In cammino verso la Marca gioiosa (II)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Il dialogo descrive una serrata discussione teologica sul libro di Giobbe, condotta nel sec. XIII da tre rabbini in un piccolo paese della Provenza.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

I cenni dell’uomo in nero provocarono però un’improvvisa discussione con i tre che ci avevano accompagnato dentro Lunel. Discussione che non compresi, perché condotta in una lingua che non avevo mai udito. Mentre quelli confabulavano interrompendosi l’un l’altro, alzando le voci, gesticolando, il capo rovistò in un baule e tirò fuori un pesante volume rilegato, una cosa di gran lusso.

«Oggi poco rimane dei tesori della sapienza in Al Andalus. Abbiamo fatto ricopiare il libro del rabbi Ben Maimon dai saggi che ancora vivono a Cordoba. La gran città ha i giorni contati, nessuno difende le mura.» Parlò nella lingua della nostra Provincia.

Il più anziano dei tre annuì gravemente. Si fece dare il libro. Là dove stava, accanto al suo mulo in mezzo alla via, con i carri che intanto passavano, prese a sfogliarlo con grande lentezza. Sembrò allora che per lui solo il mondo circostante arrestasse il corso.

Il capo carovana alzò gli occhi al cielo e ordinò a un intendente di far proseguire i carri, sulla via stabilita, avanti, avanti, avrebbero pernottato sulle rive del fiume Rose, a Beucaire, al confine. Frustate i buoi, se necessario, frustate i conducenti, date frustate a tutti, dovete arrivare prima del calar del sole… sapete cosa fare… non attendetemi, mi attarderò a Lunel, un’ora… forse due. Ci incontreremo prima di Beucaire, o forse appena dopo, la strada è una sola, non ci si perde. Prenderò un altro cavallo. Ah, sì, il ragazzo… starà con me. Sai cavalcare, ragazzo? Sapevo cavalcare, mio padre… mio padre!… mi aveva insegnato, prima che andassi a Tolosa, e una volta sopra un cavallo, non si dimentica più. Era la prima volta che l’uomo in nero mi rivolgeva la parola.

I carri in fila ci passarono accanto, in coda le donne. Quella con il lattante al seno osservò il capo carovana e i tre uomini di Lunel, e me che sostavo con loro, e forse capì il mio smarrimento, ché non sapevo davvero cosa aspettarmi – avevo creduto per un istante che ci si volesse sbarazzare di me, lasciarmi lì al servizio di qualcuno, ai lavori pesanti… Ma no, che cosa pensavo? Un cavallo era stato sellato, il capo non pareva uomo da inganni… potevo fidarmi della mia prima impressione – e con i suoi occhi di madre cercò i miei occhi di ragazzo. Li trovò e indicò una grossa pignatta, come a dire: non tardare, ti aspettiamo, divideremo la cena. Quegli occhi calarono un macigno dentro la mia anima.

«Ah, ecco, è qui! È detto in modo chiaro. Il male non ha una propria esistenza – l’anziano aveva sollevato il dito dal libro e si era rivolto al capo carovana, e a me che ero accanto. – Ciò che gli uomini chiamano male è privazione di capacità, e ignoranza della natura umana e della sapienza divina, privazione e ignoranza che non sono imputabili al Signore. Occorre quindi sempre esporre in maniera allegorica ogni detto sui castighi di morte e distruzione inviati da Dio. Non c’è iniquità nelle opere del creatore, ma tutto è necessaria correzione dell’iniquità, e giustizia, e infinita sapienza.»

«Da molto tempo il maestro Samuele Ben Judah, figlio di Judah Ben Saul di felice memoria, attendeva di conoscere la sentenza di rabbi Moses Ben Maimon. Ora è levato ogni dubbio su come bisogna rispondere alle domande che ci vengono poste» aggiunse uno degli accompagnatori.

L’altro però scrollò la testa:

«Il mio furore si è acceso contro di te e i tuoi due amici,
perché non avete detto di me ciò che è giusto, come invece il mio servo Giobbe.

