Il sussurro delle streghe, di Elisabetta Bordieri


Quella sera stessa, ogni singolo strato dolomitico di certezza si era polverizzato. Lamine di singulti sostavano eretti sull’atrio del tempio della mia anima coagulata dal logorio del tempo. Sentivo come denti asserragliati di mostri impazziti dilaniarmi lo stomaco. Tutt’intorno un’aria pesante e sabbiosa catramava i miei polmoni. Sensazioni oleose e impure che non avrei mai voluto provare, e poi per cosa e per chi? Alla fine avevo chiamato i soccorsi. Non pentita. Solo consapevole. Lo avevano portato via da poco. Io ero ancora lì bloccata in casa mia, seduta, appoggiata al tavolo dove nemmeno poche ore prima stavo cenando. Con lui. E aspettavo. E parlavo.

 

-Forse doveva andare così.

-La prego.

-Ho detto forse.

-Ha detto forse.

-Cosa vorrebbe sentirsi dire di diverso?

-Non lo so, ma certo non “forse doveva andare così”.

 

Mi imbarcavo regolarmente nelle storie a senso unico. Ero diventata una professionista specializzata in storie a senso unico. Più le evitavo e più mi ci ritrovavo impantanata. Storie sterili, senza linfa, inficiate da vizi di forma. Ma con lui fu diverso. Con lui fu devastante.  

 

-Cos’è una storia a senso unico?

-Ha mai percorso una strada dove, in automobile, in colonna dietro ad altri, non ha altra scelta che aspettare perché non ci sono altri varchi possibili? Perché non ha altra possibilità? Perché deve sottostare alle decisioni altrui? E quindi rimanere fermo in fila?

-Sì, ma non è una tragedia come la descrive lei.

-Ecco, a me invece mette ansia. L’attesa mi mette ansia. Mi logora dentro. Mi deturpa. Di qualsiasi attesa si tratti.

Il tempo non è che abbia un gran valore per me, è un concetto inutile, è una dimensione fisica di gravità quantistica dove tutto fluttua tra dubbie variazioni di forze, ma ha la capacità di smaterializzarsi divenendo impercettibile, eternizzando il momento. E quello vissuto con lui fu esattamente così. Un tempo alterato in cui ogni sua parola detta veniva impressa a fuoco sulla pelle. La mia. Che pietoso inganno la pelle! Ti abbaglia e ti insidia, e tu credi ti abbia marchiato dentro. Un infido errore per inavveduti stolti e per oculati ipocriti. Due entità radenti che io e lui incarnavamo perfettamente. Non ha mai saputo, né poteva sapere, che le parole vanno scritte in altri lidi e in altri valichi da cui è impossibile eludere la sorveglianza dell’anima. Ingenua e folle io a fidarmi.

 

-Fidarsi è cosa buona.

E’ cosa buona e giusta. Amen.

-Però se non si fosse fidata, forse oggi…

-Forse oggi cosa? Forse oggi non sarei qui a parlare con uno sconosciuto in casa mia?

-Beh, immagino di sì. Sapeva che sarebbe finita così?

-Non ci ho mai pensato e non mi è mai interessato.

-Ma ora è qui.

-Qui? Qui è nessun luogo.

 

A detta del Sommo Poeta, non esiste ”nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria”. Bene, io non volevo ricordare più. Tanto meno nella miseria. Ora toccava a me marchiarlo. Ma non avrei scelto la sua pelle. E non si sarebbe trattato di parole. Avrebbe capito presto dove e cosa.

 

-Guardi che il dolore non è un male, è un disagio.

-No, il dolore è dolore e basta. E fa male.

-Ma il male di vivere può aiutare.

-No, è solo una condizione umana insensata e futile, raccontata da poeti e letterati.

-Perché non prova a scriverla una storia così? La aiuterebbe a esorcizzare.

-Scriverla? Esorcizzare? Ma si figuri. Io non so scrivere. E poi per chi?

-Per se stessa, per tutti.

-No, grazie, proprio no, e poi dovrei chiamare troppe cose con il loro nome. La scriva lei per me. Magari postuma. Sa, gli scritti editi dopo il decesso hanno più ripercussioni.

-Un’idea allettante. E comunque postumo significa ‘dopo la morte’. Non la condanneranno mica alla pena capitale.

