Francesco Dalessandro legge Raffaela Fazio


QUEL NULLA CHE È TUTTO

 

Più invecchio e più il mito mi dà consolazione.

Aristotele

 


Ogni mito è il destino chiuso in un nome; è quando quel nome viene evocato che si dispiega come un candido telo sul quale la notte ricama i suoi gridi e i suoi silenzi. Fra il grido e il silenzio, il nome si palesa e rivela il suo senso nel momento in cui la voce lo risveglia.

La sopravvivenza del mito ci è necessaria perché nel suo specchio riconosciamo il mondo. Il mito, coscienza infinita dei nostri limiti e della nostra umanità, è multiforme; ha bisogno della voce per vestirsi ogni volta in modo diverso, senza perdere la sua identità. Quando il mito viene trascritto è come se si irrigidisse: diventa più preciso e meno sfuggente, però più limitato. La scrittura può dargli una forma definita (mai definitiva), come nella Biblioteca di Apollodoro o nelle Metamorfosi di Ovidio, ma nessuno può assumerne la paternità, solo interpretarne il senso.

È quel che fa anche Raffaela Fazio in queste poesie, nelle quali coglie il momento cruciale della vicenda di ventotto fra dee, ninfe ed eroine; oltre quel momento, niente è più come prima, perché il destino le pone di fronte a se stesse e la decisione o la scelta ne determina la vita o la morte. Ma cosa c’è di speciale in qualcuno che invecchia, in un affogamento, in una gara di corsa, in un dubbio d’amore, o in un’illusione, nell’insania che quel sentimento o il suo rovescio è capace di suscitare? Solo ciò che queste situazioni rappresentano, la conseguenza che da esse scaturisce: si giunge alla conoscenza di sé attraverso la sofferenza.

Peter Bien, riferendosi alla poesia di Ritsos, ha scritto che “il mito non conduce all’evasione o alla digressione, ma alla rivelazione”. Qui, nei versi iniziali di Alcesti leggiamo: «Un istante / rivela la vita. / Da quella improvvisa / fessura / fiotta il giorno / a ritroso / nella notte / attinge il suo senso / e l’addensa». Nella vita di ognuno c’è un momento preciso in cui qualcosa o qualcuno costringe a fare i conti con se stessi e a prendere coscienza del proprio destino. Vano è opporsi ad esso («non si scappa al destino») e volerlo cambiare, ma guai a non farlo: da temere non è la sconfitta, che è nell’ordine delle cose, ma la rinuncia alla lotta, la resa all’ineluttabile, al silenzio e al nulla.

Raffaela Fazio non è interessata alla rappresentazione oggettiva del mito, ma a ciò che potremmo chiamare il “fermo immagine” su quell’attimo in cui tutte le esperienze si concentrano per produrre la catastrofe o, di rado, la catarsi: la lampada spenta di Ero, l’incontro di Elena col suo simulacro, Medea che accoglie in sé la funesta volontà del sacrificio e della vendetta, Arianna nell’abbandono del risveglio, Atalanta che arresta la sua corsa per raccogliere i pomi d’oro, Era che accoglie in seno il piccolo cuculo che la perderà, sconvolgendone la natura individuale per farne la ripetizione infinita di se stessa, Cassandra che tace davanti alla visione della propria morte. 

Di solito, la poesia di Raffaela Fazio parte da un’intuizione del cuore che via via si delucida in argomentazione. Quell’intuizione rende la sua scrittura calda, partecipe, vibrante; sul nucleo emotivo di partenza si esercita poi la lucidità del ragionamento, ricavandone l’articolarsi del concetto. È estranea infatti all’autrice l’idea che la poesia possa non essere pensiero. La poesia ingenua non è contemplata in nessun modo nel suo orizzonte e in ciò si dimostra assolutamente moderna.

In queste poesie “mitologiche”, la dinamica è diversa, perché l’approccio immediato non è emotivo. Solo quando il ragionamento raggiunge quel nocciolo atomico della coscienza in cui qualcosa deflagra modificando l’ordinato flusso della vita, solo allora tutto cambia: l’empatia femminile fra la poetessa e le sue protagoniste trasforma queste ultime in archetipi di un moderno sentire, in symbolon della situazione di frattura fra l’essere se stesse e il mondo: di ieri, di oggi, di sempre. Insomma, la lucidità iniziale con la quale la poetessa si accosta alla vicenda del mito si accalora, si fa compartecipazione, e la scrittura si scioglie dal ragionamento addensandosi intorno a quell’attimo esistenziale percepito come punto di svolta e di risoluzione, l’attimo in cui le protagoniste incontrano se stesse e il loro destino.

