In cammino verso la marca gioiosa (VII)

di Roberto Plevano

È finalmente in libreria il romanzo Marca gioiosa, per i tipi Neri Pozza. Il 12 settembre, alle 18:00, Palazzo Chiericati, Vicenza, Cesare Galla e Roberto Cuppone presenteranno il libro insieme all’autore. La poesia e lo spirito ha ospitato per alcuni settimane testi del materiale preparatorio.
Qui si narrano, da una prospettiva esterna alla respublica christiana della società del tempo, gli eventi che precipitarono il conflitto tra il conte di Tolosa e il papato, offrendo il pretesto per la crociata contro i Catari.

Impii autem quasi mare fervens,
quod quiescere non potest,
et redundant fluctus ejus in conculcationem et lutum.
Non est pax impiis, dicit Dominus Deus.

Gli empi sono come un mare agitato
che non può quietare
e le cui acque portan su melma e fango.
Non c’è pace per gli empi, dice il Signore.

 
Diceva Benbenisti che nell’ultimo tratto del corso del Rose i venti soffiano davvero forti, più rapidi dei cavalli selvaggi che vagano tra le dune e i canneti. Gli uomini qui sembrano concepiti e generati come otri gonfiati dal vento. Sono vanitosi, incostanti, oltremodo mendaci e non tengono le promesse.

Diceva Benbenisti che tra questi uomini il più vanitoso, mendace e spergiuro era il vescovo di Arelate Michele da Morese, il cui unico scopo nella vita pareva quello di diventare padrone della città, e che per sette anni aveva ordito schemi e intrighi contro i nobili, le famiglie, i cittadini del Consiglio e gli altri religiosi.

«Contro i religiosi?» domandavano gli uomini della compagnia.

Diceva Benbenisti che in tanti possono trarre vantaggio dalla morte di un legato del papa, molti sono i modi di volgere a profitto il delitto più efferato. Ricordate – diceva – la sorte di quel Petro da Castronovo, monaco dell’abbazia di Fontefredda, che aveva battuto tutte le strade e le ville della Provincia e disputato tante volte pubblicamente su cose di dottrina con Pons Jourda, l’anziano che accompagna ora i tessitori in fuga – ah, ecco il nome del vecchio che pareva uno dei patriarchi della bibbia. – Non una volta Petro era uscito vincitore! E Petro era il legato speciale del papa per persuadere i cristiani della Provincia a riconoscere e accettare l’autorità di Roma, cioè pagare decime e tributi a presbiteri e diaconi. A convertire, come dicono loro. Ah, farsi convertire per pagare imposte, gabelle, tasse: si può pensare un’insensatezza più grande?

Diceva Benbenisti che il monaco Petro da Castronovo non aveva convertito nemmeno una pietra delle strade della Provincia. E però aveva reso un grandissimo servigio al papa e ai vescovi, se non da vivo, senza dubbio da morto. E bisogna dare atto ai cristiani – non è vero? – che sono capaci di trarre dai cadaveri un gran vantaggio e profitti, come nessun altro.

Alla… ehm… spassionata osservazione di Benbenisti alcuni risero, altri del seguito s’adombrarono silenziosi.

Diceva Benbenisti che questo monaco Petro da Castronovo, inetto com’era, era stato inviato nella Provincia al solo scopo di infastidire il conte di Tolosa e allontanare da lui sudditi e vassalli.

«Ah, lo vedete voi un rustico monaco da Fontefredda di fronte al gran conte Raimondo, che mai nessuno ha visto preso da rabbia e vuol farsi gioco di chiunque sia a colloquio con lui? Petro minacciava “Sire, io vi scomunico e i vostri possedimenti sono posti sotto interdizione!”, e quello ha sempre accanto un mimo che fa il verso con la bocca ai chierici che parlano. E quando Petro si lamentò per la derisione del mimo, il conte offrì oro e gemme per il tesoro del monastero. E anche un gregge di pecore, disse, e il mimo aggiunse, di quelle dedite alla lussuria: prolificano. Ma sul cadavere del monaco, Raimondo rimase senza altre parole. Fu obbligato a far voto di prender la croce e, come un forzato galeotto, assalire i suoi stessi sudditi e fedeli, la peste eretica, come sono chiamati dai chierici di Roma.»

Diceva Benbenisti che il conte di Tolosa non poteva essere così stolto da ordinare l’assassinio del legato del papa nei suoi stessi domini. Il conte di Tolosa era venuto a Santz Geli con una scorta assai piccola e i suoi uomini erano ben conosciuti. E chi d’altra parte poteva disporre uomini e barche sulle acque del Rose? In pieno giorno due marinai forestieri accostano una barca, quasi già sapessero il luogo e l’ora in cui il monaco Petro intendeva transitare. Soltanto qualcuno al seguito di Petro poteva conoscere il tragitto, e nel suo seguito c’erano alcuni canonici di Arelate. E le cose, le cose che sono state dette! Il vescovo Michele ha riportato le parole di Petro, come un testimone presente al fatto: “Marinai, se non siete eretici o Giudei, non rifiuterete di dare asilo sul fiume a un apostolo del vangelo che fugge la terra della persecuzione”. Ah, ma vi pare, rivolgersi a degli sconosciuti con queste parole, nella Provincia? Diamo atto al vescovo di Arelate di saper far parlare i morti… Ma pensate! Vi pare normale che in pieno giorno due sconosciuti pugnalino a morte un uomo e nessuno di quelli con lui si accorge di nulla, prova a fermarli, e nemmeno è capace di dire qualcosa di verosimile dopo il delitto? A proposito della chiesa di Roma, Benbenisti rispondeva con piacere a domande che erano in realtà pretesti per animare il discorso. Sapeva bene che, soprattutto in materia di fede, non c’è desiderio di conoscere che persuada a mutare ciò in cui si crede, e quindi non si domanda per sapere, ma per confermare l’usata opinione o mettere nei pasticci l’interrogato. E non si preoccupava troppo – anzi, pareva divertirsi – se l’ascoltatore stava dalla parte di colui che pretendeva di essere il successore del pescatore Shimon.

