In cammino verso la Marca gioiosa (III)

di Roberto Plevano

Ai primi di settembre 2017 esce il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. La poesia e lo spirito ospiterà per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Qui continua il dialogo teologico sul libro di Giobbe, condotta nel sec. XIII da tre rabbini in un piccolo paese della Provenza (9 agosto 2017), al cospetto di un ragazzo dodicenne – il narratore – e di un mercante (“l’uomo vestito di nero”). Si fa menzione del poeta Uc de Saint Circ.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 

Compresi poco di quello che l’uomo intendeva dirmi, e quel poco mi confuse, come una notizia importante che non arriva, che non si sa… ma ne va della vita e della morte, di quale vita e quale morte. Colui che era stato chiamato maestro Samuele Ben Judah pareva intanto essere giunto a una qualche determinazione finale che lo aveva soddisfatto, perché la discussione era cessata.

«Sappiamo che Raphael Benbenisti – disse al capo carovana. Ah ecco, era questo il suo nome – ha portato da Barcinona i beni e le mercanzie a lui affidati, ed egli otterrà un grande guadagno nelle piazze di Lonbardia, dove tutto si vende a prezzo triplo. Non lo tratteniamo oltre il necessario. Il viaggio procede sotto un buon comando e sotto buoni auspici, se la bufera che oggi devasta la Provincia narbonense non ha interrotto il vostro cammino. A Montpelhièr, ci è stato detto, avete preso sotto tutela e protezione un familiare del maestro Mesulla Ben Jacob. Sta forse fuggendo? È costui un perseguitato dei nemici della fede? Possiamo essere di qualche aiuto?»

«Possiamo ringraziare soltanto la benevolenza di Dio e la buona sorte, ci hanno tenuto al sicuro dalla peste soldatesca, fino a oggi. Dalla casa di Mesulla Ben Jacob è venuto con me un ragazzo che deve sbrigare alcune faccende nella città di Zena. Non ho ricevuto alcuna istruzione speciale riguardo a lui. È il garzone che mi è accanto.»

I tre ebbero un moto di sorpresa. Oh, un ragazzo, un semplice ragazzo. Non è forse uno studente di arti mediche? Non è uno scolare di filosofia venuto dalla scuola di Tolosa? Non reca con sé libri di filosofia naturale? No. No. Eh, no. Altro non dissi. Avvertii la silenziosa approvazione di Benbenisti. Poche parole. La mia bisaccia e la cassa erano più avanti sulla strada, già fuori Lunel, lontano da occhi curiosi.

L’anziano Samuele Ben Judah scrutò Benbenisti come a trapassarlo. Poi mi guardò a lungo.

«Siamo assai grati a Raphael Benbenisti per il libro di rabbi Moses Ben Maimon – disse dopo un diffidente silenzio. – Esso è stato tradotto dalla lingua arabica nella lingua dei padri, e sarà letto e insegnato ovunque ci siano uomini sapienti. Siamo anche assai riconoscenti per la discrezione che egli adopera nell’assistere i respinti e gli offesi e metterli in salvo dalla peste della guerra e della distruzione… siano essi gente comune, famiglie di tessitori… orfani…» lasciò in sospeso il discorso, senza distogliere lo sguardo da Benbenisti.

«Oh, no, non affrettatevi a credere… Sono lavoranti che portano la loro arte nelle terre intorno a Mediolano, terre ricche d’acqua e di genti, propizie al commercio e all’industria, se soltanto le discordie delle città trovassero un freno. Quanto al ragazzo, penso che farà ritorno a Montpelhièr. A Lunel la nostra comunità conta trecento persone nella sinagoga e non si mescola con i gentili, ma altrove dividiamo con essi i pasti, i carri, i mercati… e questo non è male».

«È difficile oggi stabilire che cosa non sia un male – replicò Ben Judah, che pareva aver compreso ciò che si celava dietro le parole di Benbenisti, a me invece del tutto oscuro. – Azioni che giudicheremmo commendevoli e giuste possono portare grande rovina sulla nostra santa nazione. Sappiamo bene che la peste nella Provincia è come un antico serpente che si è destato dal sonno, e ha fame, fame, e divora… Abbiamo avuto notizia… una notizia terribile… e vogliamo sapere da voi… la città di Biterris, Besièrs a noi così cara, non esiste più. Da quaranta giorni! Noi… io… ci avevo vissuto, insegnato, tradotto… i libri di medicina… appena pochi anni fa. Che cosa avete visto?»

