Rosa Salvia, Il Giardino dell’attesa



di Pasquale Di Palmo

Gaston Bachelard scrisse che il giardino «è uno stato d’animo». Questa definizione può benissimo attagliarsi alla più recente raccolta poetica di Rosa Salvia, emblematicamente intitolata Il giardino dell’attesa. Nonostante le sue origini lucane (di Picerno, in provincia di Potenza), la poetessa vive da molti anni a Roma, dove suggellò la sua giovane esistenza, in maniera drammatica, il cugino Beppe, la cui opera è stata investigata da Rosa a livello esegetico. E tracce del classicismo dell’autore di Cuore (cieli celesti) e di alcune tra le più intense liriche della seconda metà del Novecento si ritrovano nel nucleo di questa raccolta, soprattutto nella sezione inaugurale che dà il titolo al libro.

Qui il tema del giardino si configura attraverso una sequenza molto ben strutturata, che può richiamare sia l’idea del poemetto articolato in più parti sia una suite in cui ogni singolo componimento può essere letto in maniera autonoma. La modernità con le sue problematiche «antipoetiche» per eccellenza (globalizzazione, tecnologia, omologazione di pasoliniana memoria, disgregazione del linguaggio ecc.) sembra essere stata rimossa dalla poetessa, che indugia intorno agli spiragli concessi da una memoria ondivaga e sfuggente. Quella sorta di «modernità liquida» di cui parlava Bauman, che contrassegna il dinamismo e, al contempo, l’inautenticità dei nostri giorni, sembra non sussistere, orientandosi verso un dettato poetico che privilegia la ciclicità degli aspetti naturali, talora arcaici, presenti in una comunità che si rispecchia nell’immagine del «giardino dove tutto fiorisce / e marcisce, dove le noci / sono antiche, / e le tue labbra imparano a sillabare».

Nell’ultimo verso citato vi è un chiaro riferimento alla levità di Sillabe, ore del cugino, nonché una tendenza, in fondo non troppo velata, ad idealizzare gli eventi che caratterizzano un’infanzia vissuta a contatto con una realtà favolosa e, al tempo stesso, povera di accadimenti. Ma è presente tuttavia la consapevolezza che il linguaggio sia sempre inadatto a raccontare qualsiasi tipo di complessità, per quanto semplice, per quanto elementare. C’è d’altronde in questi versi qualcosa di immobile, di stratificato, di «petroso», in cui niente e nessuno sembrano scalfire una realtà dai tratti disadorni e archetipici, tanto meno il linguaggio, che si pone «vicino al fulmine che uccide / ma ti lascia intatto». Ciò che resta del fuoco, per dirla con Derrida.

Il giardino è una sorta di ricettacolo della vita e della morte, dove foglie, radici, uccelli convivono con ossa, scorie e rifiuti. Sono rintracciabili parecchi echi letterari in tale poetica, a cominciare da quelli della «profetessa» moderna Simone Weil. «La fisionomia degli alberi la si riconosce / non dalla chioma, ma dalle radici» è un distico che sembra richiamare un verso della scrittrice di La Pesanteur et la grâce: «In verità l’albero è radicato in cielo». «La radice è l’essenza delle cose / e le nascite vanno spiegate qui» avverte ancora Rosa Salvia nello stesso componimento. La torre normanna, il Monte Lifoi, descritti a più riprese, acquistano allora un valore paradigmatico, quasi metafisico, innervandosi nella memoria con i loro profili aerei e svettanti che dominano un sottosuolo carico di ossa e radici, nonché l’animazione di un giardino che diventa metafora stessa dell’esistenza. È lo schema canonico dei contrasti (alto e basso, bianco e nero, chiome e radici) che costituisce il perno di una concezione che tende a stemperarsi in virtù di una dimensione che possa accogliere nel suo alveo entità considerate antitetiche.     

Nella seconda sezione, Intermezzo, cambia la valenza espressiva, che sembra ispirata alla delicatezza degli haiku o dei tanka giapponesi. I distici, le terzine, le quartine sembrano richiamarsi, con linguaggio piano e lineare, a una sentenziosità di matrice aforistica: «Chi sa quando arriveremo a una stazione / totalmente identica a quella da cui siamo partiti».  

