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Molti di noi prendono appunti, sottolineano libri, scelgono frasi o immagini da attaccare alle pareti. La mia stanza è così: cosparsa di fogli che fanno memoria delle cose in cui credo, dei passaggi importanti della crescita, degli snodi senza i quali le energie non si sarebbero sbloccate.
Davanti a me ho due fogli A4 colorati, che ricordano i segni della presenza dello Spirito e la luce abbagliante della Piazza d’oro del capitolo ventuno dell’Apocalisse. Più sopra c’è l’appello di Fëdor Dostoevskij ad abbracciare la terra, ad amare tutta la creazione, ogni foglia o granello di sabbia, per scoprire in ogni cosa il mistero di Dio. In fondo a sinistra c’è l’inno alla carità, che esorta alla pazienza, a compiacersi della verità, a sperare e sopportare. Poi c’è il Padre nostro in aramaico, il Totus tuus, la tricotomia dei Padri, con i sensi esterni e quelli interni. E ancora, le preghiere, il memento che è lo spirito il motore dell’uomo, non la carne o la psiche, il promemoria che l’unica immaginazione a restare, e a non lasciarci vuoti, è quella del Cristo.
Non so cosa possa pensare chi entra per le pulizie settimanali, o per supervisionare o riparare un guasto. Ma le parole importanti della vita le legge solo chi le ha impresse nel cuore.

Finale di partita


Prima di morire, Gabriele Amorth, famoso esorcista, ha lasciato un testamento: o si è di Dio o si è del diavolo. Eh eh, penserete, ecco un altro fondamentalista.
In realtà il maestro del defunto era almeno altrettanto radicale: il vostro parlare sia sì sì, no no, il di più viene dal maligno. Dal diavolo, appunto.
In un’epoca in cui anche i superiori di ordini religiosi sostengono che il demonio non esiste, discorsi come questi sembrano retaggi di un passato che è meglio seppellire, come chi lo ha riesumato. Chi difende la dottrina, il depositum fidei, oggi è una specie di untore da additare al pubblico ludibrio e da togliere di mezzo il più presto possibile.
Una verità controcorrente ha svantaggi evidenti: le tue parole non vengono celebrate sugli altari del politically correct, non sono fatte rimbalzare dai soloni dei mass media, dai nuovi pontefici della conversione facile; anzi, vengono irrise, censurate, cancellate dal circo delle news.
Ma la stessa verità ha anche un vantaggio: resta lì, come l’amore vero, resiste eroicamente, perché sa che, prima o poi, il sì e il no, Dio e il demonio, metteranno giù le loro carte, con tutto quello che comporta un finale di partita.

Nasce la collana Z a cura di Nicola Vacca per i Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno

Nasce per i tipi de I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno la collana Z a cura di Nicola Vacca. L’obiettivo che si nutre dell’esperienza, della sensibilità  e professionalità pluriennale nel mondo del giornalismo culturale d’opinione, della militanza e vita poetica e letteraria del curatore Nicola Vacca portata avanti nel tempo anche con il suo blog tra i più visti in Italia (Zona di disagio), vuole essere un universo altro dove codici, tracciati semantici e stilistici tra i più vari potranno trovare il loro posto e la loro dignità.  La prima pubblicazione selezionata  e proposta da Nicola Vacca, che vedrà la luce nella prima metà di novembre 2017 nella collana Z è quella di Donato Di Poce firma autorevole nel panorama culturale italiano dal titolo Lampi di Verità con la prefazione del filosofo Alessandro Vergari.

“Sono orgoglioso di aver avviato con Nicola Vacca, cultore di Cioran e poeta che stimo e apprezzo moltissimo – dichiara l’editore Stefano Donno – questa collaborazione in puro spirito di autentica solidarietà poetica e culturale. La convinzione che la casa editrice si sia dotata di un ulteriore mezzo culturale di grande qualità ci rassicura sul fatto che il nostro marchio inserito nel segmento della micro editoria italiana lavori lentamente ma con grande forza, purezza e autenticità”

Donato Di Poce, (Nato a Sora – FR – nel 1958 ma residente dal 1982 a Milano ). Poeta, Critico d’Arte, Scrittore di Aforismi, Fotografo.  Artista poliedrico ed ironico ma dotato di grande umanità, si è imposto all’attenzione del pubblico e della critica con la pubblicazione di una collana di 5 portfolio dal titolo: TACCUINO BERLINESE – East Side Gallery , Félix Fénéon Edizioni, Ruvo di Puglia (BA), 2009 dedicata al muro di Berlino. In un suo celebre aforisma ha scritto: “Il Poeta vede l’invisibile/Il Fotografo fornisce le prove”.

