112. Cose ridicole


I tanto vituperati messaggi, monotoni, insulsi, che persino un bambino avrebbe potuto formulare, si rivelavano sempre più preziosi. L’ultimo ricordava che il segreto dell’incontro con Dio sta nella preghiera. Banale, risaputo: eppure quanta gente continuava a rompersi il capo contro il muro dell’autosufficienza, nel tentativo di raggiungere la grazia ignorando la grazia, finendo nella disperazione o nel cinismo. La potenza dell’invocazione diventava il nostro pane quotidiano, l’accoglienza dello Spirito che scioglieva il calcare accumulato nei meandri della psiche e nelle fibre del corpo. Come diceva don Mario: materia spiritualizzata e spirito incarnato, la formula perfetta di una perfezione da inseguire, ma anche da pregustare ogni momento.
Il pensiero del paradiso era diventato un ingrediente costante delle nostre giornate: la lode eterna si specchiava in quella rivolta a Dio nell’attimo della precarietà presente, di una vita appesa a un filo, tanto più in un momento in cui l’unica salvezza possibile sarebbe stata aggrapparsi alle ali del Signore.
Tutto ciò era ridicolo agli occhi del mondo, ma proprio al mondo offrivamo l’energia potente e inesauribile della preghiera, la gioia paradossale di un vivere coi piedi sulla Terra e con il cuore in cielo.

Slanci


Davanti a me ho un quadretto con Gesù Bambino e san Giuseppe, che lo sorregge con la mano destra. È una posa plastica, perché Gesù è seduto sul braccio piegato, e la mano del padre putativo lo afferra saldamente per la pancia. Nell’altra mano ha un giglio, simbolo della purezza. L’uomo ha un’aria seria, raccolta, come fosse pienamente consapevole del valore del fardello. Fin qui niente di strano.
L’aspetto curioso si concentra su Gesù: ha un pigiamino bianco punteggiato di stelline scure, come i maghi di un tempo, e una faccia da scugnizzo che sembra voler scappare dalle braccia del padre, per lanciarsi incontro a chi lo guarda. La particolarità sta qui: è un Gesù che non può fare a meno di un collo a cui gettarsi, come quando i bambini piangono per essere presi in braccio da qualcuno che arriva all’improvviso.
Questa foto m’interroga ogni volta: come fa, Giuseppe, a sopportare un figlio che gli sfugge sempre? Gli basterà il giglio che gli resta in mano? La purezza, forse, consiste nella rinuncia a possedere, nel gesto di lasciar andare, nel soffrire un abbandono compensato dal bene dell’altro, di cui il santo è unicamente preoccupato?
Ma c’è un’altra domanda che si affaccia: a che servirebbero lo slancio di Gesù, il sacrificio di Giuseppe, la dinamica vivace dell’immagine, se di fronte non ci fosse qualcuno pronto ad accogliere l’offerta?
La conclusione è questa: guai a pensare la fede, in primo luogo, come un insieme di riti o di concetti; essa è innanzitutto lo slancio di un bambino che ti si getta in braccio, per trasformarti in persona viva e palpitante, da statua che eri. E questa è la sua sorprendente, intramontabile magia.

Luigi Maria Corsanico legge Samuel Beckett

da qui

Samuel Beckett

Que ferais-je sans ce monde
sans visage sans questions
(1948)
Questa poesia è tratta dal volume
“Samuel Beckett, Le poesie”,
a cura di Gabriele Frasca, Einaudi 1999

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Alban Berg, Klavierstück in h-moll

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Cuori e monti


Era un professore come tanti. No, era diverso. Lo ricordo già un po’ anziano, con gli occhiali dalle lenti spesse, chino su un registro o sulla pagina di un libro. Era anche poeta. Ricordo questo verso: Monti d’Abruzzo, datemi il vostro cuore di pietra!
L’appello di un uomo sensibile, anche troppo, se invocava un cuore duro come un monte.
Insegnava lettere. Con lui, gli autori erano persone vive con cui entrare in relazione. Il testo base era il Petronio, di matrice marxista: metteva sempre in evidenza le strutture, come se la vita non fosse che un’accumulo di strati, uno sull’altro, come rocce calcaree, come i monti d’Abruzzo con cui lui parlava. Lo scrivere ha a che fare con l’industria o con l’agricoltura?
Solo più tardi capii che in questo c’è del vero, e cioè che l’universo è qualcosa in cui tutto è collegato, e se adesso digito parole sulla tastiera dell’iPad, ciò produce conseguenze incalcolabili, a me del tutto ignote.
Il professor Todini mi ha trasmesso l’amore per la letteratura. Non so come facesse a tenerci buoni e attenti nello stesso tempo. Forse ero io che nutrivo un interesse sviscerato per la sua materia. No, era lui, che svolgeva il lavoro con passione, dopo tanti anni, col suo cuore sensibile, che avrebbe scambiato volentieri con un monte d’Abruzzo.
Ci sono persone che ti segnano per sempre. Quando penso al Todini, al Petronio comunista, all’aula che in quell’ora sembrava diventare sacra, piena di strutture che evocavano altro, un universo in cui ogni cosa è in rapporto col resto, e se scrivi qualcosa non resta senza effetto; quando penso al professore, dicevo, vorrei offrirgli un grazie tardivo, che comunque arriverà, per un altro, imprevedibile miracolo del cuore che rimane cuore e non diventa monte.