Nella terza sezione, Fin qui una lunga traccia, e nella conclusiva, Solo il respiro dura per sempre, le «occasioni» sono costituite dalle tematiche più differenti, spesso ispirate a fatti contingenti o a contesti sapienziali vari. Forse è più tangibile in queste sezioni finali una sprezzatura stilistica che, tuttavia, non sconfina mai nell’inadeguatezza tipica dell’imperante balbuzie tribale. Poesia sempre misurata, controllata, con un senso innato della musicalità e della speculazione da cui è bandito ogni non-sense. Non è un caso che l’esergo delle singole sezioni accolga frammenti di Wittgenstein, Magris, Celan e che la raccolta si chiuda  con un testo ispirato alla figura di Kant, dalla non troppo lontana eco sinisgalliana, con il seguente, controllatissimo incipit: «Stamane Kant, col sudore della stella / tatuata in fronte, è venuto a farmi visita, / puntuale come l’orologio del municipio». Rivolto alla poetessa, il filosofo sembra idealmente sintetizzare, in tono discorsivo e didattico, il contenuto stesso di questa intensa raccolta:

 

«La memoria è lunatica» mi ha detto «ne

conosciamo, no? gli imperativi e le trappole…

Anche quella di darle una forma. Ma memoria

e forma sono anch’esse un fatto tra i fatti.

Né meno né più».
                                                                                                       

Pasquale Di Palmo

 

***

 

Testi scelti dalla sezione Il giardino dell’attesa

 

*

Dai rami del noce trapela

un solicello tiepido,

solo che per la maschera sul volto

non riesci a vederlo –

ma le crepe che si diramano nel cielo

sono tese a sostenerlo –

 

Questo giorno arbitrario lo riempirai,

fintanto che con un colpo sordo

concepirai il tuo corpo,

 

gli occhi fissi agli orli delle nuvole

radicati nell’aria libera,

il cuore in tumulto

come uno di quegli stormi di rondini

che trebbiano l’aria,

 

in un silenzio totalmente opposto   

alla morte.

(pag. 16)

 

*

 

Nella parte alta del giardino un albero

di olivo si stende come un monumento –

il vento – non più vento – un tenue bacio.

nei miei occhi umidi l’aria brucia.

 

Questi istanti sono belli, non è vero?

Bella la luce che avvolge, a sera,

i semi di girasole che abbiamo piantato

insieme, amore mio.

 

Accanto a noi un’unica presenza si riempie

e si vuota, mi sento più vicina a un segreto

che non arriva alla coscienza.

 

Come un ago mi punge,

mi sta sulla punta della lingua,

e non c’è parola per esprimerlo.

(pag. 28)

*

 

Quest’aria odorosa dopo gli scrosci

di pioggia si quieta e le stelle mariane

terge con le dita, ma tu non sai se sia

qui, o fuori, questa notte chiara.

Cerchi le gocciole sui rami e dentro

il rosso specchio dei fossati l’ultima

nuvola. Sulla tua fronte un raggio

ricade come ciocca. Echi di voce

bambina passano come un vento

con la marea dei muschi respirati

dalla terra. Si può trovare pace in loro?

La luna nuova spia dietro le siepi,

e le tracce che scompaiono nell’erba

sono anche le tue.

(pag.29)

 

Dalla sezione Intermezzo

 

*

 

Il mulino cos’ha?

La ruota gira gira.

E non macina grano.

 

*

 

Il tuo volto

stride

come un clown ispirato.

 

*

 

S’affonda in silenzio

il colore dei fiori

mentre guardi

oziosamente passare

il fumo di una ciminiera.

 

*

 

Obliqua l’estetica del Nulla

scorre nella clessidra

come il belletto

su un viso di prostituta

in gramaglie.

(pag. 33-38)

 

Dalla sezione Fin qui una lunga traccia

 

Certe notti

 

Certe notti

nello specchio sbrecciato il volto

sfumava, e il sopracciglio

delicato si perdeva, per ritrovarsi

in cielo senza risposta –

 

un oro fioco di luna indugiava

fra le spazzole del tavolo da toletta.

 

“Le cose più crudeli sono sempre quelle taciute” –

pensavi.

Ma qualche volta un silenzio o una fotografia

sembravano emanare una loro volontà,

e questo ti feriva: l’espressione spietata

colta nell’attimo di un sospiro.

 

Allora potevi odiare le curve di una narice,

il calare d’una palpebra su un occhio

e lasciar scivolare le tue mani sulle superfici,

non degli oggetti, ma delle distanze.