I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno (iQdB Edizioni di Stefano Donno)

Info link – http://www.iquadernidelbardoedizioni.it/

Epopee.L’intreccio storico di Roberto Plevano Il Duecento bollente di Ezzelino & C.


di Ermanno Paccagnini

Suona come il libro della vita per Roberto Plevano questo Marca gioiosa, vincitore nel 2015 del premio Neri Pozza. Un libro covato più o meno inconsapevolmente a lungo, se pensiamo ai suoi studi di medievistica che nel tempo hanno saputo assumere toni, suoni, colori e sapori narrativi. Perché questo è Marca gioiosa, titolo che riprende il verso 10.976, lassa 479 («/a joiose Marche del cortois Trevixan»), della chanson de peste franco-veneta L’Entrée d’Espagne a indicare un territorio corrispondente grosso modo all’odierno Veneto di terra, avente in Verona la «porta» tra mondo e cultura germanica e quella italica. Un romanzo nel quale i dettagli anche più minuti hanno sapore ricostruttivo narrativo, permeati come sono da uno stile sapiente nel coordinare lingua d’epoca e lingua d’oggi, puntando soprattutto sulla strutturazione espressiva. Continua a leggere

Simboli


Ogni cosa ne significa un’altra. Capito questo, si è capito tutto. Il materialismo non vede la realtà dalla giusta prospettiva: quella simbolica.
Il symbolon era il coccio che, diviso in due, certificava l’alleanza stretta fra due re: ognuno custodiva la sua parte, che s’incastrava con quella del socio. La vita è questo: un nesso tra elementi diversi, che si richiamano l’un l’altro.
Preso in sé l’universo non ha senso: è un sistema destinato al collasso, all’entropia. A quest’ottica manca l’altra parte del coccio: il creato ha un Creatore, che lo orienta verso il fine, senza lederne mai la libertà.
Ho già detto del mio colloquio col secondino di Rebibbia: sosteneva con fervore l’inutilità delle zanzare, ma lo esortavo a non farlo sapere ai pipistrelli, che risolvono con loro il problema del pranzo e della cena.
Amare il prossimo è difficile: ma se ricordo che è immagine di Dio, è tutta un’altra storia. Una rosa mi ricorda l’amore (come insegna il piccolo principe), una penna il fascino di un libro, un treno il viaggio che per tutti è l’esistenza.
Anche Cristo, perché ne avessimo memoria, ha scelto di legarsi al pane e al vino: per qualcuno è impossibile non pensare a Lui, se mangia o beve.
Ogni atomo del mondo è un tesoro da scoprire: basta trovare il gemello in cui si specchia.

Spalancati spazi, di Claudio Pozzani


Introduzione

 

di Roberto Mussapi

 

“Ti ho visto in faccia in quella stanza

io sporco di sangue e muco

tu stravolta e curiosa.

Ho tentato di dirti che non ero sicuro

di voler restare fuori di te

ma le parole che avevo in testa

nella mia bocca si impastavano male (….)

ti avevo appena fatta soffrire

ti avevo fatta sanguinare

eppure ero io a piangere e tu a sorridermi (…)

Ti ho visto in faccia in quella stanza

e darei tutto quello che ho per ricordarmene.”

 

Versi estratti dalla poesia con cui si apre questa autoantologia di Claudio Pozzani, che non si legge come antologia, perché suona e parla come opera completa, conclusa, unitaria. Continua a leggere

È la vita, bellezza!