BUONA LETTURA: “Shiai e Ai. Combattimento e amore”. Lamberto Garzia

“BUONA LETTURA” 13. “Shai e Ai. Combattimento e amore“. Lamberto Garzia

Buona lettura è una rubrica curata da Mara Pardini. Uno spazio per “assaggiare” libri buoni, ovvero utili, piacevoli, intelligenti, capaci di lasciare un segno nell’immaginazione di chi li sfoglia.
Un taccuino per catturare le impressioni, i messaggi e le parole che escono di pagina in pagina ma anche per incontrare scritture nuove e legate all’attualità.
Un angolo per parlare di libri e condividere il gusto di una buona lettura.

Shiai e Ai (effigie edizioni, 2014) è certamente uno dei lavori più ispirati e compiuti di Lamberto Garzia, dove la poesia segna la storia di un amore guerriero, dei suoi abbandoni e del suo ritrovarsi, delle sue confidenze e delle sue conquiste, unicamente sotto forma di combattimento, scontro di corpi  che si annusano, si cercano e si respingono. Continua a leggere

La preghiera-salmone


Bisogna ammetterlo: nel confessionale, a volte, la gente arriva triste. I Padri orientali aggiungevano ai sette peccati capitali un ottavo pensiero cattivo: sì, proprio quello, la tristezza. Però distinguevano fra una tristezza buona e una cattiva. Quest’ultima è prodotta dal peccato, la prima nasce con il pentimento, le lacrime sante che sgorgano da un cuore contrito.
Gira che ti rigira, quindi, diverse persone si confessano gravate da una pesantezza profonda, un pessimismo storico, se non proprio cosmico, legato al fatto che uno cade e ricade, e a forza di cadere, si ritrova a terra in tutti i sensi.
In questi casi, io dico che le cose si capiscono meglio dalla fine.
Andremo in paradiso, no? Facce un po’ incerte: speriamo, padre. Bene, andremo in paradiso; lì scopriremo finalmente la bellezza e la bontà di Dio, di gran lunga maggiori di quanto avremmo immaginato con la nostra mediocre fantasia. Cosa faremo, allora? Altro sguardo perplesso. Soltanto una cosa, che fluirà spontanea, naturale: loderemo.
Gesù ha dichiarato che chi crede in Lui, ha la vita eterna. Si, ha detto proprio “ha”, e non “avrà”. Quindi un assaggio, un antipasto, almeno uno snack di paradiso ce l’abbiamo qui. Basta lodare. Sguardi ancora più perplessi, come a dire: mah, non mi viene, sarebbe una mezza forzatura…
La lode è una preghiera-salmone, dico io, risale la corrente. All’inizio sembra strana, inutile, ridicola, poi ti accorgi che continua da sola, senza sforzo. Perché? Perché è la nostra identità. Se la lasciamo fare, siamo già in paradiso, anche in mezzo all’inferno che per tanti è l’esistenza. La tristezza, allora, non è più che un ricordo sbiadito, un peccato rimesso, dall’eternità.