Queste sono le parole del Signore! E Giobbe aveva detto:
Dalle città si alza il gemito dei moribondi e l’anima dei feriti grida aiuto:
a Dio non importa che l’impunito la faccia franca!
»

Il capo carovana alzò di nuovo gli occhi al cielo. I tre nulla notarono, immersi com’erano nell’ardua disputa teologica, condotta in strada tra bestie, strepiti e passanti. Lui intanto si era volto a me e aveva fatto un impercettibile gesto con la mano, come a dire: eh, vedi di avere pazienza. Si accostò.

«E tu, giovane coltivato, hai compreso i discorsi? Conosci il libro di Giobbe?» domandò a bassa voce. Lo conoscevo… vale a dire, ne avevo sentito parlare, tempo prima, lontano, a Tolosa. Dovevo annuire o fare cenno di no? Ma quel modo di chiamarmi, come Uc… che io ce l’abbia dipinto in faccia, il saper leggere e scrivere? Lui intanto continuava a parlarmi.

«In questo libro si narrano i molti dolori e le sofferenze di Giobbe, uomo giusto, di buoni costumi e opere. Giobbe non tenne a freno la lingua e imputò al Signore l’origine dei suoi mali, per… diciamo, un difetto di indifferenza, o di negligenza. Tre amici, Elifath, Baldath e Sophar, vennero con parole di pazienza e consolazione. Gli ricordarono che un premio certamente attende i buoni, una pena è in serbo invece per i malvagi; se un giusto è nelle angustie e afflitto, occorre sapere che il fine di tutto è il bene. Giobbe tuttavia non fu persuaso da loro, e tenne ferma la sua accusa. I sapienti si interrogano sul perché il Signore stesso affermi che Giobbe abbia detto di lui ciò che è giusto. Ma tu, l’hai letto tu il libro di Giobbe?»

«Io… io non ho fatto studi di teologia. Il maestro mi ha permesso di assistere all’introduttorio alla grammatica…»

«Ti dico qualcosa che ti meraviglierà, – proseguì lui a voce ancora più bassa – non farne mai cenno, non sono cose di cui parlare. Ascolta: getteresti via il tuo tempo a leggere ora il libro di Giobbe. Non lo capiresti. E magari non lo hanno capito i saggi e il rabbino, che discutono con tanto fervore… e c’è da augurare che non lo comprendano… sulla loro pelle. Ascolta: questo libro non si intende leggendo. Lo si intende soltanto se… quando si è colpiti: nelle sostanze, negli affetti più cari, nel corpo. Nella sofferenza l’uomo soccombe e i più incattiviscono, ma c’è chi, appena prima della fine, riceve dai tormenti una strana grazia, o il dono della profezia, e gli si schiudono gli occhi. Succede quando tutto, tutto è perduto, quando cade l’ultima consolazione: confidare nella divina misericordia. Se anche le speranze svaniscono, se nemmeno c’è il desiderio di esse, si passa oltre. Ci si apre a questo nulla e allora l’uomo può guardare il creatore, parlargli faccia a faccia come a un suo pari. La vista si apre e la lingua si scioglie. In quell’istante si ricorderà delle parole di Giobbe. Ma via… ho detto troppo, è meglio che tu dimentichi… il protetto del medico Mesulla… come un figlio… Mesulla non è soltanto medico del corpo, ha un modo di vedere nelle anime, e in te deve aver visto qualcosa… Ma i gentili non sono presi dai dubbi della nostra gente… non disputano con il nostro accanimento… Basta così! Se i saggi di Lunel ti interrogano, poche parole. Siamo solo al primo giorno di un lungo viaggio.»

Compresi poco di quello che l’uomo intendeva dirmi, e quel poco mi confuse, come una notizia importante che non arriva, che non si sa… ma ne va della vita e della morte, di quale vita e quale morte.

(continua)

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