Qui, dunque, la poesia è lucida come una superficie levigata, ma nel momento in cui il sole la colpisce, come uno specchio ustorio essa riverbera e riflette il suo fuoco. Quel che non cambia è la forma con cui questa poesia si offre al lettore.

Mi permetto una breve digressione. Ho spesso pensato, dei poeti che usano in prevalenza il verso breve o brevissimo, anche di un solo vocabolo, che non hanno respiro, ovvero che hanno il passo corto; i loro versi sono spezzati senza un’intenzione, oppure scivolano nella cantilena. Ci sono tuttavia poeti che pur usando la misura breve – e Raffaela è una di loro – riescono a dare al verso un respiro del tutto particolare, di grande intensità e concentrazione. Il verso di Raffaela è preciso ed ha una musica mai scontata: un sincopato jazz fatto di slanci e arresti, di frenate e riprese, di cesure accorte, e nel quale le frequenti rime, spesso interne, servono a scandire e a rimarcare il tempo; tutto con lo scopo di tenere avvinto il lettore. Si rileggano i versi già citati di Alcesti e si faccia caso alla loro scansione, alle pause così circostanziate, precise, necessarie; o si leggano Ero, Circe, Le due EleneCassandra, poesie fra le più belle: in esse, ogni verso e ogni cesura hanno la necessità delle cose incontrovertibili, e le immagini fioriscono spontanee, benché deliberate, coinvolgenti.

«Il futuro / non vuole scorciatoie / ma una conquista / lenta». Cassandra lo comprende solo alla fine, nella visione del fuoco che arde il suo passato. Se a noi è riservata la saggezza, o almeno la consapevolezza, lo dobbiamo anche a quel “serbatoio figurale”, secondo la definizione di Gianfranco Contini, che è ancora il mito; al “nulla che è tutto”, secondo Pessoa, e alla sua capacità di rigenerarsi e di ripresentarsi ogni volta come archetipico di una situazione o di un agire, di uno stato o di un sentimento. Come qui, in questo libro di visionaria sobrietà.

 

Francesco Dalessandro

***

[da Ti slegherai le trecce, Coinzola Press 2017]

 

Alcesti

 

Un istante

rivela la vita.

Da quella improvvisa

fessura

fiotta il giorno

a ritroso

nella notte

attinge il suo senso

e l’addensa.

 

Chi è il tuo sposo?

Il suo riso

negli anni, il portarti

alle labbra il boccale

e la reggia

ospitale…

Era tutto una fuga.

E l’amore un pretesto

per scordare

se stesso.

 

Anche adesso

non risponde all’appello

non accetta l’estremo

confine

che suggella il suo nome.

 

Tu capisci.

E di colpo ribelle

offri il dono

chinando la testa:

oltrepassi la soglia

al suo posto.

Che scompaia

il tuo volto, lo specchio

che deflette

perché il buio

rimandi all’amato

il suo vero sembiante.

 

Sorridi e ti aspetti

che nel lutto

l’uomo solo

rinasca, s’impasti

di vuoto e di forza.

Non più vino, né canti

o battaglie. Basta

il nudo lamento

accanto a due figli

la fatica

della propria paura

il sedersi sul trono

di gemme o di ortiche

che ha apprestato la vita.

 

Non esiste un’uscita

dall’ombra

che ci forma e ci spetta.

 

*

 

Ero

 

“Tieni in vista

la fiamma

sulla torre”.

 

Quella preghiera

è soffio che sovrasta

il muggito

le più nere creste.

 

Sette stadi

poca acqua

separa le due coste

eppure non ha fine

la distanza.

 

Vedetta

a chi ti affidi?

Al flutto al vento

maestri d’incostanza?

 

Lui venga presto!

Perché mai basta

la notte

alle sue braccia

per fendere le onde

del tuo corpo?

 

Perché esita a lungo?

Dove quei baci

disordinati

accumulati in fretta?

 

E se già stanco

prima dell’impresa

si fosse ormai arreso

a un altro letto?

 

Dicevi “Amare

è quello che mi resta”.

 

Ma il dubbio

ti ha vinta.

 

La fiaccola

si è spenta.

 

 

*

 

Cassandra

 

Non pieno

torrente

non voce che esonda:

un rivolo di sassi

si è rotto

dentro il ghiaccio

passando dalle tempie.

 

Cosa ascolti?

Sei un corso senza estuario

senza ebbrezza.

Dove il furore

di chi si dà all’ignoto?