Immagine e somiglianza


Ieri è venuta a confessarsi una ragazza che ha tentato per due volte il suicidio. Era scossa, i nervi fremevano ancora per l’uscita dall’ennesimo gorgo. Non aveva nessuno con cui confidarsi: la madre, la sorella e la zia non volevano vederla. Di fronte a situazioni come queste, c’è un momento di panico: il tempo è sospeso, lo spazio si restringe, fino a prendere la forma di un imbuto. I sentimenti all’ingrosso sono inutili, perché non passano nel tubo troppo stretto. Occorre qualcosa di leggero, di liquido, magari: una lacrima, forse, è l’ideale. Piangete con chi piange, raccomanda san Paolo. È la scuola elementare dell’ascolto, da includere nell’istruzione obbligatoria. Ma in questo, spesso, restiamo analfabeti.
La ragazza mi guardava, attendendo un’assoluzione o una condanna. O forse no: desiderava, di certo inconsciamente, che le dicessi l’unica parola capace di distoglierla per sempre dal suo triste proposito.
Davanti a me, nascosta, c’era l’immagine di Cristo: la tengo sempre lì, cercando in quegli occhi le soluzioni sconosciute all’uomo, essere diviso fra la terra e il cielo, e per questo esposto a dubbi laceranti. Anche il confessore è in bilico fra il consiglio umano e lo scatto verso l’alto, o l’Altro, che è lo stesso.
Cristo, dunque, era lì, davanti a me. Pregando, ho compreso che non mi chiedeva di pronunciare frasi, ma di compiere un gesto: dare quel Volto a lei, per metterle di fronte la sua vera immagine, la somiglianza con chi non toglie la vita, ma la dà. Confidati con Lui, le ho suggerito. Lei mi ha sorriso, mi ha regalato un “grazie” di sorpresa, ed è uscita incontro al suo futuro.

Summertime

di Stefanie Golisch

Il romanticismo non è una scienza esatta.
Flavio Almerighi

Weltzeituhr

L’appuntamento è a una certa ora in
punto. Poi, a lui viene in mente qualcosa
e lei, all’improvviso, deve partire. Sono
laddove non mi cerchi, dice all’uomo
capovolto sotto la Weltzeituhr. Da qualche
parte sono le undici e trentacinque, un tempo
anche io avevo un cane di nome straniero.
Ma uno è di fretta e l’altro non ha tempo
da perdere. Un bambino travestito da vecchio
dice a sua madre torno presto. Oggi compie
gli anni, ma quanti non se ne ricorda. È bello
seguire il primo che passa senza pensarci.
Wie spät ist es eigentlich, chiede la donna
di antica tristezza, ma nessuno lo sa. In ogni
caso è troppo tardi per andare a dormire. Ti
amo, dice un lui distrattamente mentre lei si
volge dall’altra parte

Canicola

Quando ti dicono che questa sarà la tua
ultima estate, cosa fai? Come si può pensare
la parola ultima quando l’aria vibra di luce
e dalla finestra giunge il brusio del mercato
del sabato? Presto tu non ci sarai più e il
mercato continuerà, il caldo insopportabile,
il freddo insopportabile, il chiacchiericcio.
Mancherà soltanto una voce. Niente di che.
In quel giorno. Ma oggi è oggi. Ti sei appena
alzato. Devi ancora lavarti, tagliarti i baffetti.
Vestirti come si vestivano i vecchi quando
eri bambino tu. Più tardi scenderai in strada.
Andrai al bar a prendere un caffè. Darei la
solita occhiata ai titoli del Corriere della
sera, mentre le ragazze fuori sfidano i tuoi
sguardi. Ti levi il cappello davanti a tanto
inganno, ma non c’è nessun cappello, solo
un cane che abbaia e, quando chiudi gli
occhi, delle immagini che non narrano una
storia compiuta

Desiderata

da qui

Ci sono cose che avremmo voluto fare noi. A me capita con la poesia.
Vorrei aver scritto io “Prima che bruci Parigi”, di Nazim Hikmet. Lo sento come un brano magico, mentre a molti è del tutto indifferente. Ricordo di averlo proposto in video – con la splendida lettura del mio amico Luigi Maria Corsanico – ad alcuni conoscenti cui è risultato ostico, noioso. Grazie a Dio, c’è gente cui è sfuggita una lacrima, di fronte a questa lieve profezia dei nostri tempi.
Poi c’è “Questo è il prologo”, di Lorca: il più grande, non tanto per lo spessore culturale, né per la visione dell’arte o della vita, ma perché ogni parola che gli usciva dalla penna era un relitto d’altri mondi, che ognuno vorrebbe visitare, per un giorno.
Come ignorare, poi, l'”Annunciazione” di Rainer Maria Rilke, dove l’arcangelo Gabriele ci sembra di conoscerlo da sempre, fallibile anche lui, al punto da scordare il contenuto della sua missione?
Vorrei aver scritto anche “Questo amore”, che alcuni considerano più adatta alla nota carta da cioccolatini. Per me è irresistibile: del resto, si sa che la realtà fa risorgere in ognuno qualcosa di ineffabile, in cui non possiamo non specchiarci.
L”Ode alla notte”, di Pessoa, vorrei averla data alla luce in un’ora di tristezza, in cui tutti i suoi superlativi avessero il potere di strapparci al pozzo nero in cui a volte rischiamo di cadere.
E infine, “Dall’immagine tesa”, omaggio doveroso a Rebora, che ha percorso la mia stessa strada. Neanch’io aspettavo qualcuno; anch’io ho resistito, come lui, a sbocciare non visto, sedotto da un quasi inudibile bisbiglio.