Ciò che è bello per me? È una parola.
Se la bellezza è la chiave, bisogna dire che il mondo è svantaggiato. Primo, perché corre troppo. Accumula, insegue, sgomita, ha sempre paura di perdere qualcosa. Da quando mi sono accorto che questa sindrome colpiva pure me, mi sono imposto di fermarmi. Ho pensato intensamente ai notturni di Chopin, ai versi di Lorca, alle cime delle Dolomiti. La bellezza che amiamo parla della nostra identità, e dunque di Dio, che ci ha creati. La fede è un dono, è vero: ma se non mi fermo, se non ascolto le corde più profonde, il loro vibrare di fronte a una pagina di Roth, a un adagio di Mahler, alla Vocazione di san Matteo del Caravaggio, Dio non lo vedo neanche col binocolo.
Essere o non essere, si chiedeva Shakespeare. Dormire, forse sognare. Io dico: fermarsi o non fermarsi, decidere di mettere un punto a questa corsa furiosa verso il nulla, a tanto insensato incattivirsi, lamentarsi, offendere, a questo corazzarsi e procedere a spintoni in una folla che comunica solo con gli stati su Facebook o su whatsapp.
Basta, a volte, una canzone di De André, un bicchiere di Brunello, una pagina di Rilke, per ricordarsi che vivere è tutta un’altra cosa.

L’isola misteriosa. La Biblioteca dei libri inutili. N. 9

 

 

Come per l’idea rimasta incompiuta di realizzare un Catalogo delle idee chic, che avrebbe dovuto essere il seguito e la conclusione del romanzo Bouvard e Pécuche di Flaubert, letture e proposte di libri singolari eppure dimenticati.

Un popolo di formiche, Tommaso Fiore (1952)

C’è una corda civile che lega Torino al Mezzogiorno, oltre e prima la catena operaia dell’emigrazione. Torino e la cultura azionista di cui fu guida Piero Gobetti; il Sud ed il meridionalismo di Gaetano Salvemini. Se Gobetti ebbe come maestro lo storico pugliese; Tommaso Fiore, il cantore dell’epopea contadina delle genti pugliesi, ebbe come maestro il padre della Rivoluzione liberale. Ma Torino fu anche la città di Carlo Levi, del cui Cristo si è fermato ad Eboli l’opera di Fiore rappresenta un’ideale anticipazione.

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Ciao Severino!

“Editoria è conoscenza degli uomini. E la bellezza, la chiave di questo lavoro è che deve essere premiata l’intelligenza, che a sua volta proprio dal rapporto con gli uomini, oltre che dei testi, si alimenta” .
Giulio Einaudi
(La citazione è tratta dal
Colloquio con Giulio Einaudi, libro imprescindibile ed emozionante curato da Severino Cesari e pubblicato da Theoria nel 1991 e da Einaudi nel 2007.

Severino Cesari non c’è più, se n’è andato mercoledì. Il suo ultimo post su Facebook è del 14 ottobre; rispondeva idealmente a quanti, tantissimi, chiedevano, aspettavano sue notizie su una bacheca che è e sarà fra le più belle, profonde e intense nella storia italiana dei social. Era ammalato, sempre di più, ed era grato, felice, solare, sempre di più. Come se dalle tantissime (troppe) sfide affrontate, alcune vinte, alcune pareggiate, traesse coraggio, grinta, amore da dare, più che riceverne. E ne riceveva tanto, da chi lo conosceva personalmente, da chi ha lavorato con lui, da chi lo seguiva su Facebook e sperava, un giorno, di poterlo abbracciare. Continua a leggere

Stelle


Le stelle sono mappe di sogni: non basta farli, bisogna dargli un nome. Il grande carro è il tavolaccio dove preghi, prendi il caffè coi biscotti al cioccolato, snoccioli pensieri che dovrebbero servire a dare un volto plausibile al futuro. La Stella Polare è Cristo, che non entra mai abbastanza nella vita e bisogna allinearlo con Merach e Dubhe, i Puntatori: i sacramenti e la preghiera, che guidano, indirizzano, porgono, quasi, la luce del Messia. Guardando in alto – o in basso, secondo la stagione – appare Cassiopea, con la sua forma a zig zag, a memoria delle piroette, i salti mortali, le chicane da affrontare a intervalli regolari, come se la vita fosse uno slalom o una corsa di formula 1 da decidersi all’ultimo metro.
Dell’Orsa minore vedi solo Kochab e Pherkad, le altre rimangono nascoste, come con Dio, che ti chiede di procedere a tentoni, ignorando di che tipo sia la prossima stella da incontrare: gigante rossa, nana bianca, buco nero o pulsar.
Il tempo passa e tu sei ancora lì, a dare un nome alle luci lontane e tremolanti, simili a sogni irraggiungibili. E invece sono elenchi dei tuoi desideri più profondi, destinati ad avverarsi, quando il Cristo ti avrà attratto nell’orbita abbagliante del suo abbraccio.

