L’isola misteriosa. La Biblioteca dei libri inutili. N. 8

Come per l’idea rimasta incompiuta di realizzare un Catalogo delle idee chic, che avrebbe dovuto essere il seguito e la conclusione del romanzo Bouvard e Pécuche di Flaubert, letture e proposte di libri singolari eppure dimenticati.

Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, Giacomo Leopardi (1824)

Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani di Giacomo Leopardi è, insieme alle Operette morali, un trattato di filosofia politica, che racchiude, come pure la raccolta di poesie dei Canti, la sintesi del pensiero del poeta di Recanati. Il punto di partenza della riflessione leopardiana è la conseguenza dell’Illuminismo sulla morale comune: «la distruzione o indebolimento de’ principi morali fondati sulla persuasione». Il secolo dei Lumi, in altre parole, privando ogni valore umano di un proprio principio fondativo originario e dislocando l’origine di ogni discorso sull’uomo nella sola constatazione dei fatti ha dato un colpo definitivo alla tradizione — cosa pure meritoria se si pensa a quanto espresso nei versi de La ginestra — ma ha, allo stesso tempo, colpito a morte i costumi, i valori universali.

L’umanità, dunque, è destinata alla dissoluzione? No. È compito delle classi dirigenti ricostruire su basi condivise il nuovo consorzio umano, sulla base di principi elementari, quali l’onore, il rispetto, l’utilità a non arrecare e a non ricevere danno.

In questo concetto di rivoluzione dall’alto, in cui è la società civile ad essere politicamente essenziale, si ritrova il pensiero di un grande liberale, Alexis de Toqueville. Per Leopardi ci troviamo di fronte a un cambiamento epocale: per la prima volta, e grazie questa volta ai Lumi, gli individui più colti e più ricchi sono anche i più morali.

Un discorso a parte meritano gli italiani. «Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano il più cinico dei popolacci». Il cinismo degli italiani ha avuto, tuttavia, il merito di aprire loro per primi gli occhi di fronte «all’apparir del vero», contro le illusioni e gli inganni della tradizione. Questo vantaggio iniziale, però, si è poi tradotto in un freno verso la formazione di un costume nazionale. «Gl’italiani hanno piuttosto usanze ed abitudini che costumi». E queste, «che si possono e debbono dire provinciali e municipali, sono seguite piuttosto per sola assuefazione».

Per Leopardi, dunque, gli italiani vivono una profonda contraddizione: da un lato, proprio grazie al loro cinismo, hanno manifestato il loro primato di modernità nell’aver individuato per primi l’«infinita vanità del tutto»; ma da questa superiorità iniziale è discesa una pesante inferiorità, quale maggiore immoralità.

Di grande interesse il fatto che Leopardi non parli mai di popolo, ma di cittadini e di società civile. La conseguenza di ciò è l’abbinamento automatico, quasi psicologico, fra popolo e principi fondamentali: scomparsi questi, per opera dei Lumi, è scomparso anche il primo. Eppure, in questo stesso saggio, come ne La ginestra, affiora sempre il bisogno che qualche valore possa prima o poi riaffermarsi in via universale, magari mosso da un autentico processo popolare.

Questa, in conclusione, la conferma di quel vivido paradosso leopardiano che lega intimamente il più lucido scetticismo umano con la più struggente delle speranze.

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