ORESTE VERRINI, “LA VIA FRANCIGENA DI MONTAGNA”

Oreste Verrini, La Via Francigena di Montagna, Edizioni dei Cammini, 2017

(le illustrazioni qui riportate sono di Chiara Fabbri Colabich; il testo è di Oreste Verrini)

 

La passione per la letteratura di viaggio nasce, per caso, ai tempi dell’università e non ricordo un elemento scatenante, come un compagno di casa o di corso amante di quel genere, dal quale prese forma. Ricordo invece Le Vie dei Canti di Bruce Chatwin come il primo libro, un caposaldo della letteratura e forse nemmeno il più semplice da cui iniziare. Ma fu In Vespa di Giorgio Bettinelli ad aprirmi un mondo fatto di strade infinite, di racconti e persone incontrate, di lingue diverse, sorrisi e curiosità, seminando dentro di me quel seme che germoglierà solo molti anni più tardi.

Figurarsi come possa essermi sentito, immaginando i viaggi di quelle persone, il loro toccare con piede luoghi e nazioni sempre nuovi a centinaia di chilometri da casa, mesi e mesi lontani dalla famiglia e dagli affetti, spinti da una insaziabile sete di curiosità e di avventura.

Quale complesso di inferiorità mi abbia assalito quando ho realizzato di come il mio libro, La Via Francigena di Montagna, parli di un cammino fatto nella terra dove sono nato ed il percorso si sviluppi a pochi chilometri da dove sono cresciuto. Per un lungo periodo di tempo mi sono sentito un “viaggiatore” inferiore – non solo uno scrittore e narratore – per la vicinanza del luogo camminato, in senso metaforico il mio giardino di casa, per i pochi giorni, alla fine solamente dieci, per la relativa semplicità, zone conosciute e prive di pericoli e difficoltà oggettive.

Solo dopo aver letto ed ascoltato altri autori di libri di viaggio, tra i quali Paolo Ciampi e Marco Albino Ferrari, ho realizzato di aver vissuto queste sensazioni in modo errato. Il mistero e il “non conosciuto”, soprattutto oggi dove i viaggi low cost hanno rimpicciolito il mondo, si trovano vicino a noi, nei luoghi attraversati tutti i giorni, magari per recarsi al lavoro o per raggiungere i paesi dove vivono genitori e nonni. Luoghi attraversati appunto, ma mai davvero scoperti, visti con occhi distratti dal voler arrivare e con la noia data dal percorrere la stessa strada incontrando le stesse persone.

Ed ecco allora che le mie parole “Per me, percorrerlo – e percorrerlo a piedi – ha significato irrobustire il legame con il territorio dove sono nato e dove vivo, scendere in profondità come mai avevo fatto prima per esplorare e forse comprendere una regione mai davvero conosciuta fino a quando non mi sono deciso a camminarla” hanno assunto un significato molto più profondo di quanto mi sarei mai immaginato nel momento in cui iniziavo il percorso. Un significato difficile da raccontare che va al di là delle semplici parole, arricchendosi di sensazioni olfattive, visive. Ed allora un libro, La Via Francigena di Montagna, una variante della Francigena ufficiale, attraverso Lunigiana e Garfagnana collegando Pontremoli a Lucca, nel quale si racconta quella riscoperta, quell’osservare borghi e luoghi da punti di vista diversi rispetto a quelli conosciuti. Ma anche le storie di chi, su questi territori difficili ed a rischio spopolamento ed abbandono, come la maggioranza dei paesi appenninici, cerca di sopravvivere; anzi, di vivere, costruendo qualcosa di buono, un qualcosa da lasciare ai propri figli. Trasmettendo loro la speranza e la convinzione che un futuro, e magari un futuro ricco di sogni e non di rinunce, possa essere costruito anche in questi luoghi.

Un libro con il quale si riallaccia, o si tenta di farlo, il mondo attuale con i ricordi di bambino e con i racconti della nonna, quelli della domenica pomeriggio quando assieme alla sorella si passeggiava per il piccolissimo borgo in cui viveva.

Come quello del tesoro del castello di Turlago – una piccola frazione del comune di Fivizzano – dove la nonna raccontava: “(..) di due contadini che impegnati a tagliar l’erba nei campi. Al sopraggiungere di un temporale, si ripararono nei ruderi del castello, all’epoca con qualche muro in più di quelli visibili oggi. Lì, mentre sistemavano gli attrezzi si accorsero che il pavimento della stanza suonava “vuoto” al battere, segno della presenza di una qualche apertura sottostante. Nessuno seppe mai che cosa i due contadini trovarono ma la nonna assicura che da quel giorno i due poterono comprare dei nuovi appezzamenti di terra, un podere e si trasferirono a vivere in un altro borgo dopo aver comprato casa“.

Un libro infine nel quale si parla del mio cammino interiore, del mia uscire dalla quotidianità alla ricerca di un “qualcosa” capace di riattivare certe sensazioni e certi piaceri dimenticati. Non solo un cammino fisico ma, come spesso succede a chi decide di partire, un cammino interiore fatto di dubbi e domande e qualche volta, da incrollabili certezze.

 

                                                         

 

 

 

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