-No, postumo significa anche ‘compiuto in ritardo’. A prescindere dalla morte. Rimarrò dentro per molti anni. E lei lo sai bene. E’ il suo lavoro. Una condanna per tentato omicidio è una pena. Capitale o meno che sia.

 

Ormai da giorni percepivo il suo malessere. Invitarlo a cena da me speravo servisse a placare la risacca delle onde dei suoi pensieri. Mangiai poco o niente in un silenzio che ruppi con un vile tentativo di contatto ”…e se ci regalassimo un viaggetto, io e te?” azzardai timida. Lui rispose solo ”un viaggio è reale, tu appartieni all’irrealtà, all’esatto contrario in cui sono abituato a muovermi, non possiamo più continuare”, più altri stanchi effluvi di parole che riuscì a incasellare nitidamente tra lo spazio bianco e vuoto di quelle quattro pareti e quello nero e denso della mia anima. Nemmeno un ‘mi spiace’ a chiusa dei suoi sproloqui.

 

-Le sue scuse avrebbero potuto cambiare qualcosa?

-Chissà.

-Però avrebbe potuto mandarlo via e basta.

-Avrei potuto, sì.

-Se potesse, se ne avesse la possibilità, tornerebbe indietro?

Se fossi, se avessi e se potessi erano tre fessi che giravano per il mondo disse quello.

-Un grande attore comico, il ‘principe della risata’, ma di comico qui non c’è niente.

-Già. Comunque sì, qualcosa cambierei, il finale.

 

L’irrealtà. Un luogo che non esiste sulle mappe, senza consistenza. Nell’irrealtà, dunque, non esiste vita e non esiste morte. Ho cercato di spiegarglielo, ma lui ascoltava solo se stesso e mangiava e mangiava. Ha mangiato anche il dessert. Tortino soffice ai mirtilli neri. Una delizia. Una delizia anche alla fine vederlo deglutire e ingoiare il suo destino la cui ineluttabilità è una colossale invenzione. Ognuno determina il suo con le proprie azioni. Le sue avrebbe potuto gestirle meglio prima.  

 

-Malefica!

-No, provvidenziale!

 

Buoni i mirtilli. Simili nel colore a molte altre bacche. Meno buone nel gusto e, soprattutto, tossiche o perfino velenose. Ma, se cucinate e camuffate con maestria, sfuggono anche a un palato attento. Quel corso di fitoalimurgia mi è tornato utile: il riconoscimento e la raccolta di piante spontanee per uso alimentare. Indecisa fino all’ultimo tra le bacche di sambuco e quelle della belladonna. Le prime sono pericolose ma le seconde hanno effetti gravi, perfino letali, e hanno un sapore quasi gradevole, più… sicure, direi, per alcuni scopi. Optai per la belladonna, l’erba magica delle streghe. Perfetta anche nella fama.

 

-E se magari se ne fosse accorto?

-Non era in programma.

-Ha mai vacillato?

-No, ero determinata a concludere.

 

Non è una questione di promesse infrante. Chiunque ha diritto di cambiare idea. Ma le parole nude macerano nella melma e non hanno possibilità alcuna di essiccare gli eventi. Le sue, quella sera,  attecchirono come verdi arbusti nelle faziose sinuosità del deserto ventoso che era la mia vita. Arduo per me controllarne la crescita attendendo una trasformazione nella inutile speranza che potessero avere un altro significato: ”non possiamo continuare” ne aveva uno e solo uno, inconfondibile. Immediato si dipanò il groviglio dei rami dei miei pensieri e ancor più immediata fu l’esatta prospettiva del tempo dell’errore che non avrei mai vissuto.  

 

-Forse l’errore è stato quello di non desistere dal suo intento.

-I suoi forse corredati dai suoi se iniziano a diventare noiosi. Anche con lei sta diventando una strada a senso unico. No, l’errore sarebbe stato quello di credere che lui potesse cambiare idea.

-Ha detto che avrebbe cambiato il finale. Come?

-Portando a termine la storia. Così è una storia a metà, ancora in piedi.

-Certo. Perché per fortuna è ancora vivo, vuole dire, perché il veleno ha fermato la sua corsa!

-No, non intendevo il finale della storia che le ho raccontato.

-Non capisco. Di quale allora?

-Di questa!