In cammino verso la Marca gioiosa (VI)

di Roberto Plevano

Il giorno 7 settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
In questa esposizione, si fa conoscenza con alcuni aspetti della teologia catara del XIII sec.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Un silenzio prolungato, il vecchio chiuse gli occhi.

«Ascolta. Un re volle fare i conti con i suoi servi. Fu portato uno che gli doveva diecimila talenti. Non avendo costui di che restituirgli, il padrone ordinò che fosse venduto con la moglie e i figli e quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza e ti restituirò tutto. Avuta pietà del servo, il padrone lo lasciò andare rimettendogli il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui, che gli doveva cento denari e lo prese per il collo: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava: Abbi pazienza, ti rifonderò il debito. Ma egli non volle e lo fece gettare in carcere, finché non avesse pagato il debito. Al signore fu riferito tutto l’accaduto. Allora fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto.»
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Versetti


Quando compresi quello, cambiò tutto. La vita è fatta di dettagli, che richiedono attenzione. Sappiamo della chiamata ad Abramo, resa sempre con “va’ dove ti mostrerò”, mentre la traduzione più fedele sarebbe “va’ verso te stesso”; oppure dell’ormai celeberrima “qol demama daqqa”, diventata il “mormorio di una brezza leggera”, anziché la “voce di silenzio sottile”. Gli esempi potrebbero estendersi a ogni campo della vita. È importante sapere, per esempio, che un indiano che fa “no” con la testa dice “sì”, o che le corna, per i metallari, non sono un’offesa, ma un segno di riconoscimento.
Per venire al personale, avevo sempre ritenuto che il versetto più importante della Bibbia fosse 1 Giovanni 4,8: “Dio è amore”. Si è detto, fra l’altro, che pur smarrendo l’intero libro sacro, questo passo basterebbe a svelarne l’essenziale. Dio è agàpe: come esprimere meglio il senso di un’esistenza e di un messaggio?
Eppure, il cammino cristiano mi ha convinto che c’è un versetto più determinante, 1 Tessalonicesi 5,17: “pregate incessantemente”. Che Dio sia amore, infatti, può restare un dato esterno, qualcosa che non modifica la vita. È la preghiera che introduce in quella eterna verità, vincendo il male che impedisce di aderirvi e lasciando assaporare il bene del vincolo con Dio. Si capisce perché, a Medjugorie, Maria non faccia altro che ripetere “pregate, pregate, pregate”. Lei sì che se ne intende.
È la conferma di qualcosa in cui ho sempre creduto: i dettagli salvano la vita.

L’isola misteriosa. La Biblioteca dei libri inutili. N. 7

 

Come per l’idea rimasta incompiuta di realizzare un Catalogo delle idee chic, che avrebbe dovuto essere il seguito e la conclusione del romanzo Bouvard e Pécuche di Flaubert, letture e proposte di libri singolari eppure dimenticati.

Amore e ginnastica, Edmondo De Amicis (1892)

E se la sit-com l’avesse inventata l’autore di Cuore? Niente di strano, avremmo la conferma che un autore sottovalutato perché sentimentale e retorico, è invece tutto da riscoprire per la sua modernità. Edmondo De Amicis infatti è stato un autore nazionale e popolare, nell’accezione gramsciana autentica e non sarcastica, ed ha anticipato in questo romanzo l’indiscreto e rassicurante rapporto voyeristico tra attore e spettatore.

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E se


E se. Se Cappuccetto rosso non si fosse attardata nel bosco? Se Biancaneve non avesse avuto una matrigna cattiva? Qualcuno si sarà posto domande come queste. Una storia procede in una certa direzione perché accade un certo tipo di cose. È vero anche per noi. Se non avessi subito quel trauma? Se mi fossi perso quell’incontro?
Possiamo fantasticare sulle conseguenze: sarei stato una persona più cordiale. Avrei studiato biologia marina.
Credo che il Signore se la rida di simili speculazioni. Lui sa che se non avessi preso quella strada, se avessi mancato quell’appuntamento, se tutto, quella volta, fosse andato bene, oggi non sarei seduto a questo tavolo, con un Progetto nel cuore.
Ringraziamo il lupo, che ha mangiato la nonna, sorridiamo alla matrigna e alla sua mela avvelenata: senza di loro, la fiaba non sarebbe finita così bene.