Un libro in cartella: Gli eroi imperfetti di Stefano Sgambati

Libri in cartella: letture raccontate in 2000 battute.

Non vi aspettate “l’uomo medio che lotta per la sopravvivenza in una giungla metropolitana”: gli “eroi imperfetti” di Stefano Sgambati (Minimum fax, 2014) sono persone normali che non hanno in apparenza nulla di eccezionale. Ma scavando scavando rivelano nevrosi, inquietudini, meschinità ed esistenze al limite; lottano a modo loro contro ingiustizie, piccoli soprusi, convenzioni sociali, perdite e mancanza di sentimenti.

Il romanzo ha tre voci: un narratore equilibrato e consapevole, lungi dall’essere saccente e “onnisciente”; Irene, che nasconde la sua fragilità in una spocchia senza fine; e in ultimo Corrado che tentando di uscire dalla monotonia si trova in una situazione ingestibile − ai limiti del giallo – per la quale l’unica soluzione per lui è quella di attendere, e per il lettore cercare di capire. La struttura è molto interessante e originale, matura, e non imbriglia la storia come spesso accade, ma la rende libera di evolversi entro confini flessibili. Continua a leggere

La poesia nel piano jazz di Billy Childs


Riflessioni attorno al nuovo album Rebirth

 

di Guido Michelone

 

Sin dalle prime registrazioni durante gli anni Ottanta, Billy Childs si afferma come uno dei jazzmen più interessanti nella realtà americana, a livello di pianista, bandleader, compositore. Come non bastasse si rivela pure un raffinato autore di musica sinfonica, benché la firma di Childs resti impressa negli straordinari jazz tunes (utilizzati anche da molti colleghi) che rimangono vividi, nella mente e nella memoria dell’ascoltatore, per complessità strutturale, immediatezza squillante e lirismo cristallino. Continua a leggere

Per miracolo


A far caso alle voci, ai rumori, ai suoni anche quasi impercettibili che arrivano alle orecchie, c’è sempre da imparare. Ora, per esempio, sento il prete della stanza accanto che bofonchia qualcosa. Parla da solo? Ha più di novant’anni, a quell’età è normale. Con lui devo cogliere le variazioni più insignificanti: un sospiro potrebbe essere l’ultimo, un colpo sordo il segno di uno svenimento, e io sono tenuto a intervenire, in qualità di orecchio più vicino.
L’abitudine a vegliare mi rende consapevole dei segnali più neutri: il ticchettio della sveglia, il sibilo della luce al neon, il brusio sommesso del televisore proveniente dalla camera del laico consacrato che alloggia dirimpetto.
Lo sfrecciare delle automobili sull’Ardeatina è spesso infarcito di colpi di clacson ripetuti, soprattutto la mattina presto, quando il traffico è più rado e tutto lascerebbe pensare che fosse più tranquillo: quando mancano i problemi, è il momento giusto per andarseli a cercare.
Ogni tanto si sente l’acqua scorrere: è un rubinetto, una doccia, lo scarico di un water. Chissà cosa pensano di me, che mi lavo intorno alle cinque del mattino.
Smaltiti i suoni che vengono da fuori, c’è il rumore che viene da dentro: un ricordo gradevole, un impeto di rabbia, un sussulto di gioia per un’idea risolutiva.
Ma l’orecchio si apre veramente solo se capta la tua Voce: è allora che intorno si forma un’armonia, e le note più stridenti si trasformano in canto, per miracolo.

