LE OTTO MONTAGNE di Paolo Cognetti

di Massimo Maugeri

Le otto montagneHa appena vinto la settantunesima edizione del Premio Strega con il romanzo “Le otto montagne” (Einaudi), beneficiando di 208 voti. Si dichiara esultante, Paolo Cognetti. Quasi sopraffatto dalla gioia. «Sento tanto entusiasmo che arriva prima di tutto dai lettori», precisa «e che poi si è tradotto in questo riconoscimento bellissimo».
La sua gioia ha avuto modo di manifestarla pochi minuti prima, tracannando – come da tradizione – l’ambìto e stregato liquore dal bottiglione e prendendo in braccio – fuori da copione – Paola Gallo, la direttrice editoriale della Einaudi.
“Le otto montagne” è un romanzo che ha origini antiche per l’autore e affonda le radici nei suoi ricordi di ragazzo. «Sono nato e cresciuto a Milano, da genitori emigrati che erano giunti da altrove. E c’erano queste estati in montagna che per loro erano come un ritorno ai luoghi che avevano abbandonato per venire in città e per me una scoperta meravigliosa. Parliamo della montagna della Valle d’Aosta, sul finire degli anni Settanta. Una montagna che poi ho abbandonato nell’adolescenza e che ho quasi dimenticato, seppellito sotto altre esperienze. L’ho poi riscoperta dopo i trenta. E sono andato a viverci per buona parte dell’anno. Oggi vivo per metà in montagna, per metà in città. “Le otto montagne” è una storia che segue più o meno questi movimenti. Non è un’autobiografia, ma nasce in maniera molto chiara dalla mia vita e dal rapporto con questi luoghi».
Ed è la storia di un’amicizia maschile tra Pietro, che è un po’ l’alter ego dell’autore, e Bruno, un ragazzo delle Alpi. «Mi hanno sempre affascinato questi ragazzini degli alpeggi: sporchi, timidi, che vestivano con abiti da adulti e scappavano via quasi come animali selvatici appena ti avvicinavi. Avrei tanto voluto superare la loro timidezza e la mia e provare a diventare amico di uno di loro. Ho realizzato questo desiderio raccontandolo nel libro».
Un’amicizia fondata su differenze rilevanti, quella fra questi due ragazzi. «Forse la grande differenza è che Pietro è figlio della città, dei libri, dell’epoca postmoderna in cui siamo cresciuti. È un ragazzino cresciuto con una grande distanza dalla realtà delle cose. D’altra parte per molti di noi il rapporto con la realtà è sempre stato mediato dai mezzi di comunicazione. Non abbiamo visto i boschi, abbiamo visto i film dove c’erano i boschi. Non abbiamo visto la montagna, abbiamo visto Heidi e i cartoni animati dov’era rappresentata la montagna e così via. Per me la scoperta della realtà delle cose – il tronco di un albero, l’acqua di un torrente, toccare una pietra che si scalda al sole – è arrivata dopo. Per uno come Bruno, invece, è il mondo in cui è nato e cresciuto e a cui appartiene. Il mondo della concretezza. Pietro è un ragazzino molto bravo a scuola, prende ottimi voti. Bruno è stato bocciato in prima media. Eppure quello dei due che sa le cose e le insegna all’altro non è Pietro ma è Bruno. È Bruno il maestro, è Bruno che ha tantissime cose da insegnare all’amico. E questo provoca anche un’ulteriore enorme differenza nella loro vita adulta… perché Pietro rimane una persona che non riesce a mettere radici da nessuna parte. Invece Bruno è uno che sa fin dall’inizio a quale posto appartiene. Lui appartiene a questa montagna. E nessuno lo leverà mai da lì».
Dal punto di vista letterario Paolo Cognetti ha già raggiunto la cima di una montagna. Peraltro il successo di “Le otto montagne” precede la vittoria del Premio. E non solo in Italia (il romanzo ha avuto un grande riscontro anche all’estero: è tradotto o in fase di traduzione in una trentina di paesi). Tuttavia, mentre lo saluto, ho la sensazione che presto si cimenterà in nuovi percorsi, scrutando nuove vette. Così gli stringo la mano e gli dico: in bocca al lupo, Paolo. Viva il lupo, mi risponde raggiante mentre le luci del Ninfeo di Villa Giulia si spengono.

(Articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”)

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