«Gli abiti, i gesti… non trovate che ci sia una certa differenza con i pescatori della Galilea? Sapete, un poco li conosco, quei luoghi… E ve lo vedete voi, il successore sulla barca, alle prese con una rete, nel mare ingrossato delle coste del nord? Ah, nemmeno un’aringa piglierebbe…»

Diceva Benbenisti che incolpare il conte Raimondo dell’assassinio del monaco Petro andava soltanto a interesse del vescovo Michele… e del papa Innocenzo, c’era bisogno di ricordarlo? Da vivo, Petro vagava in solitudine per le strade della Provincia. Da morto, Petro ha suscitato l’armata dei baroni del settentrione, un esercito mai visto in queste terre. Sono scesi lungo il Rose come una piena impazzita. Ad Arelate hanno spazzato via le famiglie e il Consiglio della città. Sulle loro lance ha trionfato il vescovo Michele, che ora è tutto preso ad abbattere castelli e mura. Occhio per occhio… Innocenzo ha vendicato la morte di uno con la strage di migliaia, i computi di Roma non hanno misura. E anche questi morti, migliaia e migliaia, badate bene, – diceva Benbenisti – sono il peso che Roma usa per abbassare le corone e esaltare la tiara.

Diceva Benbenisti che un uomo ragionevole non poteva avere dubbi su quale fosse la peste da sradicare. Quali i lupi in veste di pecore. Quali i serpenti che infestano le vigne. E che Michele da Morese aveva inviato i sicari a pugnalare Petro da Castronovo, dietro ordine di Innocenzo. Che tolti di mezzo i buoni uomini, sarebbe toccato ai Giudei. Sarebbero stati numerati, raggruppati e, come bestiame, marchiati e condotti al macello. Era accaduto, sarebbe accaduto ancora. Numeri e liste di uomini rivelano raramente, o punto, buone intenzioni. E questi numeri, queste liste, i vescovi della Provincia li avevano preparati per anni, con zelo e scrupolo, nello stesso tempo in cui Pons Jourda, l’anziano, esponeva le scritture e disputava con i monaci. I quali discutevano pubblicamente con lui sulle scritture che anch’essi dicono di venerare, e intanto compilavano in segreto elenchi in ogni villaggio. In ogni città. E sappiate – sappiatelo bene! – che un uomo ragionevole può spiegare molto con l’avidità, la sete di dominio, la cupidigia, la rapacità. Ma non può spiegare tutto, perché i più accesi a perseguitare, a fare violenze, sono coloro che non traggono alcun profitto dalle loro azioni, e anzi si affaticano e si espongono a inutili rischi. Allora, c’è qualcosa d’altro che spinge questi uomini, non la brama di ottenere cose altrimenti impossibili, come essi stessi credono.

«Giovane, questa non è lezione che dovresti ascoltare. Tornatene con i tessitori.» Benché trotterellassi un po’ discosto dietro al gruppo, Benbenisti si accorse presto di me.

«Questo ragazzo può diventare una spia molto abile. Nessuno lo nota e lui ascolta tutto. Non credo che sia un bene per lui. Fila via!»

Battei in ritirata verso la coda del convoglio. Forse le scarpe grosse mi avevano tradito… SKLOMP SKLOMP SKLOMP, sopra il monotono scalpitio dei buoi, sopra il rotolare delle ruote. A Benbenisti non sfuggiva niente.

I carri facevano un ampio giro attorno ad Arelate. Benbenisti non intendeva correre il rischio di fermate, di quarantena, del sequestro delle mercanzie per arbitrio di quel vescovo, Michele da Morese. Mai, mai permettere che un vescovo governi gli affari della città, aveva detto a tutti. Che stia piuttosto in cattedrale, vada a visitare infermi e bisognosi.

Secondo i conducenti, gente esperta di quei viaggi, da lì a Marselha occorrevano tre giorni. Due giorni e avrete un premio, disse Benbenisti.

Lungo la carovana gli uomini si raccoglievano ogni volta che qualcuno aveva una storia da dire, notizie sulla strada, consigli, avvertimenti. Ascoltavo qua e là vicende di amori, di passioni, di fortune di denaro perduto e acquistato. Mi venne in mente Uc. Chissà dove era mai arrivato in quel momento. Mi mancava. Con tutte le sue millanterie, raccontava delle due cose che più interessano la maggior parte degli uomini: amori e sostanze.

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