Una foto


Torno a guardare la fotografia: lui sta pregando, è concentrato, come stesse trasmettendo qualcosa di ineffabile, incomprensibile per me, racchiuso a mia volta in un momento mistico improbabile, forse preoccupato di sbagliare, di scordare le parole, di compiere un gesto per un altro. La posta in gioco è immensa: una svolta di quelle da cui non si ritorna, neanche volendo, perché nulla sarà mai come prima, dopo aver controfirmato il documento. Forse penso a quello che mi lascio dietro, o a quello che mi aspetta, nell’istante in cui passato e futuro si combattono in assenza di un esito preciso, perché entrambi lontanissimi, irreali. Ciò che resta è il presente appeso a un filo, come un ponte gettato sopra il nulla, un salto fissato per sempre da una vecchia polaroid.
La vera foto è questa: la mia immagine fermata in un mondo senza nomi, né vie, né segni di riconoscimento. Mi tocca procedere a tentoni, decifrando gli eventi che non sono più catalogabili nelle solite forme, e richiedono uno sguardo rinnovato, capace d’inquadrare sfumature finora sconosciute. Che si possa restare qui per sempre, in un flash privo di qualsiasi relazione con il prima e il poi, nello slancio che ha la forza di un inizio, ma anche la paurosa debolezza di una meta ignota?
Ecco, ha staccato le mani. Lo fisso negli occhi, ancora assorti. Non avevo sognato. L’istante eterno è diventato un’altra volta tempo, spazio del vivere e dell’esserci. Giovanni Paolo II mi ha guardato per un attimo, e per sempre: i suoi occhi sono ancora nei miei, ventun anni dopo, in una foto che non può ingiallire.

Luigi Maria Corsanico legge Gesualdo Bufalino

da qui

Gesualdo Bufalino
Dedica, molti anni dopo
da “Gesualdo Bufalino, L’amaro miele”
Einaudi Editore, 1982
Lettura di Luigi Maria Corsanico
***
Luciano Berio – Wasserklavier
La foto di Gesualdo Bufalino è di Giuseppe Leone
………………………………………………………………………. Continua a leggere

Seduzioni


Colpiscono le parole del profeta Geremia: mi hai sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre. Si potrebbe tradurre anche così: mi hai ingannato, e mi sono lasciato ingannare.
Espressioni come queste innescano reazioni contrastanti.
C’è chi vede la seduzione del Signore come un fatto estetico: la sua bellezza è insuperabile, esalta percepire come un simile amante ci conquisti con lo splendore di un’alba o di un paesaggio di montagna. Ci sentiamo poeti, declamiamo con parole toccanti il corteggiamento irresistibile di un Dio.
Ma, prima o poi, arriva la prova del dolore.
In condizioni di sofferenza acuta, facilmente si recrimina: ma come? Avevi fatto promesse straordinarie e mi hai ridotto a questo? È la storia di Giobbe, la sua protesta blasfema, dopo avere a lungo pazientato. A chi non è accaduto di avvertire nelle viscere una simile tempesta? Ci sentiamo ingannati, come Geremia, e lo gridiamo, rifiutando ogni tipo di obiezione.
Ma la reazione più matura, come spesso avviene, è un’altra.
Provati dalla vita, dalla buona battaglia della fede, esausti per gli scontri logoranti tra il bene e il male, feriti gravemente nell’anima, speriamo ardentemente che la seduzione del Signore sia più potente di quella del demonio. È questo il duello decisivo. La vittoria è una resa; il momento in cui diciamo allo Spirito Santo che dimora in noi: seducimi, ingannami, vinci dentro di me, con ogni mezzo, mi basta che Tu vinca. Non desidero altro, nella vita.

