta e di cui si accorge che non si parla abbastanza. La poesia, per Bassani, è un atto di dolore.

Ma non per questo rinuncia alla gioia – la letizia che dà la capacità di partecipare non solo all’angoscia e alla morte dell’altro ma anche ai suoi momenti fortunati e felici.

Cifra risolutiva (ammonisce anche l’acuto postfatore Ernesto Marchese nello scritto che chiude il libro) è l’attenzione alla vita quotidiana, ai momenti più intimi e contemporaneamente rivelati e aperti della vita di ognuno (ritorna spesso l’immagine di due giovani che si baciano sulla panchina di un parco ma anche “un semaforo rosso” o “un treno che passa” risultano nitidi e rilucenti della loro bellezza di ogni giorno). La poesia di Bassani, infatti, è legata alla dimensione profonda del compati che non è soltanto la compassione o la pietà un po’ troppo facile del privilegiata ma soprattutto la partecipazione diretta, comunicativa, intensiva alla sofferenza altrui. Scrivere poesia significa rappresentare il mondo che si è vissuto e attraversato e farlo con parole più o meno sublimate, più o meno compresse e rastremate dallo sforzo di comprensione del dolore altrui che questo comporta e significa soprattutto cercare di rendere il senso di quella sofferenza:

«LXXIV.Capita di guidare ubriaco, / assalito da una mandria di ricordi, / e non prendere la strada di casa / ma di andare senza meta / tra il suicidio e la vita, / per capire se è vero / che qualcuno provvede / prima che sia finita. / Capita di guidare / come prode cavaliere / che ha varcato barricate, / affrontato alabarde, draghi, bufere, / eppur la rosa del suo amore / gli scalfisce l’armatura. / Capita di guidare ateo / e rivolgersi a Maria, / chiamarla Madre; / di pregare non sapendo di farlo / ma sapendo di piangere per qualcosa di nuovo; / di gridare oltre le stelle che non parlano, / al di là delle costellazioni mute: / “mostrami il tuo volto!” // E percepire lì accanto / Lechitiel del Getsemani / distrarti dall’idea / di procurarti la morte da solo. / Capita di credere d’aver intravisto ali / e udito voce dire: / “dammi il tuo dolore, / perché Iddio me lo ha chiesto”» (p. 88).

La poesia soccorre ma non è pietosa; assiste ma non piange o si lamenta; accetta il dolore e la morte

ma non chiede che siano abolite o rimosse – vuole dargli dignità e ricetto, accoglienza e giustificazione. La poesia (nell’ottica fervente di Bassani) ha la funzione di accompagnare la vita degli uomini e di dargli una possibilità di riscatto e di sublimazione, di conoscenza e di estasi e questo sia nelle circostanze migliori (la gioia dell’amore, la tenerezza dell’infanzia, i sospiri del cuore) sia in quelle più deleterie (l’abbandono, la disperazione, la derelizione, il rifiuto).

La poesia non sostituisce la vita né potrebbe farlo – la segue e l’accompagna e quando può se ne fa carico e possesso, la rende accettabile attraverso il sogno della sua bellezza.

I testi lirici di Bassani si innervano su una condizione esistenziale di sospensione del giudizio sul mondo: le situazioni da lui descritte e nelle quali l’Io che scrive viene a trovarsi non sono condannate come frutto della caducità della carne (o della sua corruzione) ma elaborate come possibilità di vita, come forme espressive della varietà dell’esperienza umana:

«XLI. Io non sorseggio, trangugio. / Ero il primo che vedevi al bancone del bar. / Ancora oggi assumo liquidi / come fossero panacee universali, / e posso trasformare l’acqua in whisky, / se lo voglio; posso inghiottire succhi di frutta / e gustare il sapore di un buon cognac. // Io non sorseggio, trangugio / (non so fare altrimenti) : / fu il vuoto a insegnarmi a bere. / Tracanno senza misura né modo, / come se intorno non ci fosse nessuno, / senza imbarazzo, incurante dei metodi; / e ho smesso di sfottere gli ubriachi; / anche l’alcolismo è un eccesso di dolore. // Io non sorseggio, trangugio: / è come se, ad ogni bicchiere, / stessi bevendo te/ sciolta nell’acido» (p. 51).

La poesia fagocita, assorbe, trasforma – rende il dolore accessibile, praticabile, usufruibile.

La poesia si accerta che il “vuoto” non vinca sul pieno della parola. La poesia si concentra sulla verità delle cose e la trangugia a sorsi lunghissimi e beati, si concede di accettare la sofferenza senza commiserarsi, spera che la vita sia più forte della morte.

La poesia sa di essere legata alla capacità dell’uomo di riuscire a sopravvivere sempre e dovunque, di trovare conforto nella tenerezza del mondo, di trovare amore dove apparentemente esso non sembra avere diritto di parola.

«LIV. E’ questo il mio modo d’ amarti: / intruso in un mercato di grazie, / spettatore di ricchezze non mie. // Così ti amo, / in una bolgia comune di desideri, / di sensazioni prese in prestito: / mi sazio privandomi … » (p. 64).

La poesia è una privazione che si fa ricchezza per tutti gli uomini di buona volontà.

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