Pizza, pesto e pandoro


Vantarsi è una cosa ridicola, lo sanno tutti. Eppure, ogni tanto, scappa l’autoincensazione, come fosse una trappola nascosta a cui pochi riescono a sottrarsi. A volte ci vantiamo per scherzo, ma non è meno rischioso: in questi casi, il confine è molto labile, e poi va’ a sapere se lo humour è compreso dagli astanti.
Ci si vanta di tutto: di una macchina, di una laurea, di una donna. Se il soggetto è femminile, si gloria di un vestito, di un gioiello, di un taglio di capelli. Alla lista delle millanterie appartengono le stranezze più improbabili: il bagno di casa, un paio di occhiali, l’autografo di un calciatore. Il bello della vanteria è che non ha senso, quindi, paradossalmente, può passare di tutto. Napoli si vanta della pizza, Verona del pandoro, Genova del pesto. Una volta, in una bettola della città vecchia, mangiai con don Mario un piatto di trenette, e scoprimmo che il pesto che spacciano a Roma è un’altra cosa.
Vantarsi, in genere, è nocivo: chi si loda, s’imbroda. Figurati se sei di Ancona e ti vanti del brodetto…
Un tema così frivolo non ha mancato di suscitare l’interesse di personaggi illustri: Gesù condanna la vanità di scribi e farisei; san Paolo, oltre a informarci che “la carità non si vanta”, se ne esce nell’unico vanto ammissibile, per un cristiano: di cosa mi vanterò, se non della croce di Cristo?
Questo mi fa pensare: un atteggiamento ridicolo può trasformarsi in una scelta eroica. Bene e male non sono mai astrazioni: si spiegano soltanto in relazione alla persona. La vita, più che uno scontro tra bontà e malvagità, è una battaglia tra Dio e il demonio. Quest’ultimo si vanta d’averne ucciso il Figlio, e in quel momento perde.

5 pensieri su “Pizza, pesto e pandoro

  1. Qoèlet…Qoèlet…
    Vanità delle vanità
    …tutto è vanità;
    è come inseguire il vento.

    Raccogli nelle mani due manciate di sabbia,
    stringi i pugni,
    ciò che ti resta nelle mani
    è la ricchezza della vanità !!!

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  2. A volte non è sufficiente che un atteggiamento apparentemente “ridicolo” si trasformi poi in atto eroico.
    Mi viene in mente il terrorista religioso invasato, le cui esternazioni non smettono di apparirci quanto meno discutibili anche dopo l’effettivo, reale sacrificio estremo.
    E nemmeno basta che il sacrificio si compia, anziché in nome dell’odio, quale atto concreto di rivoluzionarie parole di amore assoluto.
    Finendo sulla Croce si può suscitare pietà, ammirazione per la coerenza, ma non necessariamente credibilità.
    Non c’è niente da fare, a chi si “vantasse” di essere il figlio Dio sarebbe necessario, inevitabilmente, resuscitare entro tre giorni.

    Tu lo dici.

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  3. La frase finale di questo post, in poche parole, riesce a sintetizzare perfettamente la logica rovesciata del Vangelo: perdere la vita per trovarla, essere debole per avere forza e così via.
    Senza la fede certa che ciò è possibile, grazie alla potenza della Risurrezione, che ci dona la forza di fare ciò che spesso è contrario all’istinto, tutto questo sarebbe pura follia!

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