Un sorriso


Non me lo sarei aspettato, ma sorrise.
Era un tipo nevrotico, chiuso in se stesso, prigioniero dei pensieri negativi. Le labbra pendevano in giù, dando alla testa calva un’aria da luna malinconica, appesa a un cielo in cui tutto sembrava tramontare.
E invece sorrise. Lo sorpresi, all’inizio della confessione, dicendogli che lo trovavo bene, cambiato, più sereno. Fu allora che accadde il miracolo, come qualcosa di ordinario.
L’uomo stenta a comprendere il suo funzionamento.
In genere, si fissa su una parte di sé, trascurando il resto, e lascia che l’incompletezza faccia il suo decorso, alienandolo da sé. Si ostina a concentrarsi su una certa facoltà, la spreme fino in fondo, dando vita a un equilibrio traballante. Le energie si inceppano, si bloccano, vivere diventa un’impresa disperata.
Un giorno, però, scopre la presenza dello Spirito, sepolto in lui da sempre, inquilino paziente che non ha mai cercato di imporsi con la forza. Quando lo lascia agire, si accorge che tende a permeare ogni atomo del corpo, ogni aspetto della psiche, ogni manifestazione del suo spirito.
È allora che gli chiede di prendere possesso di sé, di avvolgere la sua persona e trasparire all’esterno come Luce.
A quel punto, tutto può accadere. Perfino che sorrida chi non l’aveva mai fatto in vita sua.

In cammino verso la Marca gioiosa (V)

di Roberto Plevano

Il 7 settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Continuazione dell’episodio sulla riva del Rodano (Rose dal latino medievale), la tremenda impressione del mare e delle navi agli occhi di un adolescente.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Tre carri sostavano sulla riva del fiume presso una grande nave nera. Riconobbi il carro di Benbenisti, quello che portava la mia roba. Alcuni uomini attendevano, uomini grandi, robusti come non avevo mai visto, vestiti di rozze braghe, la pelle più nera del nero dello scafo, le braccia grosse come quelle funi di canapa intrise di pece usate per assicurare le navi nei porti. Salutarono con rispetto Benbenisti. Grandi sorrisi di denti bianchi. Grandi occhi spalancati. Sahib… sahib…. Lui si inchinò a tutti loro, rispose con tono grave in una lingua straniera. Poi li chiamò intorno e presero a confabulare come cospiratori. Non comprendevo nulla di quello che dicevano e rimasi in disparte, preso da dubbi e inquietudini. E se costoro fossero mercatanti di schiavi? E se Benbenisti trattasse la mia vendita? E se la suggestione di andare per mare si avverasse nella forma di un viaggio in catene verso i mercati d’oriente? Quei marinai mi avevano osservato con una tale curiosità… No, no, niente di tutto questo. Uno dei marinai salì a bordo e discese con un piccolo sacco. Benbenisti lo prese e tirò fuori una forma squadrata, una specie di mattone colore dell’ocra avvolto in un tessuto leggero, lino forse. Un odore pungente, come di legno resinoso, si sparse tutt’intorno. Benbenisti aprì con cura l’involto, fiutò la sostanza e approvando la ripose nel sacco. Poi ne trasse un sacchetto di tessuto lavorato. Lo soppesò con cura. Mi chiamò. Vieni, vieni a vedere, non hai mai visto cose così. E davvero non avevo mai visto nulla di simile. Dentro il sacchetto c’era come una luminosità iridescente, lattiginosa, il lume imprigionato della luna piena. Perle, disse Benbenisti, le più pure e perfette. Magie d’oriente. Un principe faticherebbe a trovare i denari per acquistarne una. Per averne tre un vescovo baratterebbe possessioni e dignità. Tu però non fare parola con nessuno.
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Fuoco


Se fossi fuoco, arderei il mondo, scrive Cecco Angiolieri. Gesù dice lo stesso: sono venuto a portare il fuoco, e come vorrei che fosse già acceso. Le parole convergono, ma le intenzioni sono opposte.
Il predicatore dipinge le fiamme dell’inferno e san Giovanni della Croce la fiamma viva d’amore.
Tutti, in un modo o nell’altro, siamo attratti dal fuoco. Una canzone napoletana si sofferma, con immagini struggenti, su una farfalla attirata dalla lampada, da cui rischia ogni volta di essere bruciata, come il poeta dal suo amore.
La vita è un’arma a doppio taglio: è un bisturi che salva o una lama che uccide.
Il fuoco, dunque, si divide equamente tra inferno e paradiso. A decidere, credo, è una domanda presente nel Diario di un curato di campagna, di George Bernanos: come potrei essere felice se il mio migliore amico soffrisse nell’inferno? Risposta: chi è realmente amico non finisce all’inferno, perché lì ci sono solo pietre fredde, insensibili.
Aveva ragione Gesù: l’unico fuoco vero è quello dell’amore.