La notte del Santo, di Remo Bassini

di Guido Michelone

Giunto all’undicesimo romanzo, il cortonese Remo Bassini cambia genere e ambientazione, dedicandosi anima e corpo al noir investigativo all’interno della realtà metropolitana, spostando dunque l’abituale location (di solito la Vercelli in cui vive, sia pur di raso nominata) in un contesto sociopolitico maggiormente gravido di paure, tensioni, crimini, misfatti. Non è che a Bassini il giallo o poliziesco sia del tutto estraneo: in molti suoi libri precedenti, trame e intrecci fanno pensare a una tipologia snobbata dai critici, dagli intellettuali, dagli autori stessi fino agli anni Novanta e poi quasi di colpo assurta a grande letteratura con scrittori come Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, Roberto Saviano, Andrea Pinketts (più alcuni recuperi da Augusto De Angelis a Giorgio Scerbanenco), assurti a maître-à-penser o a dispensatori assoluti di prosa nobile. Certo, come Remo ben sa, il Novecento, fuori d’Italia, è costellato da romanzieri talenutosi relegati nel genere per decenni, ma che adesso occupano un posto di rilievo accanto ai protagonisti tradizionali: Agatha Christie, George Simenon, Dashiell Hammett, Raymond Chandler, risultano oggi letterati di primo piano, accanto a Hemingway o Dostoevskij, non a caso autori citati da Bassini in varie interviste.
E della vicenda ormai secolare in merito all’evoluzione del noir è ben consapevole Remo, la cui prosa secca, rapida, asciutta, esente da baroccherie, estetismi o postmodernità, rammenta appunto quella di molti scrittori appena elencati, quali referenti importantissimi, quasi alla stregua di autentici classici nel modo di presentare, organizzare, narrare una storia. Remo, dunque, attua lo schema collaudato del poliziotto solo contro tutti alla ricerca del colpevole in una situazione ingarbugliatissima che, a sua volta, è complicata dalla presenza di una miriade di figure di maggiori e minori, con il tradizionale lieto fine, che solo in parte accontenta tutti, e lascia con l’amaro in bocca almeno uno dei protagonisti buoni (pur vendicatosi dei cattivi).
Applicando lo schema a La notte del santo, il poliziotto – il commissario cinquantottenne Pietro Dallavita detto Aziz – combatte ovviamente contro efferati delinquenti: da uno a X delitti, senza qui rivelare il numero esatto delle vittime per non togliere nulla al lettore il gusto della sorpresa, potendo solo rivelare che il primo viene comesso il 24 giugmo, giorno di San Giovanni, patrono di Torino. Ma il protagonista combatte soprattutto contro i propri fantasmi, sentimentali in primis: come i detectives chandleriani anche Dallavita è il proletario esistenzialista, stanco, onesto, ligio al dovere, ma insofferente delle regole e della burocrazia, nonché tombeur des femmes quanto basta, alla fine triste e malinconico come l’Humphrey Bogart della Hollywood in bianco e nero; davanti e dietro lui sfila un bel campionario di fauna umana, specchio delle contraddizioni della nostra società contemporanea, che Bassini denuncia procedendo giustamente a colpi di teatro, senza però eccedere nei paradossi spettacolari, preferendo al contrario aprire larghi spazi alla psicologia, ai caratteri, alle relazioni interpersonali. In fondo, per buona parte del libro, Remo gioca con Dallavita, facendone un personaggio in absentia, l’uomo in fuga per allontanarsi non solo dai fantasmi, ma anche dalla responsabilità morali ben presto comunque recuperate, in un finale che non concede nulla ai banali romanticismi, preferendo, come sempre, nel caso di Remo, restare ben ancorato alla realtà.
Remo Bassini, La notte del santo, Neroitaliano, Roma 2017, pagine 252, euro 13,00.

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