È solo un racconto, di Giuseppe Granieri

Pubblichiamo qui di seguito un racconto di Giuseppe Granieri.
Giuseppe vive a Copertino, Lecce. Laureato in Scienze della Comunicazione all’Università “La Sapienza di Roma”, è giornalista pubblicista. Scrive di sport e calcio per FcInterNews.it e TuttoMercatoWeb.com. Ha pubblicato i libri Giorgio Faletti e la riscoperta del noir in Italia (Sacco, 2009) e Dal calcio giocato al calcio parlato (Innito Edizioni, 2013).

 

È solo un racconto

Forse dovrei/potrei aspettare a scrivere queste righe. Forse dovrei far passare un po’ di anni prima di scrivere questo racconto in chiave personale. La materia è ancora calda e potrei scottarmi. E comunque, non è l’urgenza che mi spinge a scrivere queste righe. Piuttosto, sento che mettere per iscritto questo pensiero serva
ORA.
E, forse, potrebbe non servire più in là: sento che cogliere l’eccezionalità del momento, questo momento, possa servire a qualcuno, me compreso. I fatti, prima di tutto, come insegnano in qualsiasi facoltà di comunicazione che si rispetti.
Nell’agosto del 2012 ho scritto un racconto (ho capito solo dopo un po’ che poteva essere considerato un racconto: non ho cominciato a scriverlo con l’intenzione di pubblicarlo, ma certe cose, si sa, è difficile prevedere quali sbocchi possano poi prendere…), il file è poi rimasto sepolto un bel po’ di mesi nel mio pc, lo vedevo ogni giorno, lì sul desktop, ma non ci badavo poi più di tanto. Una volta ogni due settimane, lo aprivo, lo leggevo, apportavo delle piccole modifche, se lo ritenevo necessario, e lo richiudevo.
Poi, più o meno verso febbraio 2013, giorno più giorno meno, ho deciso di rischiare, di provare a metterlo in circolo, di farlo leggere a qualcuno, sia del settore che non. Insomma, cercavo di capire se piaceva solo a me, che l’avevo scritto, o se poteva piacere a qualcun altro.
L’ho spedito via mail: i primi due, vado a memoria, sono stati Tiziano Scarpa e Remo Bassini (ex direttore del bisettimanale “La Sesia” e scrittore di noir). Poi, credo anche ad altri scrittori più o meno noti, sicuramente a qualche collega giornalista.
Il racconto piaceva. E non poco.
Qualcuno mi suggeriva di apportare dei cambiamenti, alcuni di natura stilistica, altri di allungare qua è là qualche passaggio, altri ancora di tagliare qualche pezzo o di accorciarlo.
Alla fine, Davide Orecchio (scrittore e redattore di “Nazione Indiana”) è stato quello che ha colto forse più velocemente di tutti il nesso tra ciò che avevo scritto e l’attualità del momento politico-sociale.
Grazie Davide!
Insomma, il racconto è stato pubblicato, il titolo è Lavoro e altri disastri e lo avete appena letto*.
Ovviamente, non mi sono fermato: se prima facevo girare il file, dalla pubblicazione in poi ho fatto girare esclusivamente il link. E qui, come poteva essere prevedibile, non ho coinvolto solo scrittori, addetti ai lavori e giornalisti, ma ho anche inglobato amici, conoscenti, parenti, familiari. Il primo e forse unico (speriamo di no… 🙂 ) racconto che vedeva la luce pubblicamente, dal mio punto di vista, meritava di raggiungere quanto più pubblico possibile. Ci credevo, insomma.
Ed è proprio qui che c’è stato quello che io chiamo
GIRO DI VENTO (a voler parafrasare il fortunato libro di De Carlo).
Lo dico subito: c’è stata, sin dal primo momento, una netta cesura nei commenti degli addetti ai lavori/colleghi/ scrittori rispetto ai conoscenti/amici/familiari. Li riassumo per grossi capi: i primi mi scrivevano
“originale”,
“fresco”,
“vivace”,
“interessante”,
“pieno di spunti”;
mentre i secondi (a dir la verità, gran parte, anche se non tutti) mi dicevano – di persona, ovviamente –
“ma tu cosa c’entri con il tema?”,
“eri triste quando lo hai scritto?”,
“ma tu in italiano non andavi granché bene, come mai ti sei messo a scrivere racconti?”,