«La carovana ha percorso un’altra strada, a settentrione della via Domizia. Non sappiamo molto. Abbiamo visto soltanto campagne abbandonate.»

«Non sapete che ne è stato della casa dei discepoli della saggezza? – Intervenne accorato quello che aveva disputato con Ben Judah. – Dove sono ora rabbi Joseph e rabbi Solomon Kalphata, figli di rabbi Natanaele? La città è bruciata e distrutta, un’avversità così grande e cruda precipitata sopra uomini retti e giusti, sopra dei piccoli, ora orfani – io non mi mossi, non battei ciglio, mentre una lama fredda scendeva nelle mie viscere – senza colpa, al di là di ogni dubbio… Dov’è il Dio della giustizia? Ah, davvero, pare che gli uomini siano nulla al suo cospetto, egli distrugge l’innocente insieme all’empio, insieme li rende polvere. Un uguale nulla. Permetterà il Signore che gli empi distruggano questa terra, la vita della nostra gente? Dobbiamo stringerci intorno ai giusti e ai sapienti; comprendere con loro ciò che accade è la sola salvezza!»

«Se gli uomini avranno sapienza di cose divine, ogni avversità sarà loro lieve. Seduti nella cenere, saremo consolati. Mi dispiace non poter dire di più. Mi è giunta voce che gli uomini di fede siano scampati al disastro e abbiano riparato oltre Carcassona. Non so se sia notizia fidata, o pretesto per nuovi assalti» commentò Benbenisti.

Per un interminabile istante incrociarono gli occhi, mestamente. Parevano toccati, il mercatante e gli uomini del libro, dalla medesima miseria.

«Sapienza è temere Dio. Intelligenza è schivare il male – sentenziò infine Ben Judah. – Che il cielo vi guidi alle vostre destinazioni. E tu, giovane, – rivolto a me – vieni dalla casa di Mesulla Ben Jacob, sapiente di medicina e di altre arti. Che cosa ti ha condotto là, e che cosa ti ha messo di nuovo in cammino?»

Mi feci forza e resistetti al gelo che mi serrava gli intestini. Poche parole. Sì, poche parole. Parlai come da istruzione.

«Il maestro Mesulla ha sanato il mio corpo.»

«E in verità lo ha fatto ben bene, se i miei occhi non ingannano. Sono state grandi le tue sofferenze?»

«Non ho sofferto. Il maestro medico Mesulla ha rinvigorito le mie membra con una dieta speciale. Ho dormito. Ho riposato nella casa… un giullare mi ha rallegrato.»

Ah Uc, improvvisamente fu come averlo accanto, la sua voce, la buffoneria. Dove mai era Uc in quel momento? Già nella terra di Alamannia?

«Femmine alamanne! Sono giunto finalmente! Oh, l’incarnato di rosa! Oh, le bionde trecce! Oh, membra di villane e boscaiole!» Soffocai un sorriso. Se la sarebbe cavata bene. Erano già passati sei giorni. La piccola società non era terminata a Montpelhièr.

Ahimè, avevo fatto un errore. Mai dire troppo.

«Che cosa? Che cosa dici? – saltò su l’anziano. – Un giullare nella dimora di maestro Mesulla Ben Jacob? Tu stai contando frottole! Inaudito! La casa di Mesulla non è taverna, luogo di tresche e bagordi!»

Benbenisti intervenne.

«La via dei Giudei è poco distante dalla piazza del mercato. I lazzi dei giullari si odono da lontano, fin dentro le case della gente onorata.»

Io non spiccicai altra parola. Ben Judah si accontentò della spiegazione. Prese commiato da Benbenisti, lo abbracciò e rinnovò la sua benedizione.

Già eravamo in groppa ai cavalli quando Ben Judah alzò la mano. Un’ultima domanda.

«Quelle famiglie di tessitori sui carri diretti in Lonbardia… è gente di Montpelhièr? Sono venuti con voi fin da Barcinona? Oppure dai domini del conte di Tolosa?»

«Oh, si sono uniti a noi al nostro passaggio. Alcuni vengono da Carcassona. Altri li abbiamo raccolti nelle terre di Albi.»

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