 

Mi è dispiaciuto per l’agente di polizia. Ma era inevitabile che andasse a finire così. Sferrare un colpo dritto alla sua tempia, ora che era preso dal mio narrare, ora che era più vulnerabile, ora che aveva posato la pistola d’ordinanza sul mobile, è stato più semplice del previsto. Pericoloso azzardare prima la manovra senza agire sul lato emotivo-psicologico e soprattutto su una sua distrazione che tardava a venire. E poi mi ero quasi affezionata. In un’altra epoca saremmo anche potuti diventare amici. O amanti, chissà. Ma io dovevo scappare. Gli ho fatto solo male. Ne avrebbe avuto per un po’ in ospedale, tutto qui. Un solo rammarico. La storia scritta da lui sarebbe stata migliore. Ne sono certa. Io avrei solo raccontato di come tutti e due ormai erano fuori gioco. Non li avevo cercati io. Sono stati loro ad avventurarsi nella mia strada senza sapere che le vie a un senso di marcia non vanno intraprese. Non con me. In quella maledetta sera, il liquido secco e grumoso della mia anima era penetrato all’interno delle fibre, come sangue rappreso troppo resistente per essere lavato. Ora lo avevo riportato a essere vischioso e filante come muco secreto da ghiandole pronte a liberare sostanze utili al mio essere che aveva solo bisogno di cambiare il finale della storia: uscire da quella stanza e da quel delirio. Ero pronta a inghiottirmi per trascendere il mio passato e rivivere una vita dentro un’altra me.

Poi, improvvisamente, allarmi e sirene riecheggiarono ovunque. Erano passati solo pochi minuti, il tempo di quelle quattro chiacchiere con il poliziotto. Come era possibile che fossero già lì? E perché il tempo non fluttuava più inerme e pesava invece come un macigno? Rabbrividii al pensiero. Mi avrebbero catturato. Non potevo più fuggire. Erano più forti di me. Ed erano in tanti. Realizzai che avrebbero scritto loro il finale. Non lo avrei permesso. Non c’era più tempo. Corsi in cucina e presi il contenitore delle bacche in alto, tremante infilai le mani e le trovai numerose. Le divorai. Le assaporai. Le sentii pervadermi il corpo. Fredde, asciutte, metalliche, diaboliche. Sapevo che avrei perso conoscenza e sensibilità, che avrei intrapreso quel viaggio tra riti e incantesimi. Mi avrebbero trovato solo addormentata e avrebbero capito troppo tardi. Il finale toccava a me scriverlo. L’ennesimo. L’ultimo. Mi rilassai. Gli occhi si erano chiusi. Ero pronta. Sentivo già le voci. Quelle voci che senti solo quando stai per arrivare alla meta. Chiamavano il mio nome, dolcemente. Un richiamo suadente, ineffabile. Il delicato e perverso sussurro delle streghe.

10 pensieri su “Il sussurro delle streghe, di Elisabetta Bordieri

  1. Certo che “”””ogni singolo strato dolomitico di certezza”””” fa davvero rabbrividire e congela in un altrettanto strato dolomitico di certezza la voglia di continuare a leggere. Peccato. La Bordieri narra una storia condotta solo dalla voglia di stupire che fa dimenticare il messaggio umano sottinteso e lo impantana in un orribile “””liquido secco e grumoso della […] anima […] penetrato all’interno “”” del racconto!

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  2. Bello, drammatico e avvincente. Potrebbe essere una fantasia che diventa realtà nella drammaticità della mente umana quando viene umiliata e offesa nel suo intimo.
    Brava, bella biondona mia. Un bacio.

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  3. A dire il vero avrei preferito la fuga …le streghe l’avrebbero seguita…un brano thriller dal sapore agrodolce! 😉

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  4. Sempre più cattiva, sempre più avvincente, da autentica maestra del thriller, quale ormai sei diventata. Una domanda: perché hai scelto di scriverlo al passato? Forse, al presente, sarebbe stato ancora più coinvolgente (e realistico, visto come va a finire..). Forse…

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  5. Avvincente , come tutto quello che scrivi. Forse è davvero questo che passa nella testa della gente quando decide di uccidere o uccidersi per amore. Un reticolo ingarbugliato di stati d’animo che nessun fattore esterno riesce a riportare alla ragione. Brava amica mia

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