e via dicendo.
Lì per lì non c’ho fatto molto caso, ora che è passato qualche mese mi è più facile fare sintesi. Comunque, anche dopo la sintesi,
NON CAPIVO.
Ora, la cerchia di quelli che mi stanno intorno non vive nelle caverne, anzi. È tutta gente che ha comunque fatto un certo tipo di percorso, con lavori che si possono anche stimare, quasi tutti laureati, se può ancora davvero contare qualcosa in questo decrepito paese.
Il punto, secondo quello che c’ho capito, era che il primo gruppo leggeva il racconto e cercava di confrontarsi con
GRANIERI, giornalista pubblicista, lettore incallito, frequentatore di librerie;
il secondo, invece, ha visto solo il
GIUSEPPE: quello che va dietro alle minigonne, quello che si entusiasma per una sagra di paese o quello che bestem- mia se Milito sbaglia un gol a porta sguarnita (Milito è l’ex attaccante di riferimento dell’Inter: su certe cose, mi piace essere preciso…).
C’ho riflettuto ancora per un po’, poi stavo per inserire il tutto nello scaffale denominato
LE COSE CHE NON CAPIRAI MAI,
quando mi è capitato tra le mani Parigi, senza passare dal via, un libro davvero interessante, di Francesco Forlani. (Aperta parentesi, è davvero un libro ricco di spunti, ve lo consiglio, chiusa parentesi).
Quello che ci interessa è il 24esimo capitolo, Mio fratello è Charlie Brown. L’ho letto ed è stato per me una piccola folgorazione. In sintesi:
tu scrivi qualcosa e chi lo legge ne capisce totalmente un’altra.
Riporto degli stralci:
“mi ha chiamato mio fratello con una voce che portava dei chiari segni di inquietudine… Mio fratello era agitato perché gli ho mandato un racconto e ci ha letto qualcosa di terribile, come una lettera di dimissioni e invece per me era solo un racconto”.
Racconto che potete leggere qui.
“Il racconto che ho scritto mi era venuto”,
continua Forlani,
“dopo un pomeriggio passato con un’amica scrittrice dell’Atelier du Roman. Parla di un tipo che mentre ritorna da una passeggiata con un’amica lungo la Senna sente dei rumori strani, una richiesta d’aiuto provenire da uno dei cassoni verdi metallici in cui i bouquinistes, i librai, tengono la merce…
Quello che ha inquietato di più mio fratello e che lo ha spinto a telefonarmi è stato un passaggio in cui alla domanda di lui sul come fare per vivere di letteratura, la voce nel cassonetto aveva risposto:
“Allora, ricordati una cosa, la più importante, e non farne parola con nessuno. Solo i gradassi e i pubblicitari se ne escono in certe serate con frasi ad effetto del tipo
‘io vivo della mia scrittura’
e fandonie del genere.
S-T-R-O-N-Z-A-T-E!
Di letteratura, e stammi bene a sentire, te lo ripeto a chiare lettere, l-e-t-t-e-r-a-t-u-r-a, di letteratura si muore, e questo è quanto”.
A me non pare preoccupante (il racconto), però magari mi sbaglio…
Insomma, forse l’ho fatta un po’ lunga, ma vi ho ricopiato il passo per cercare di fotografare le due posizioni: una, quella di chi scrive un racconto, solo un racconto; dall’altra, il familiare o l’amico che lo legge, lo prende alla lettera (ma quando mai la letteratura si prende alla lettera?) e ne monta quasi un caso. In questo evento, chiamiamolo così, mi ci sono rivisto: io che scrivo un racconto, solo un racconto, e chi lo legge, soprattutto la cerchia di chi mi conosce da quando mi sporcavo con la Nutella, mi fa domande come queste:
“ma tu cosa c’entri con il tema?”,
“eri triste quando lo hai scritto?”,
“ma tu in italiano non andavi granché bene, come mai ti sei messo a scrivere racconti?”.
Signori, calma, lo dice anche Forlani:
“è solo un racconto!”.
Ma quando mai la letteratura si prende alla lettera?

  • Lavoro e altri disastri  fa parte della raccolta (uscita nel 2015 con goWare, Firenze) da cui è tratto anche questo racconto.

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