Aprire la mente


di Riccardo Ferrazzi

Agli albori del terzo millennio, dapprima in forma di dubbio, poi con sempre maggiore convinzione, giornali e tv comunicarono al pubblico una notizia sconvolgente: la scienza è in grado di spiegare sì e no il 5% della realtà, tutto il resto è semplicemente sconosciuto.
Come gli antichi romani all’annuncio della disfatta di Canne, scienziati e opinione pubblica reagirono con animo virile: nessuno parlò di catastrofe, nessuno intonò il mea culpa. Gli scienziati cominciarono a parlare di “materia oscura”, l’opinione pubblica si dispose ad attendere fiduciosamente la spiegazione di cosa fosse questa nuova materia.
Non si sa quanti anni o quanti secoli dovranno passare prima che l’umanità riesca ad avere un’idea di cosa è contenuto nel residuo 95% della realtà, eppure nessuno dubita che ci si riuscirà, che la risposta sarà ottenuta applicando i consueti metodi scientifici, e che la realtà ancora da scoprire non sarà molto diversa da quella che già conosciamo. In fin dei conti – così calcola l’opinione pubblica – la realtà quantistica non è avvertibilmente diversa da quella relativistica, la quale, a sua volta, non sembra poi tanto distante da quella newtoniana. Quando la materia oscura sarà “chiarita” – concludono avvocati e salumieri – avremo gli strumenti per governare il 100% di una realtà che, in fin dei conti, è sempre la stessa.
Nessuno è sfiorato dall’idea che la parte sconosciuta della realtà possa non essere affatto “residuale” e possa contenere qualcosa di molto diverso da ciò che ci si aspetta. Forse non abbiamo ancora dato il giusto peso al fatto che la relatività e la fisica quantistica non si sono limitate a dare una nuova rappresentazione dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, ma hanno reso evidente che la ragione umana coglie la realtà in modo approssimativo.
L’aveva già detto Kant, e gli avevamo creduto a metà. Si sa: i filosofi esagerano sempre. Invece aveva ragione: con la geometria euclidea non si può calcolare la traiettoria di una sonda spaziale, e per studiare la struttura subatomica della materia abbiamo dovuto accantonare i concetti tradizionali di spazio e tempo.
È probabile che l’indagine su quel 95% di materia/energia sconosciuta richieda nuove rivoluzioni nel modo “scientifico” di ragionare. È persino possibile che, prima o poi, per esplorare l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande ci si debba inoltrare in percorsi che oggi riteniamo fantascientifici, coinvolgendo facoltà ed esperienze finora confinate nella letteratura, nei sentimenti, nella fantasia.

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