Luigi Maria Corsanico legge Rainer Maria Rilke

da qui

Rainer Maria Rilke
Canto d’amore
dalle “Nuove Poesie”, in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941
Liebes – Lied / “Neue Gedichte”, Insel-Verlag, Leipzig, 1907

Lettura di Luigi Maria Corsanico

Immagine: Scultura di Yves Pires
Scriabin 24 Preludes Op.11 – No.12 in G sharp minor

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SUL TAMBURO n.56: Paolo Codazzi, “Il pittore di ex-voto”

Paolo Codazzi, Il pittore di ex-voto, Napoli, Tullio Pironti Editore, 2017

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di Giuseppe Panella

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Il fortunato salvataggio e il destino felice del marinaio Tommaso Ferrando, naufragato con il piroscafo “Perugia” nell’Oceano Pacifico nel 1904, campisce sulla copertina di questo nuovo romanzo di Paolo Codazzi (che sostituisce quasi totalmente il precedente Il destino delle nuvole del 2010 che pur narra una storia analoga a quella presente nelle pagine di Il pittore di ex-voto).

L’ex-voto è di solito una tavoletta di legno su cui pittori di non grande qualità innovativa dal punto di vista artistico (o più prosaicamente degli efficaci realizzatori di croste) ma molto abili nell’immedesimarsi nel pathos dell’evento rappresentato e nel renderlo efficacemente.

Il pregio di un pittore di ex-voto non era la sperimentazione pittorica che porta a compimento né la resa mimetica dell’opera né la fedeltà al soggetto ma la sua capacità di mostrare la fede di chi ha ordinato il quadretto e la forza miracolosa e inarrestabile della divinità che ha permesso al miracolato di sopravvivere. E’ la fede, quindi, a sostenere il quadro, non la verità – chi ordina l’ex-voto per dimostrare riconoscenza e devozione alla Madonna o ai Santi autori e intercessori del fatto miracoloso non lo fa per realizzare un'(improbabile) opera d’arte ma per testimoniare che “lassù Qualcuno lo ama” e che è sceso sulla terra per salvarlo da morte sicura (o dalla perdita di arti, mani, piedi, braccia compromessi da incidenti del più vario tipo e livello). Inoltre la dipintura del fatto miracoloso permette di porre in bella evidenza la predilezione del santo o della Madonna autore/ ice del salvataggio nei confronti del loro devoto diletto e salvato per la sua devozione precedentemente dimostrata (come riferiva Michele Rak in una conferenza da me ascoltata nel 1982 e che costituiva la presentazione molto articolata di un grosso libro, Per grazia ricevuta. Le tavolette dipinte ex voto per il santuario della Madonna dell’Arco, Napoli, CST Cooperativa editrice, 1983, in cui analizzava la semantica della rappresentazione votiva).

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Qualcosa che comincia


La fanciulla non è morta, ma dorme. Mi ha sempre colpito questa frase di Gesù. La morte è un sonno. Quindi, per chi crede, la risurrezione sarà come un risveglio.
Quando ci si sveglia, si è sempre intorpiditi. Forse anche allora ci stireremo gli arti, scoprendo di non averne più, perché sarà la nostra anima a lasciare il corpo, a volteggiare nella stanza di casa, o d’ospedale. Il corpo lo riprenderemo, più giovane, più bello, quando lo deciderà l’Alto sul trono, benedetto il suo Nome. Dicono che in paradiso abbiano tutti sui trent’anni, esclusi i bambini.
Eppure, saremo tutti bambini, finalmente, creature nelle mani del Creatore, benedetto il suo Nome. A poco a poco, la nostra faccia smarrita, spaventata, pronta a scoppiare in pianto, si aprirà al sorriso.
Svegliarsi dalla morte, credo, sarà un’esperienza impossibile da dimenticare. La prima parola che salirà alla bocca, che in quel momento non avremo, sarà grazie. Non ci saranno problemi a pronunciarla. Sarà un grazie tondo, sicuro, di quelli che non ti puoi più rimangiare.
Ci guarderemo intorno, con un cuore libero dalla paura e dal dolore. Incontreremo amici, parenti, persone viste una volta soltanto, che sentiremo come gente conosciuta da sempre.
Quando ci risveglieremo, andremo nella piazza d’oro dell’Apocalisse, illuminata dall’Agnello: guarderemo Gesù, anzi, sarà Lui a guardare noi, a farci una carezza. Sarà il segno di qualcosa che comincia, per non finire più.