Ti sbrecci

inutilmente

 

perché non fosti amante

del dio

che ti voleva

nella luce.

 

A lui rubasti

la notte non la cetra

un freddo di faretra

il sibilo la freccia dello sguardo

parola

che si perde.

 

Ma il tempo ti converte.

Ora ti arde

una visione tersa

fatta vera

soltanto dal dolore

e sai

che non puoi farne dono.

 

Sei sola

al centro del tuo squarcio.

 

(Il futuro

non vuole scorciatoie

ma una conquista

lenta

dell’uomo che nel buio

dal passato

cammina sulla brace).

 

E taci

 

come quando

più bella più forte

rimarrai in silenzio

davanti

alla tua morte.

 

*

 

Circe

 

Un lampo negli occhi

come d’oro

ma tra le unghie

la più vorace

notte.

Rapace

nel volteggio

tracciavi circolare

il tempo che si chiude

sulla preda.

Tu stessa prigioniera

dell’incanto

che mantiene fermo

ciò che crea

e annulla nel possesso

chi penetra

nel cerchio più segreto.

 

Ma niente

nell’amore

è vivo se mansueto.

Niente ti appaga

se è inganno o solo

oblio.

 

Lo sai

da che l’ospite nuovo

ti si è scagliato contro

da guerriero.

Sulla sua spada

hai visto

che eri nuda

e l’isola

si è infranta. Il talamo

si è aperto

al divenire, alla fiducia.

 

Il fuoco

sposa l’ombra e l’ombra

non turba

più la luce

la spoglia del miraggio:

connubio tra gli opposti

come l’erba

dalle radici nere

e il fiore bianco.

 

Il gusto si conosce

dall’assaggio

ma il mistero

soltanto dal suo interno.

 

A lui che ti ha svelata

hai dato in dono

la via verso la morte

e poi il ritorno.

 

 

*

 

Le due Elene

 

I.

 

L’altra

ti viene incontro

è ormai vicina:

uguali

il tono i lineamenti

il tempo dentro ai gesti

la fierezza

ma gli occhi

rondoni

già lontani

e il corpo

forma d’aria

turbamento.

 

Sei tu

colei che aspetta

immutata

fedele al vecchio patto.

Lei è il tuo doppio

perfetto irreale

la non-scelta

la solo immaginata

dentro a un sogno

che tu stavi sognando

prima di altri

là dove

amore è guerra

e tutto ciò che sfugge

si rinnova.

 

Lo vedi, la spiaggia

si dilegua.

Il fato ti ritrova

e il ricordo

che torna alla tua terra

è questa nave

lenta.

Prende te sola

ma porta

– dell’altra –

l’addio illusorio

che fende il nero il mare

sempre uguale

col suo

rostro d’avorio.

 

 

II.

 

L’altra

ti viene incontro

è ormai vicina:

uguali

il viso il portamento

ma il peso

che dà radice al corpo

è nel suo passo.

A terra si proietta

soltanto

la sua forma.

 

Tu che ti aspetti

stupore nello sguardo

che t’incrocia

non vedi che rimpianto

in quella donna.

Eppure

la storia che lei canta

è tutta intera. Non sa

dello spezzarsi della vista

– del tempo discontinuo

che ha il pensiero

il desiderio – non sa

della violenza

che ti sposta

né del rischio

dello sbaglio.

Tradimento.

 

La vita lei

l’ha attesa

tu l’hai colta

nell’estasi e nel vuoto.

Il prezzo che hai pagato

è di essere un abbaglio.

Ora è venuto

il tempo della resa.

 

Ti spogli

le rendi la bellezza

l’incerta sicurezza

che l’esistenza è una.

Mentre le affiora

sotto gli occhi

un’altra ruga

tu scompari

nell’aria

come in uno specchio

un fremito

un brivido già in fuga.

 

*

 

Iris

 

Come te

gentile

giunga la parola

che s’inarca.

Come te

leggera

si sporga sul dolore

o lo prepari.

Abbia il messaggio

la precisa grazia

del tuo piede

il suo coraggio

nell’unire i termini

più estremi

o nell’entrare

dove mai nessuno

sta di guardia.

S’illumini

la soglia come l’antro

dove scosti i sogni

per passare.

Intatti

cangianti

restino veri

i colori che porti

a ricordo dei mondi.

(Che fino in fondo

nessuno rinunci

allo stupore!)

E sia sicuro

l’annuncio

come la tua mano

quando rechi il vaso

dallo Stige

o recidi pietosa

il biondo capello della vita.

Fatti bella

fatti dolce

ancella

ultima voce.

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