(pag.52)

 

Lui arriva

 

Lui arriva ogni volta che ti allontani

e ti aspetta accucciato sui gradini davanti

al portone di casa, con indosso quella sbiadita

tuta da meccanico che puzza di nafta,

vicino e tuttavia lontano come il lampo

che si arriccia su per il Monte Lifoi.

Si sorregge il mento e rimane in attesa

mentre il cielo s’abbruna

senza poi nemmeno muovere un braccio

per salutare, con uno sguardo che ti trapassa.

Non ti chiede dove sei stata, con l’aria di uno

che ti sopporta e ti ignora.

Eppure tu sai sempre come strinare

la sua memoria con la fiamma, lui si alza,

e basta un niente, che ti sfila il giubbotto,

che ti stringe, non molto, solo sentirti.

(pag.54)

 

Un tempo vi abitò un poeta

 

Il sole arrugginisce il portale

del palazzo straniato. Lo stemma

divorato dai piccioni pare dissolversi.

Un battito segreto si sfalda nel groviglio

delle stanze. Aghi mi trafiggono la gola

come se l’antica bellezza per sempre

continuasse a dipanarsi da orizzonte

a orizzonte, senza cucirsi lungo questo

orlo di pena che accarezza le memorie e

le cose. Poeta, dimmi: “cos’è che mi drena

il respiro? Da dove viene quella voce che

mi sussurra all’orecchio: cerca di essere

te stessa senza di noi. Guardaci da lontano

senza più interrogarti?”

(pag.74)

 

Dalla sezione Solo il respiro dura per sempre

 

*

 

Quando lo smarrimento

batte interiormente

è che la trama dell’acqua

entra nella chiarezza:

 

sfiora il respiro originario

pietra e cielo si toccano

e nei prìncìpi in lotta

c’è armonia.

(pag. 81)

 

Primavera

 

Ecco che un bacio moriva nel mazzo

delle rose e le rondini balzavano

fuori a volare, e che grida!

D’un tratto, appena si rituffavano,

la loro voce non si udiva più;

andavano a cercare il nido

nell’incastro dei cornicioni.

A poco a poco le estremità delle cose

si piegavano fra le forcine dei rami

come un groviglio di catene tutte

germogliate di foglie e su quell’acropoli

ariosa il vento vagabondo riposava,

ti guardava fisso e ti faceva cenno.

(pag.65)

 

                        Rosa Salvia

Un pensiero su “Rosa Salvia, Il Giardino dell’attesa

  1. Desidero in primo luogo precisare che il bambino della foto è Samuele, figlio dell’editore Alessandro Canzian. In secondo luogo un GRAZIE particolare a Fabrizio Centofanti che, oltre a pubblicare la presentazione al libro di Pasquale Di Palmo che ha molto apprezzato, mi ha regalato questo preziosissimo commento: “mi sono soffermato volentieri sui tuoi versi, che mi piace definire leopardiani, per la grazia della quotidianità che si fa naturalmente – e culturalmente – poesia, mai pretenziosa e appesantita, sempre sul limitare di gioventù, tanto per rimanere in tema. Bella “la quiete che non fa rumore”, retaggio d’altri tempi, precisata “nel silenzio totalmente opposto alla morte”, in cui trovo reminiscenze del mio amato profeta Elia sul monte Oreb. Solo il silenzio permette di “vivere finalmente dentro”, liberandoci da tutto ciò che è ingombro del presente: “cerchi in questo vuoto la tua essenza”. Questa è la radice, in un universo dove “tutto scorre, ma uno solo è il corso delle cose”, e tu lo testimoni con un continuo ricorso – soprattutto nella parte finale – alla dimensione religiosa della vita, vissuta nelle piccole cose del giorno dopo giorno (la chiesa, l’altare, le suore…). A Leopardi aggiungerei Lorca; “si può trovare pace in loro?” Il grande spagnolo sapeva bene che bisogna avvicinarsi gradualmente “a un segreto che non arriva alla coscienza”, o, come diceva Jung, all’inconscio che desidera ardentemente vedere la luce. Solo la poesia e la fede permettono di arrivare “a una stazione totalmente identica a quella da cui siamo partiti”, arrivando a desiderare intensamente “una goccia di luce”, lo sguardo capace di vedere l’invisibile.

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